Jin Zhi diceva di amare Yuan Zhe. Lo diceva sempre, in continuazione. Ogni volta che facevamo una rimpatriata tra compagni, lei sceglieva il posto davanti a lui, e attirava la sua attenzione facendo mille smorfie; oppure si metteva a fissarlo, con il mento appoggiato sulla mano, finché lui non si sentiva prudere dappertutto.
“Con quello sguardo mi fai arrosto”, protestava.
“Ti cuocio a puntino”, ribatteva lei. “Croccante fuori e tenero dentro, e poi ti mangio, un boccone dopo l’altro”.
“La nostra anatra laccata!”, lo prendevamo in giro noi.
Yuan Zhe non sapeva più che pesci pigliare. Soprattutto con lei. Era l’unico della classe a essere rimasto all’università; finita la triennale aveva fatto la specialistica, dopo la specialistica il dottorato, dopo il dottorato era approdato al dipartimento di scienze sociali. Jin Zhi diceva che, rispetto a noi che ormai eravamo entrati nel mondo, lui era “acqua purissima che sgorga dalle rocce”.
Le piaceva Yuan Zhe, e le piaceva stuzzicarlo, lo chiamava “il puro”: “Acqua di fonte pura e zampillante, perfetta per il bucato, per il pediluvio e per fare il bagno”. Erano solo parole, non si sarebbe certo impiccata per lui. Aveva una vita sentimentale molto movimentata.
Era una rappresentante farmaceutica. Da quando un paio di anni prima era riuscita a piazzare due ecografi, si limitava a vendere tamponi per i pap test, e quello bastava a garantirle un’entrata di più di diecimila yuan al mese. Sul biglietto da visita si definiva “impiegata di società a capitale straniero”. Promuoveva i prodotti di due case farmaceutiche statunitensi, tra cui un farmaco specifico per i tumori all’apparato digerente in grado, a quanto si diceva, di regalare dieci anni di vita ai pazienti, ovviamente a un prezzo non trascurabile. Una confezione costava ventiquattromila yuan. Due volte al mese si alzava di buon’ora e si presentava in ospedale, dove trovava il modo di rubare qualche minuto ai primari, dopo il giro di visite o prima di un intervento. Chiacchierando come se niente fosse, gli allungava una busta con la loro percentuale sulle vendite. A volte, dopo le tre del pomeriggio, andava a trovare i medici di turno in ambulatorio carica di regali, snack e bibite. Mangiava, beveva, rideva e scherzava con loro, convincendoli a usare i suoi farmaci. Ogni tanto organizzava anche delle cene, per fare una bella bevuta insieme, rilassarsi un po’ e coltivare i rapporti. In tanti alla fine di quelle serate l’avevano portata a casa, e anche a letto.
Quando comprava un regalo per i suoi clienti, spesso prendeva la stessa cosa anche per Yuan Zhe: camicie di marca, profumi, ventiquattrore, vino rosso. Mentre alla fine della rimpatriata gli altri cominciavano a salutarsi, lei gli metteva un sacchetto di carta in mano. Lui lo accettava con naturalezza, come se gli appartenesse di diritto.
Quando Yuan Zhe portò Nie Yingying a una delle nostre cene, lo fece senza avvisarci. La signorina aveva detto che non poteva assolutamente mancare, pazienza se era mancato l’invito. Era un fuscello, con la carnagione bianchissima, e molto graziosa. Indossava un abitino nero con le maniche di crespo a palloncino. Frequentava un master all’università Normale, aveva conosciuto Yuan Zhe qualche mese prima a una festa.
Seduta davanti a loro, Jin Zhi chiese una sigaretta al compagno che le stava accanto. Yuan Zhe presentò a Nie Yingying gli amici, uno per uno. Quando fu il suo turno, Jin Zhi rispose al saluto con un cenno della testa sputando una boccata di fumo. La nuvola, densa come un batuffolo di cotone, schizzò fuori, poi si allargò lentamente e si srotolò in una manica danzante che si dissipò poco alla volta, sfilacciandosi.
“Fumava già alle superiori”, spiegò Yuan Zhe. “Una specie di gangster in gonnella, uscita da un film di John Woo”.
