Il mio errore a Genova è stato quello di arrampicarmi su un muro. Cercavo di vedere meglio la battaglia tra i manifestanti e la polizia che cercava di fermarli, mentre i maggiori leader mondiali si incontravano lì vicino per il G8. Stavo assistendo alla scena infernale di un cannone ad acqua che sparava tra nuvole di gas lacrimogeno quando ho sentito un colpo fortissimo alla nuca. Per un secondo mi si è appannata la vista. Ero stato colpito dal manganello di un poliziotto. “Giornalista inglese!”, grido in italiano alla decina di poliziotti in assetto di guerra che si precipitano verso di me. Vengo colpito da una pioggia di manganellate. “È tutto un errore. Smetteranno presto”, continuo a pensare. Invece no, non smettono. In effetti, se si pensa che mi sono unito in incognito a un gruppo di dimostranti, non c’è tanto da stupirsi.

Due poliziotti mi sbattono al suolo, mi urlano frasi in italiano e continuano a colpirmi. Il mio casco da ciclista viene letteralmente disintegrato dai loro colpi. Le manganellate mi colpiscono la schiena, le braccia e gli stinchi. Mi trascinano verso una ferrovia, dove mi ordinano di mettere la testa su una rotaia. Cerco di obbedire, incapace di credere che tutto questo stia succedendo veramente.

Eccitati dalla violenza, i poliziotti ricominciano a colpirmi in testa, sulla schiena, sulle gambe. Continuano a battermi a terra per darmi una nuova ripassata, poi mi rimettono in piedi alla bell’e meglio.

Un poliziotto comincia a urlare come un pazzo insultandomi, mentre un altro mi lega le mani dietro la schiena e mi trascina lungo il vialetto che porta alla stazione ferroviaria. Comincio a sentirmi fuori pericolo quando un ufficiale superiore si ferma accanto a noi e dice qualcosa come: “Resistenza aggravata a pubblico ufficiale. Portatelo alla stazione di polizia”. Ma il mio sollievo è stato un po’ prematuro. Mentre una squadra di polizia antisommossa ci supera, uno di loro mi colpisce allo stomaco con il manganello. Mentre mi piego in due per il dolore un altro dice: “Facciamogli mangiare un po’ di patate”, un’espressione che in gergo poliziesco italiano vuol dire qualcosa tipo “ammazzare di botte”.

Preparativi

Non era esattamente questo che avevo in mente quando mi sono unito a due pullman organizzati da Globalize Resistance, un gruppo anticapitalista partito da Londra. Quasi la metà dei dimostranti del gruppo appartiene al Partito socialista dei lavoratori, il resto a vari sindacati. Portano magliette con scritte tipo “Team Marxism”. Molti di loro sono poco più che adolescenti, ventenni, con barbe lunghe, dreadlocks, pantaloni mimetici e scarpe da ginnastica sporche. Alcuni, come Colm Bruce, sembrano aver passato la vita a lottare per le cause della sinistra.

Quanto al motivo preciso per cui andiamo in Italia, molti di loro sono piuttosto vaghi. Sembrano soprattutto spinti dal semplice desiderio di esprimere la loro disapprovazione sul Big Business, la concentrazione del potere nelle mani delle nazioni economicamente più forti e lo scarsissimo interesse del governo Blair per le ragioni della sinistra.

A Dover perquisiscono noi e i nostri bagagli, ma il primo vero dramma ci tocca a Calais: i doganieri francesi ci fanno aspettare due ore prima di rispedire in Gran Bretagna un passeggero a cui hanno trovato in borsa una maschera antigas russa. Cominciamo a cantare l’Internazionale a squarciagola. Altre perquisizioni casuali ci toccano alla frontiera italiana, e a due passeggeri viene rifiutato l’ingresso.

Mentre ci avviciniamo a Genova, Bruce ci offre qualche dritta sulle tattiche dell’azione diretta: “Lo scopo della manifestazione di oggi è di entrare nella zona rossa. L’unico modo di impedire al summit di andare avanti è l’azione diretta militante non violenta. Ci si tiene per mano, ci si muove all’unisono e si marcia contro il cordone della polizia, pronti a sfondarlo se arriva il momento giusto. Ci si siede a braccia intrecciate e si fa in modo che nessuno venga arrestato”.

A Genova ci dirigiamo verso un’“area di pace” tra le colline sopra il porto dove centinaia di dimostranti britannici gironzolano sotto il sole. Poi cominciano ad arrivare le notizie: ci sono stati disordini in centro, qualcuno parla di scontri gravi. Corro giù lungo le scalinate e le stradine che portano alla stazione di Brignole, pensando di dare una rapida occhiata e tornare indietro. Invece trovo i postumi di una battaglia: gas lacrimogeni, cabine telefoniche distrutte, automobili e camion bruciati ai bordi di una strada.

