Da almeno vent’anni, parlare di calcio in Messico significa ascoltare Marion Reimers. Le sue opinioni hanno modificato la percezione di uno sport che riflette l’intera società. Il calcio è sempre stato dominato da commentatori che urlano in modo virile e da chiacchiere da bar tra tifosi. Quante erano le possibilità che una donna rivoluzionasse quelle abitudini centenarie? Reimers è un’eccezione in un ambito che non aveva mai tenuto conto dell’altra metà della popolazione. Nel 2019 è stata la prima donna di lingua spagnola a commentare una finale di Champions league. E ha idee così innovative che non sempre sono gradite.

Il mondo del calcio di solito confonde la mascolinità con il primitivismo. Se un giocatore mostra una certa sensibilità, significa che “non ha le palle”. Secondo la stessa logica da cavernicoli, le donne sono sempre state escluse. In questo ambito “proibito” la cronista di origini tedesche ha fatto irruzione in modo doppiamente audace: era una donna ed era preparata, perfino troppo.

“Quando mi chiedono cosa deve fare il calcio femminile per essere come quello maschile, dico che in realtà spero continui a essere diverso”

“Avere tutte le credenziali per me era una specie di ossessione, ho perfino seguito dei corsi per diventare direttrice sportiva”, commenta. “È una forma di rispetto nei confronti degli spettatori. Non penso che il mio pubblico sia stupido, anzi”.

Reimers ha studiato al liceo tedesco e all’Istituto tecnologico di Monterrey. Parla spagnolo, tedesco, inglese e italiano. Ha studiato fotografia e storia dell’arte a Firenze e ha seguito un master di giornalismo presso l’università Torcuato di Tella, a Buenos Aires. È stata campione nazionale di karate nella categoria sotto i 57 chilogrammi e ha ottenuto il terzo posto nel kata, il “combattimento contro un’ombra”, un combattimento contro avversari immaginari. Ha giocato a tennis, golf e calcio indoor. È stata la prima donna messicana a essere candidata al premio televisivo Sports Emmy. Presiede la fondazione Somos Versus, che si batte per la visibilità delle donne nello sport.

Il paradosso è che una tale preparazione infastidisce alcune persone. I giornalisti sportivi di solito sono molto informati, ma su poche cose. Interessarsi agli aspetti storici, sociali e simbolici del calcio (o anche solo alla pronuncia corretta dei cognomi stranieri) può essere visto come una stravaganza inutile o addirittura un affronto alla mediocrità attribuita al pubblico. Spesso consigliano a Reimers di usare un lessico più semplice, e la sua risposta è molto chiara: “Quelle parole esistono, non sto inventando una lingua nuova. Se qualcuno non capisce un termine, ed è interessato a chiarirlo, può andarlo a cercare; il resto non mi compete”.

I social media, però, hanno cambiato le cose. Le sfuriate e gli insulti che prima si limitavano a decorare le pareti dei bagni pubblici oggi inondano lo spazio virtuale: “C’è una tendenza generalizzata a parlare di chi commenta lo sport”, spiega Reimers. “Con il cellulare e la televisione sempre davanti, si crea una sorta di mondo parallelo. I mezzi d’informazione se ne approfittano, inchinandosi alla dittatura del clic. Ho dovuto prepararmi il doppio se non il triplo per essere certa che il mio lavoro fosse apprezzato, poi però mi dicono che sono una stronza”.

Passione e idee

Il miglior cronista messicano di tutti i tempi, Ángel Fernández, aveva un repertorio intellettuale molto ampio. Battezzò il goleador Enrique Borja, dal naso pronunciato, come “il grande Cyrano”, facendo allusione a Cyrano de Bergerac. Eppure quella che in Fernández era considerata una virtù oggi risulta sconcertante in una donna, che dice senza esitazioni: “Grazie al calcio ho imparato un sacco di cose – geografia, storia – e condividerle è una mia responsabilità”.