In effetti Jin Zhi sembrava la versione femminile del bel tenebroso in una pellicola di Wong Kar-Wai: mentre fumava la sua sigaretta con il braccio attorno alle spalle del compagno, sbuffò addirittura il fumo in faccia a Yuan Zhe, che proprio in quel momento stava inspirando e fu preso da un accesso di tosse.
La fissò: “Non ti vergogni?”.
“E tu non ci tieni alla pelle?”, intervenne un gruppo di maschi circondandolo.
Alle superiori, con quegli occhi stretti, le gambe lunghe, la camicia immacolata, era il migliore del suo anno e un campione negli sport, mister perfezione con uno stuolo di ragazze ai suoi piedi. I compagni aspettavano da sempre un’occasione per cavargli i denti di bocca a suon di pugni.
Jin Zhi li bloccò facendo cenno a lui di farsi da parte.
“Ma perché?”, protestò qualcuno indispettito.
Jin Zhi diceva che, rispetto a noi che ormai eravamo entrati nel mondo, lui era “acqua purissima che sgorga dalle rocce”.Le piaceva Yuan Zhe, e le piaceva stuzzicarlo
“Perché mi piace”, dichiarò lei.
Stavamo bevendo della grappa, ma prima avevamo ordinato delle bibite. Jin Zhi strappò la linguetta della sua lattina.
“Ecco il mio anello nuovo di zecca”, disse infilandola all’anulare e agitandoci la mano davanti agli occhi.
Quando l’alcol cominciò a fare effetto, ci scatenammo con i pettegolezzi. Jin Zhi ci raccontò le ultime dell’ospedale. C’era una giovane infermiera all’apparenza candida come un giglio, ma che sotto sotto era un peperino. Il marito faceva l’ingegnere e lavorava nei cantieri in Africa, aveva dei congedi di un paio di mesi ogni tanto. Da quando era tornato, quel fiorellino si sentiva poco bene. Era venuto fuori che aveva l’aids. Da una settimana c’era una folla di medici in corridoio per farsi fare il test.
“Non dovresti farti un controllo anche tu?”, la punzecchiò qualcuno.
“Certo, ho già prenotato, devo pensare alla vostra salute”, ribatté lei facendo scorrere lo sguardo sui presenti. “Soprattutto alla tua”, aggiunse soffermandosi su Yuan Zhe.
Dopo quella serata, Nie Yingying pubblicò un post sulla sua pagina Weibo in cui diceva che gli amici del suo ragazzo ci andavano troppo pesanti con gli scherzi, non facevano ridere. Poi pubblicò una storiella che cancellò nel giro di un secondo: una cicciona sale su un autobus, non trovando posto a sedere deve reggersi a una maniglia. A un certo punto l’autista fa una frenata brusca, la maniglia si strappa e lei gli si spiaccica praticamente addosso con la maniglia ancora in mano. L’autista allora le dice con cattiveria: “Alla terza che spacchi, ti regalo una mia foto con tanto di autografo!”.
Il post era accompagnato da un’immagine di Yuan Zhe al volante.
“Yuan Zhe, io ti amo!”.
Glielo confessò al matrimonio di lui.
Gli invitati aspettavano lo scoccare dell’ora stabilita. Yuan Zhe e Nie Yingying l’avevano fatta scegliere a un geomante in un paesino a trecento chilometri da lì. Era uno che si dava un sacco di arie e riceveva solo quando gli faceva comodo. Più spesso sbatteva la porta in faccia ai visitatori. Per riuscire a incontrarlo avevano dovuto implorarlo per interposta persona. Nie Yingying aveva raccontato l’avventura sui social network nei minimi dettagli, tra alti e bassi, passi avanti e battute d’arresto, taggando frotte di amici. Del resto, lo faceva con tutto: l’appartamento, l’automobile, i lavori di ristrutturazione, l’arredamento. E con l’avvicinarsi del matrimonio anche i fiori, la torta, le decorazioni a forma di cuore. Taggava sempre un sacco di gente, per essere sicura di avere un pubblico. A volte appaiava completo, camicia, cintura, scarpe e orologio di Yuan Zhe con una sua gonna, borsetta, scarpe, accessori e camicetta, in modo che sembrassero una coppietta abbracciata.