Vedendo che succede qualcosa duecento metri più in là, mi metto il casco da ciclista e arrivo a uno spazio delimitato da centinaia di poliziotti con casco, maschera antigas, protezione per il corpo e scudi, con un gruppo di fotografi che si aggirano intorno. Dall’altra parte della strada arriva un boato enorme. Corro verso il rumore infilandomi il giubbotto salvagente e la mascherina antismog da ciclista. Vedo centinaia di persone vestite di colori vivaci che scendono una scalinata. Una gragnola di sassi e sampietrini investe un gruppo di poliziotti.

Sono dei giovani anarchici italiani, molti dei quali indossano protezioni di gomma piuma, caschi, pantaloni da combattimento e maschere da hockey su ghiaccio. Nella successiva mezz’ora prende forma uno schema. I manifestanti vengono avanti tirando pietre, sfasciando cabine telefoniche e cassonetti della spazzatura, prima che la polizia possa lanciare i lacrimogeni e costringerli – con gli occhi e i polmoni che bruciano – a retrocedere nelle vie laterali. A questo punto si sciacquano la faccia con acqua limone e aceto. Il gas lacrimogeno non solo taglia il respiro, ma brucia la pelle irritandola come una scottatura.

Durante uno di questi assalti la morte di un giovane viene ripresa da Nick Cornish, un fotografo di trentacinque anni, che si trova a pochi metri di distanza. Per tutto il giorno aveva seguito gruppi di dimostranti, alcuni dei quali a volto coperto e armati. “Ho corso da un gruppo all’altro”, racconta. “C’era molta confusione”.

A un certo punto Cornish aveva visto due automezzi dei carabinieri che facevano manovra in una strada principale bloccata da cassonetti rovesciati. Mentre un gruppetto di manifestanti si accalcava intorno a uno dei veicoli aveva puntato la sua macchina fotografica dall’alto di qualche gradino, l’unico punto da cui si poteva avere un po’ di visuale. “Ho visto queste due camionette, e una delle due aveva dei problemi. Ho sentito un paio di colpi ma non ho capito di cosa si trattasse al momento. Ho notato che c’era qualcuno sotto il veicolo, che la macchina gli passava sopra e se ne andava. Era chiaro. Era morto”. Tutto questo succedeva nel momento in cui correvo verso i guai e i colpi che avrebbero trasformato le mie braccia e la mia schiena in uno spettacolo in technicolor.

Agenti impauriti

Mentre mi portano verso la stazione di polizia l’atmosfera comincia a calmarsi. Dopo dieci minuti mi tolgono le manette e diventa chiaro che sono molto impauriti anche loro. Mi portano a lavarmi e un poliziotto mi mette del disinfettante su una profonda ferita al polso causata dalle manette.

Il tempo passa. Ogni volta che un poliziotto sconosciuto entra nell’ufficio mi guarda come se volesse rompermi una sedia in testa. Due ore e mezza dopo aver ricevuto la prima manganellata in testa, l’ufficiale in borghese mi dice che posso andare.

Mentre sto per uscire un altro prigioniero, un ragazzino ossuto con i capelli lunghi seduto sul pavimento con le mani legate dietro la schiena, mi sussurra piano: “Aiutami, trova un avvocato”. Annuisco.

Uscendo riconosco uno degli uomini che mi hanno picchiato. Mi dice in modo amichevole di tenere sempre bene in vista il mio permesso stampa e aggiunge: “Guarda bene dove metti i piedi”. Come consiglio arriva un po’ in ritardo. ◆c.d.&g.m

The Economist
Sinistra colpevole

“Per tutti – tranne che per i teppisti puri, e per gli anarchici e i marxisti vari secondo cui ‘tanto peggio, tanto meglio’ – è stato un disastro”. L’Economist commenta i fatti di Genova senza risparmiare critiche a nessuno: ai gruppi di manifestanti violenti, alla ferocia della polizia, al governo italiano che non ha saputo affrontare le proteste. Ma soprattutto alla sinistra italiana che ha appoggiato il Genoa Social Forum, in cui si trovano “anarchici, postpunk, ex hippy, cattolici di sinistra, pacifisti e veterocomunisti”. Quando le manifestazioni sono diventate pericolose, Rifondazione comunista “ha condannato solo la polizia”. I principali partiti di sinistra, Margherita e Democratici di sinistra, hanno tentato di distinguere tra manifestanti buoni e cattivi, “tra le tute bianche, ‘arrabbiate ma non troppo violente’ e le tute nere, ‘cattive e distruttrici’”. Secondo l’Economist, però, “le sottili distinzioni tra i vari gruppi e l’indice puntato contro la polizia non possono nascondere un fatto: la cultura della sinistra italiana è largamente avversa al capitalismo e al mercato”. Conclude l’editoriale: “Gli slogan, le lettere bomba, le tattiche violente e l’indulgenza degli intellettuali” ricordano gli anni Settanta. “Quel che cominciò con slogan arrabbiati contro le multinazionali si trasformò in rivolte nelle strade e sfociò nel terrorismo. Non deve succedere ancora”.


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Questo articolo è uscito sul numero 397 di Internazionale, a pagina 36. Compra questo numero | Abbonati