A volte le opinioni di Reimers stonano in un ambiente in cui le idee contano meno della passione. A metà degli anni novanta, quando Jorge Valdano allenava il Real Madrid, i suoi avversari lo insultavano dandogli del “filosofo”. Non sopportavano che qualcuno che pubblicava articoli sulla Revista de Occidente e leggeva Borges potesse trionfare in un territorio di “gente cazzuta”. Non per niente, la nazionale spagnola all’epoca era soprannominata “La Furia”. L’allenatore argentino pagò caro il proprio intellettualismo. E lo stesso è successo a Reimers in Messico, con l’aggravante di essere donna e di dichiarare apertamente la propria omosessualità.

Le polemiche intorno alla sua figura hanno raggiunto livelli deliranti. Il branco virtuale l’ha minacciata di morte e certi colleghi si sono rifiutati di condividere le trasmissioni con lei.

Reimers mi ricorda quei piloti collaudatori d’aereo che hanno rotto la barriera del suono. Come loro, ha subìto il logoramento delle missioni di volo.

A quarant’anni ha deciso di mettere in pausa la sua carriera e ha fatto in solitaria il cammino di Santiago. Stava tornando da quell’esperienza quando ha avuto un’appendicite degenerata in peritonite. È stata ricoverata per due settimane in un ospedale spagnolo, senza poter ricevere visite per cinque giorni.

Il ricovero si è tramutato in un momento di riflessione obbligata: “Sono quasi morta, ho camminato da sola per sei giorni: 128 chilometri. Sul treno di ritorno a Madrid l’appendice mi è andata in necrosi e quando sono arrivata all’ospedale ero al limite. Poi ho avuto una serie d’infezioni e uno shock anafilattico. Guardavo il tennis in tv e cercavo di sopravvivere. Un’esperienza simile ti spinge a riconsiderare certe scelte”.

Ho conosciuto Marion Reimers dieci anni fa nel quartiere di Xochimilco, a Città del Messico, quando con alcuni amici festeggiavamo un compleanno a bordo di una barca. Lei all’epoca era un giovane talento della televisione, ma era ovvio che avrebbe avuto una carriera inarrestabile.

Il 9 settembre 2025 sono andato a trovarla nel quartiere residenziale Colonia Condesa. Avevo il numero del civico, ma non quello dell’interno. Le ho scritto su WhatsApp. Sospettavo che vivesse a un piano alto per una ragione semplice: ama spingersi al limite. In effetti mi aspettava al sesto piano. Sono entrato in un appartamento luminoso, con ampie finestre e due gatti. Sul tavolo della cucina c’era un libro del poeta uruguaiano Mario Benedetti. L’arredamento non faceva pensare al mondo dello sport. Se le docenti universitarie guadagnassero bene, vivrebbero così.

Mentre ascoltava le domande, Reimers sorrideva senza aprire la bocca. La sua espressione rivelava un’empatia tesa. Parla con precisione chirurgica, senza bisogno di cercare l’aggettivo migliore o di rettificare quanto ha appena detto; non ha bisogno di correggersi: improvvisa una versione definitiva.

Marion Reimers alle Nazioni Unite a New York, 2 novembre 2025  (Bianca Otero, Zuma/Ansa)

Riascoltando la registrazione della nostra chiacchierata, mi sono accorto che di superfluo c’erano solo le mie domande. Questo è quello che mi ha raccontato Reimers della sua vita, con le sue parole.

La lingua di casa

Ho passato i primi anni della mia vita nel quartiere Colonia Florida. Poi ci siamo spostati a Xochimilco, vicino al liceo tedesco. Mia madre è nata in un paese di minatori in Germania; è venuta in Messico a 22 anni seguendo il fratello, che viveva già qui. Mio padre è nato e cresciuto qui, anche lui di famiglia tedesca. A casa si parlava solo tedesco, i miei non volevano che la lingua si perdesse, dal momento che non potevamo parlarla da nessun’altra parte. Ho una sorella di dieci anni più giovane, e con lei parlavo spagnolo.