Nie Yingying comparve due minuti prima che cominciasse la marcia nuziale. Indossava un abito bianco con una gonna vaporosa, strati di seta e chiffon svolazzanti come minuscoli cristalli di ghiaccio. Trascinandosi dietro il padre, si piazzò all’inizio del tappeto rosso, dove troneggiava una corona di fiori a forma di cuore. Incorniciati dal gioco di contrasti tra il bianco delle rose e il lilla dei non ti scordar di me, padre e figlia sembravano un’immagine in un portaritratti.
Da giovane il signor Nie era nell’esercito, poi si era dato alle esportazioni via mare, aveva contatti in tutto il mondo ed era molto ricco. La signora Nie era la sua terza moglie, aveva pochi anni più della figlia. Quando entrammo, era accanto a lui ad accogliere gli ospiti; la sua pelle di pesca e gli occhi scintillanti come un torrente in primavera imbaldanzivano gli uomini invitati.
Eravamo tutti concentrati sulla sposa, nessuno avrebbe saputo dire in che modo Jin Zhi fosse riuscita a salire sul palco, né dove avesse recuperato il microfono. Era arrivata preceduta da una scia di alcol e con la faccia stravolta. Qualcuno le aveva versato un bicchiere di Coca-Cola, ma lei aveva rifiutato dicendogli di aprire una bottiglia di birra, perché doveva smaltire la sbronza della sera prima.
“Ti amo come la neve a nord della Muraglia, come la brezza in primavera e il verde sulle verdi coste del sud, come la luna che si specchia su uno stagno di ninfee, cioè, insomma…”. Jin Zhi stringeva il microfono e barcollava, con la voce arrochita dall’alcol, come in un concerto jazz. “Sei il mio principe azzurro. Il quarto guardiano del Budda insieme a Confucio, Laozi e Zhuangzi. Io ne accendo sempre quattro, di bastoncini d’incenso”.
Eravamo tutti piegati in due dal ridere, compreso Yuan Zhe, che però tornò subito serio. Qualche invitato era perplesso, altri pensavano che Jin Zhi fosse un’attrice ingaggiata per animare la festa.
Nie Yingying comparve due minuti prima che cominciasse la marcia nuziale. Indossava un abito bianco con una gonna vaporosa, strati di seta e chiffon svolazzanti come minuscoli cristalli di ghiaccio
“Il mio principe azzurro oggi si sposa, ma non con me”, Jin Zhi s’interruppe. “Non con me, ma non fa niente, la sposa può far finta di essere me, inchinarsi al mio principe, fare voto di castità e obbedienza, dedicarsi a lui anima e corpo, finché morte non li separi”.
Il maestro di cerimonie arrivò di gran carriera, inciampò sul bordo del palco e per poco non si ritrovò in ginocchio davanti a lei.
“Alzati, su”, esclamò lei afferrandogli il braccio, “non c’è bisogno di essere così formali!”.
Quello si rimise in piedi e si avvicinò per sussurrarle qualcosa all’orecchio.
“Se devi parlare, parla”, disse Jin Zhi ritraendosi, “ma a distanza di sicurezza! Il mio principe ci sta guardando”.
Yuan Zhe la chiamò due volte, facendo cenno di piantarla. Jin Zhi lo fissò, con il microfono sollevato che amplificava il suo respiro affannoso, come una marea crescente.
“Devo smetterla?”, gli chiese.
Lui rispose sempre a gesti.
“Il principe sei tu, a te la decisione, la tua parola è legge”. Schioccò le dita in direzione del deejay: “Music!”.
Dalle casse proruppe la marcia nuziale.
Jin Zhi piroettò sulle punte come un cigno e fece un inchino. Gli applausi scrosciarono, e qualcuno batté addirittura il palmo sul tavolo, gridando: “Bis!”.
Nie Yingying e suo padre erano rigidi come a un funerale. Sulle prime note della marcia si sussurrarono qualcosa poi, petto in fuori, cominciarono ad avanzare sul tappeto rosso. Quando raggiunsero lo sposo, il signor Nie ebbe un attimo di esitazione prima di cedergli il braccio della figlia.