Ho studiato tutte le materie in tedesco. Non c’era già più la disciplina di un tempo, ma ancora reggeva una sorta di rigidità nascosta. Potevi avere dei piercing, t’incoraggiavano a esprimere la tua indentità, ma dal punto di vista didattico erano severissimi. C’era anche un certo livello di discriminazione: io me la sono cavata perché ero bianca, parlavo tedesco ed ero brava negli sport. Questo mi ha aiutato a integrarmi. Giocavo a pallamano, calcio e basket. Fuori dalla scuola facevo tennis, poi karate. Ho partecipato a dei ritiri di tennis negli Stati Uniti, e mi sarebbe piaciuto diventare professionista, ma non ero pronta mentalmente. La mia famiglia non voleva fare tutti i sacrifici necessari per sostenermi. E non lo dico in senso negativo, era il loro modo di proteggermi: sapevano che per me sarebbe stato meglio studiare.

Ho scoperto che pallone e calcio sono due cose diverse. Io sapevo giocare a pallone: alle donne e alle bambine non insegnano altro che questo, ed è un limite. Dover mettere scarpini da uomo e magliette grandi come pigiami ti dà la sensazione di travestirti. È una maschera che difficilmente si può considerare parte della propria identità. E la prima barriera rispetto al calcio è proprio questa: è qualcosa che, da femmina, fingi di fare.

Una questione difficile

Rispetto a venticinque anni fa oggi sono cambiate molte cose, ma la parità è ancora lontana. Quando non hai nulla, ottenere anche poco sembra tantissimo. Se avessi 18 anni ora mi troverei modi nuovi di affrontare la situazione, ma l’accesso allo sport per le donne continua a essere una questione strutturalmente difficile; la maggior parte delle calciatrici deve superare enormi ostacoli familiari e sociali. Oggi è normale che gli uomini stiano al bar a guardare il calcio femminile, ma non dobbiamo dimenticare che se una squadra è composta da undici donne, quel numero rappresenta grosso modo anche la cifra di femminicidi che avvengono ogni giorno in Messico.

Lo sport femminile comincia ad attirare maggiore attenzione per il giro d’affari che rappresenta, il che è preoccupante. E perfino il capitalismo dimostra di essere in ritardo: negli Stati Uniti c’è voluto tempo per riconoscere il ruolo delle calciatrici, anche se già assicuravano alle società più soldi degli uomini. Nemmeno alimentando il mostro del capitalismo sembriamo fare abbastanza!

La cosa più importante è capire cosa è successo in passato perché oggi ci siano dei cambiamenti. Io per esempio non sapevo che in Messico si fosse tenuto un Mondiale femminile nel 1971. Ho scoperto dell’esistenza di quelle giocatrici nel 2011, quando mi hanno invitata a far parte del comitato di selezione del Salón de la Fama, un museo di Pachuca che ogni anno elegge e celebra i più grandi nomi del calcio al livello internazionale. Tra le candidate c’era María Eugenia Rubio, detta “La Peque”, e ho fatto ricerche su di lei. Così ho capito che il silenzio intorno alla coppa del mondo non era casuale, faceva parte di una tendenza ben definita.

Nel 2021 ricorreva il cinquantesimo anniversario. Ho discusso con gente del campionato messicano e con le varie società per istituire un riconoscimento in loro onore, ma era una cosa delicata, perché si sarebbe trattato di ammettere un errore, di accettare che storicamente si era deciso di dimenticarle. Così abbiamo organizzato un evento tramite la ong di cui sono presidente, Somos Versus. Per noi è stata una commemorazione unica, ma loro s’incontrano tutti gli anni. Quando le guardo, mi rendo conto che come loro ce ne sono state molte altre. È un esercizio importante che dobbiamo fare a partire dal femminismo. Tutti i gruppi che sono stati emarginati devono capire che si cammina sulle spalle di altre persone. Quello che fai non è invano, se apri una porta devi aprirla anche per le altre.

Quando mi chiedono cosa deve fare il calcio femminile per essere come quello maschile, dico che in realtà spero continui a essere diverso. Dobbiamo dare un valore all’essere donne. Ho intervistato una rugbista e mi ha detto una cosa semplice e profonda al tempo stesso: lo sport è la sua maniera di esprimersi. Intendere lo sport come espressione di una vita ti permette di seguire dei princìpi etici.

Nell’esercito statunitense sull’orientamento sessuale c’è una regola non scritta: “Non chiedere, non dire”. Nello sport maschile la sessualità si gestisce così, con la verticalità della milizia: ci sono il capitano, il direttore tecnico, il presidente del club, non esiste quell’orizzontalità che è il bello degli sport di squadra.