Il maestro di cerimonie pronunciò le frasi di rito: una gran bella coppia, cent’anni di felicità, che possiate invecchiare insieme. Vuoi prenderla in sposa? In salute e in malattia, nella gioia e nel dolore, in ricchezza e in povertà? Vuoi prenderlo in sposo? Essergli fedele sempre, amarlo e onorarlo?
Gli invitati applaudivano entusiasti a ogni frase, qualsiasi cosa dicesse. I testimoni lessero il certificato di matrimonio, Yuan Zhe e Nie Yingying si scambiarono le fedi, e quando l’officiante disse che potevano baciarsi, Nie Yingying rimase impalata come una statua di ghiaccio mentre lui le sollevava il velo. Le sue labbra tese si scontrarono con la guancia di lei.
“Vi dichiaro marito e moglie!”, proclamò il maestro di cerimonie.
La performance di Jin Zhi fu filmata e pubblicata sul web, dove ottenne un record di visualizzazioni e una pioggia di commenti: “Lol!”, “Questa sì che è fuori di testa!”, “Alla faccia dell’amica!”.
Si sentì uno schiocco come se l’avesse colpito con un ventaglio. Jin Zhi sgranò gli occhi, si raddrizzò e tese la mano verso la caraffa di Nie Yingying. “Hai bevuto abbastanza”
Lei diede la colpa ai postumi della sbornia, e andò a vedersi i video solo perché gli amici la pressavano: “Meriterei un Oscar, altro che quelle attricette da quattro soldi”.
“Sei diventata virale”, la punzecchiai, “hai rubato la scena agli sposi”.
“L’importante è che nessuno le rubi il marito, altro che la scena!”.
Per scusarsi, organizzò una cena in loro onore. Yuan Zhe disse che non ce n’era bisogno, ma Nie Yingying accettò subito.
Jin Zhi prenotò al Ciliegio fiorito, un giapponese. I piatti variopinti riempivano il tavolo lungo e stretto come tanti fiori che galleggiano sull’acqua. Ci accomodammo sui due lati; Jin Zhi era di fronte a Yuan Zhe e Nie Yingying. Quando servirono il sakè caldo, Jin Zhi riempì tre bicchierini davanti a sé.
“Vi devo delle scuse…”, disse indicando i bicchieri, “questi significano: vi, chiedo, perdono! L’alcol è una brutta cosa, ubriacarsi è peggio, una donna che si ubriaca è il peggio del peggio, ma una donna che beve al punto di non rendersi conto di come si è ridotta va oltre ogni decenza, non ho il coraggio di guardarmi allo specchio!”. Li vuotò in un sorso. “Perdonami, Yingying, ti faccio le mie scuse. Sarai pure un gambo di sedano, ma magari riesci a comprendere un grosso cavolo come me”.
“Con la stazza che ti ritrovi, la vedo dura”, ghignò Nie Yingying, “non ce la farò mai a comprenderti tutta”.
L’alcol scorreva a fiumi. I novelli sposi sedevano al centro, e poiché tutti volevano aiutare Jin Zhi a rimediare, furono tempestati di brindisi. Il sakè era amabile e non troppo forte. Nie Yingying non sapeva dire di no, e dopo qualche giro aveva il caschetto scarmigliato e gli occhi annebbiati. Appoggiò un ginocchio sul tavolo sporgendosi verso Jin Zhi, le prese la mano e, mezza sdraiata, le sussurrò qualcosa all’orecchio, ma facendosi sentire da tutti.
“Tanto lo so che hai dormito con Yuan Zhe”.
“All’università abbiamo dormito in tenda in sei durante una gita, vale?”.
“Non avrai allungato le mani, o un piede?”.
“Avrei voluto, ma c’erano in mezzo tre persone e una pila di zaini. Mi sono limitata ad allungare l’occhio e il cuore”.