Nel 2023 sono stata al Mondiale femminile in Australia e Nuova Zelanda e mi è sembrato un altro sport, perché c’è un pubblico diverso: famiglie, lesbiche, famiglie di lesbiche, alcuni uomini che le accompagnano, coppie eterosessuali più aperte; è lo spazio che abbiamo creato noi. La popolarità del calcio femminile ha portato con sé questo cambiamento di prospettiva. Prendi una storia come quella di Ingrid Engen e Mapi León: si contendevano il ruolo nel Barcelona e stavano insieme. La naturalezza con cui vivevano la loro relazione è qualcosa che nel calcio maschile non esiste.

In questo senso i Paesi Bassi sono stati rivoluzionari negli anni settanta, quando hanno permesso ai giocatori di convivere con le famiglie durante il Mondiale. Per il calcio femminile invece è normale, perché è attraversato dal tema della maternità. Continuano a esserci dei punti oscuri: per esempio, nei contratti delle giocatrici la gravidanza è trattata come un infortunio, non come un diritto. A nessuno importa a chi lascia i suoi figli Cristiano Ronaldo, qualcuno ci pensa per lui. Mentre Irene Paredes, conosciuta come Mamá Irene, viaggia con i figli. Si sta lottando per avere degli asili nei centri sportivi, si discute di come convivere con l’allattamento. In generale c’è una maggiore considerazione del contesto. Al contrario, durante i ritiri i calciatori maschi sono completamente estranei alla loro vita privata.

Cambiamenti simili nella società possono anche infastidire. Tempo fa, quando Twitter era un luogo felice, rispondevo sempre alla gente che non la pensava come me. Poi i social media sono stati invasi dalla voracità e dal neonazismo, perché di questo si tratta. L’estrema destra ha cominciato ad appropriarsi di quegli spazi e abbiamo visto fenomeni particolari, come l’odio di genere e i bot: una costruzione artificiale dell’opinione pubblica. È come quell’episodio dei Simpson in cui una folla va a linciare il sindaco con torce e forconi, la gente non capisce cosa sta succedendo, ma qualcuno gli dice di unirsi al linciaggio e quelli lo fanno.

Ho passato un periodo più conflittuale, un momento di risveglio femminista durante il quale molte cose mi facevano arrabbiare: è difficile non portare i propri sentimenti sul piano personale. Ieri (8 settembre 2025) sono stata al ministero per le pari opportunità con altre attiviste per proporre un ambiente digitale più sicuro per le donne. L’85 per cento delle donne ha assistito almeno una volta a violenza di genere sui social. Cosa significa? Che certi attacchi non hanno nemmeno a che fare con me, ma con quello che rappresento. Le donne che presentano programmi o si concentrano sulla cronaca sono meno controverse perché esprimono meno opinioni.

Biografia

1985 Nasce a Città del Messico.
1989 Comincia a praticare nuoto.
2006 Viene assunta alla tv via cavo Fox Sports Latinoamérica.
2012 Frequenta un master di giornalismo a Buenos Aires, in Argentina.
2021 Passa al canale televisivo Tnt Sports México.
2024 Commenta la finale di Champions league a Londra.
2025 Si prende una pausa dal giornalismo e percorre il cammino di Santiago.


Nel 2016 ho subìto un episodio di molestie alle Olimpiadi di Rio e mi sono sentita in colpa senza motivo. Il mio capo e la mia collega mi hanno sostenuta, consigliandomi di denunciare l’accaduto. Al ritorno in Messico è successo di nuovo e, grazie all’ondata del movimento Metoo, ho assunto posizioni più decise. La maggior parte delle donne subisce molestie dall’età di quattro anni; dobbiamo fare qualcosa per superare questi traumi. In Brasile i collettivi di donne usano il termine dororidade; si tratta di riconoscere, condividere e andare oltre il dolore.

Assumere una posizione chiara, però, mi è costato caro in termini di salute mentale, nei rapporti con la famiglia e gli amici. Una persona è venuta sul mio posto di lavoro e ha tentato di farmi del male, quindi ho dovuto cominciare a prendere sul serio le minacce.