“Ancora peggio. La moglie conta meno di una concubina, la concubina meno di un’avventura e l’avventura meno di un bacio mai rubato. Allungare l’occhio conta come un furto andato male”, decretò Nie Yingying. Poi lanciò un’occhiataccia a Yuan Zhe e gli rifilò uno schiaffo. “Razza di pervertito!”.
Si sentì uno schiocco come se l’avesse colpito con un ventaglio. Jin Zhi sgranò gli occhi, si raddrizzò e tese la mano verso la caraffa di Nie Yingying. “Hai bevuto abbastanza”.
Lei le bloccò la mano. “Non toccare il mio sakè”.
“Basta bere!”, intervenne Yuan Zhe strattonandola.
Eravamo sconvolti. Sembrava una fata scesa in terra, uno spirito volpe uscito da una leggenda, un incantesimo di magia nera, non poteva essere vero
Nie Yingying stringeva la caraffa come se ne andasse della sua vita. Si scrollò di dosso la mano del marito, e i suoi capelli gli graffiarono la guancia come i denti di un pettine. “Levati dai piedi, carogna!”.
Nella saletta scese il silenzio.
“Ecco cosa sei”, disse Nie Yingying fissandolo, e scandì: “Una carogna putrescente, mangiata dalle larve”.
Jin Zhi le mollò un ceffone.
“Calma, calma, calma”, intervenimmo noi, precipitandoci a dividerle. “Avete bevuto abbastanza, dai…”.
“Te l’ho detto, hai fatto voto di castità e obbedienza al mio principe, devi dedicarti a lui anima e corpo”, disse Jin Zhi respingendomi, con gli occhi puntati su Nie Yingying. “Bevi due bicchieri e non ti ricordi più chi sei?”.
Nie Yingying si toccò la guancia e la fissò. “Mi hai picchiata?”.
“Te la sei cercata”.
“Mi ha dato uno schiaffo?”, ci domandò.
“No, no, no, avete bevuto troppo, su…”.
Nie Yingying afferrò un bicchiere e lo sbatté sul tavolo. Il fondo si infranse con uno schianto. Sul tavolo si formò una macchia d’acqua. In lacrime, avvicinò alla bocca il bicchiere ormai vuoto e riprese: “In tutta la mia vita, nessuno aveva mai osato torcermi un capello…”.
“Non ti è bastato?”, chiese Jin Zhi. “Posso dartene ancora”.
“Ah, sì?”, Nie Yingying alzò lo sguardo su di lei.
“Certo”.
“Smettetela”, intervenne Yuan Zhe tirando a sé la moglie. “Torniamo a casa”.
Lei si divincolò e lanciò il bicchiere in faccia a Jin Zhi. Ci mise così tanta forza che, se non fosse stato per Yuan Zhe che la tratteneva, sarebbe finita stesa sul tavolo.
Mentre si dirigeva al parcheggio, si voltò e mi sorrise. Dietro di lei c’era un lillà in fiore dal profumo inebriante. In quel colore e in quel profumo così intensi si dissolse fino a sparire
Il bicchiere si stampò sulla guancia di Jin Zhi come un grosso timbro trasparente. Lei fece una smorfia di dolore; la traccia circolare perse colore, poi apparve il sangue: prima a gocce, come tanti fagioli rossi, poi di colpo le colò sulla guancia come un torrente, le bagnò le labbra e dal mento finì sui vestiti. Quando aprì la bocca, anche i denti si tinsero di rosso.
“Ora siamo pari”.
L’indomani Yuan Zhe andò a trovare Jin Zhi. La sera prima avevano dovuto aiutarlo in tre per trascinare via dal ristorante Nie Yingying, che si dibatteva come un pesce nella rete, e metterla su un taxi. Gli altri avevano accompagnato Jin Zhi all’ospedale. I due tubi al neon sul soffitto del pronto soccorso, paralleli come un segno uguale, crepitavano emettendo la loro luce bianca; un infermiere reggeva una lampada chirurgica accecante; il medico di guardia operava Jin Zhi. Quando ebbe finito, dopo parecchio tempo, non poteva garantire di aver eliminato tutte le schegge.