Una volta mi hanno detto: “Non ti mettiamo insieme a questo collega perché non vogliamo fargli fare brutta figura”. Ho lavorato con persone stupende, che sanno che se io brillo, brilleranno anche loro; la televisione dev’essere un gioco di luci, non di ombre.

Durante il cammino di Santiago ho riflettuto molto e una delle conclusioni a cui sono arrivata è che da troppo tempo vivo sotto pressione. Sono in questo settore da quando avevo 21 anni, sempre con la sensazione di dover rappresentare tutte le donne, non per scelta ma perché ci fanno sentire così. Ho dovuto scendere a patti con me stessa per capire che il mio valore come persona non ha nulla a che fare con il mio lavoro. Dopo vent’anni di carriera è rigenerante affrontare le proprie ferite, la propria oscurità per evitare che ti rovinino.

Essendo la figlia maggiore, le aspettative della mia famiglia nei miei confronti erano più grandi. La scuola tedesca ha contribuito a inculcarmi una certa severità. Sono andata a vivere da sola a 22 anni e ho dovuto superare l’iniziale rifiuto della mia famiglia nei confronti del mio orientamento sessuale; ci siamo allontanati ed è stata dura. Fortunatamente loro sono cambiati, adesso sono affettuosi.

Ho imparato a spingermi oltre i limiti perché sentivo di non avere altra scelta. È una cosa che succede spesso alle persone omosessuali, ci diciamo: “Devi essere un gay rispettabile”. In questo senso la mia peritonite è quasi una metafora. Sono salita sul treno che stavo già male, come se avessi dovuto dimostrare qualcosa; ora so che non ho nulla da dimostrare. Se sceglierò di tornare davanti alle telecamere, l’importante non dovrà essere l’attività in sé, ma come mi sentirò io.

A volte sogno di essere in diretta e sbagliare, ma come sportiva non mi sogno così. Lo sport è qualcosa di piacevole, se non ti piace non lo puoi praticare. È frustrante, ma ti aiuta a fare sempre meglio. Cristiano Ronaldo e Lionel Messi sono il grande prodotto della frustrazione. Ogni loro successo è il superamento di molti errori. In certo qual modo, lo sport agonistico dovrebbe essere sconsigliato. Prendi Nadal, che alla mia età sembra aver attraversato tre divorzi, quattro mari e una guerra.

Anche in questo credo che lo sport femminile c’insegni qualcosa. La voracità di battere record in quel contesto è meno determinante. Ma c’è un rischio alle porte: quando scoppierà la bolla del calcio maschile, e prima o poi succederà perché è insostenibile, gli avvoltoi vorranno riempire quel vuoto con il calcio femminile.

Un momento di riflessione

Reimers non ha dimenticato la disciplina nella quale è arrivata a essere campionessa nazionale: il karate. A 13 anni ha scoperto che poteva incanalare le proprie emozioni e così sopportare il dolore. Prima di diventare medico, suo padre si occupava di agopuntura ed era appassionato di filosofia zen; a otto anni lei aveva già seguito un primo corso di meditazione. Durante la nostra chiacchierata, ha tenuto a precisare che il karate è una disciplina difensiva; è “la via della mano vuota”: non hai altre armi se non la mente e il corpo.

Per vent’anni Reimers ha esercitato la parola senza mai fuggire le polemiche né rinunciare alle proprie convinzioni. Il prezzo da pagare per questo percorso è stato alto. L’ho incontrata in un momento di riflessione. Un altro cammino, quello di Santiago, ha confermato il suo desiderio di trovare un nuovo equilibrio interiore e il corpo le ha dato un’altra lezione: doveva fermarsi.

È eloquente che durante il nostro dialogo abbia più volte fatto ricorso alle immagini dell’eclissi e dell’ombra. Tra gli sport che ha praticato, nessuno riassume questa nuova fase della sua vita meglio del kata, la più solitaria variante del karate. Marion Reimers ha solo un avversario: la sua stessa ombra. ◆ gz

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Questo articolo è uscito sul numero 1655 di Internazionale, a pagina 80. Compra questo numero | Abbonati