Jin Zhi mi inviò decine di messaggi su QQ, non riusciva a dormire. L’anestetico le aveva gonfiato la faccia come un pallone, e la lingua era raddoppiata di volume. Passato l’effetto, le fitte spuntarono dai tagli come fili d’erba a primavera, pulsanti, insistenti. Quando si fece giorno, si mise alla finestra a osservare i vicini che andavano chi a scuola e chi al lavoro, e le macchine che come tanti insetti si incanalavano fuori dal complesso. Scattò alcune foto dell’alba e le pubblicò su Weibo con un indovinello: “Ho rovesciato il latte? O è una nuvola in cielo?”.
“Credo di essermi addormentata, mi ha svegliata la telefonata di Yuan Zhe”. Aveva silenziato il cellulare, ma aveva sentito la vibrazione. Guardò le notifiche, l’aveva chiamata più di venti volte e le aveva mandato un messaggio per dirle che era lì.
Jin Zhi guardò giù. Yuan Zhe era sotto una sofora in fiore, e il sole che filtrava tra le foglie disegnava delle scaglie argentate sulla sua camicia.
“Gli ho risposto che non mi andava di ricevere visite e che era solo un taglietto, non c’era niente da vedere”, mi raccontò. “Ma lui ha detto che doveva vedermi per forza, che non se ne sarebbe andato senza avermi vista. Ci siamo scambiati una decina di messaggi, e lui rimaneva lì. Alla fine mi sono alzata, mi sono lavata la faccia e i denti e mi sono cambiata, ho addirittura messo l’eyeliner e il mascara e ho nascosto la garza sotto un foulard. Quando mi ha vista sulla porta ha detto che sembravo una bellissima donna araba!
Si è scusato per Nie Yingying dicendo che è giovane e sprovveduta, di non abbassarmi al suo livello. Gli ho risposto che ognuna ci aveva messo del suo, ero stata io a cominciare, lei si era solo difesa.
Abbiamo bevuto un caffè. Di solito ho la parlantina sciolta, ma ora che eravamo a quattr’occhi non avevo niente da dirgli. Lui masticava le parole e sputava fuori una frase alla volta. Ha detto che si era accorto delle attenzioni, delle premure che avevo avuto per lui in questi anni, che era commosso. E che non se le meritava. Gli ho risposto che non avevo fatto niente di speciale, al massimo gli avevo procurato delle seccature. Lui ha detto che non ci aveva dormito la notte, per la mia ferita… Avevo il groppo in gola, cosa c’entra con te?, gli ho detto. È stata una baruffa, una scenata tra due donne ubriache. Tu non c’entri niente e poi con il fisico che mi ritrovo cosa vuoi che sia un taglietto? Lui mi ha guardata, ha sospirato e ha detto: il tuo unico difetto è che sei grassa. A quel punto non ho più trattenuto le lacrime”.
Fuori stava facendo buio. Le nuvole a ovest erano passate dal rosso fuoco a un grigio cenere, e si confondevano nel nero sempre più denso del crepuscolo.
Yuan Zhe la accompagnò in camera e la fece sdraiare, poi si mise sul letto accanto a lei. Jin Zhi non se l’aspettava. “Cosa…”.
Lui le baciò il collo, prima mordicchiandola e poi, come se temesse di averle fatto male, leccandola. Lei non riusciva a spiccicare parola, si sentiva molle come una coperta di piume, sollevò il braccio per respingerlo, ma sembrava fatto di ovatta. Yuan Zhe intrufolò una mano tra quelle di lei, e cominciò a sbottonarle i vestiti. Il cuore le batteva all’impazzata, era imbarazzatissima, sentiva le mani di Yuan Zhe che la toccavano dappertutto e si vergognava della sua stazza, del grasso. Doveva sembrargli una specie di mostro, avrebbe sentito che era flaccida come un pezzo di tofu? Salendole sopra, avrebbe avuto l’impressione di montare una vacca? Probabilmente era convinto che lei non aspettasse altro che andare a letto con lui, aveva deciso che era l’unico modo per consolarla. Si rimproverò di non averlo cacciato a calci quando si era sdraiato. Ora poteva solo sperare che la notte diventasse sempre più nera, e che i loro corpi si fondessero come burro nell’oscurità.
Prima di andarsene, lui la baciò sulla fronte. Lei gli sorrise, ma poi si accorse che la stanza era talmente buia che non si vedeva niente, senza contare che aveva ancora il foulard sulla faccia.
Jin Zhi pubblicò un post dicendo che voleva cambiare aria per un po’, poi sparì nel nulla.
All’inizio pensavamo che fosse andata a curarsi in un centro specializzato, e nessuno si preoccupò. Quando a un certo punto cominciammo a cercarla, scoprimmo che aveva cancellato gli account di QQ e Weibo, chiuso il blog e disattivato il numero di cellulare. Si era anche fatta sostituire al lavoro. Di lei non c’era traccia.
Formulammo ipotesi di ogni tipo: aveva incontrato l’uomo della sua vita in viaggio ed erano fuggiti insieme? Oppure, dopo il matrimonio del suo principe azzurro e ormai sfigurata, si era ricordata che “niente è più deprecabile della morte spirituale”, come dice Zhuangzi, e si era fatta monaca, passando dall’amore sensuale all’amore spirituale? Una donna che viaggia da sola rischia rapine o violenze, ma nel caso di Jin Zhi eravamo convinti che non sarebbe finita al centro di una notizia di cronaca. E poi se davvero fosse successa una disgrazia la polizia si sarebbe fatta viva. Senza di lei, alle nostre cene nessuno faceva a gara a scolarsi bottiglie di birra fino all’ultima goccia, nessuno monopolizzava il microfono al karaoke, non avevamo più un bersaglio per i nostri scherzi. Jin Zhi era il fulcro delle nostre rimpatriate, l’anima del gruppo.
All’ospedale la portarono immediatamente a fare la lavanda gastrica. Dovetti correre dietro al medico per dirgli che soffriva di una grave insonnia, aveva preso dei tranquillanti e bevuto della birra
“Jin Zhi, Jin Zhi”. La cercammo ovunque, su WeChat, su Weibo, sui gruppi di QQ: “Dove sei Jin Zhi, dove sei finita? Yuan Zhe ti cerca, non vede l’ora che torni alle nostre cene”.
Jin Zhi scomparve per diciotto mesi. Tornò da un giorno all’altro, senza avvisare, proprio come se n’era andata. Riapparve nel gruppo come Kim, con la rivisitazione di una poesia di Xu Zhimo: “Leggera torno, come leggera vado / Un fruscio della manica, e alle mie spalle le nuvole del cielo, e salici d’oro sul fiume”. Pubblicò foto di paesaggi coreani su WeChat, sempre con la stessa valigia arancione. Era stata in Corea! Possibile che non ci fosse venuto in mente?
Ripensammo ai tagli sulla guancia: certo che era andata in Corea. Per quanto fosse una dura, non lo era al punto da liquidare con una risata la cicatrice che la sfigurava.
“Annyeonghaseyo! Buonasera”, disse facendo il suo ingresso nella saletta privata del ristorante in perfetto orario, tirandosi dietro il trolley arancione protagonista delle foto di WeChat, pieno di regali.
Ci lasciò di stucco. Non era diventata una star del cinema o della canzone coreana tipo Song Hye-kyo, Jun Ji-hyun, Yoon Eun-hye o Han Ji-hye, ma aveva fuso insieme i loro tratti per dare vita a una nuova se stessa. Era sempre Jin Zhi, ma in una nuova formula, in salsa coreana. La sua faccia larga si era trasformata in un visino a punta, con le guance dimezzate, il naso due volte più sporgente e le labbra carnose a cuore. Aveva sempre avuto la carnagione chiara come la neve, ma ora a quella neve si era mescolato il latte, conferendole il candore di una perla. La cosa che saltava più all’occhio comunque era il peso. “È più facile che si abbassi una montagna che il suo peso”, dicevamo una volta, ora invece era dimagrita così tanto che nessuno la riconobbe quando entrò.
Eravamo sconvolti. Sembrava una fata scesa in terra, uno spirito volpe uscito da una leggenda, un incantesimo di magia nera, non poteva essere vero.
“Ti sei fatta una plastica? Totale? E come hai fatto a dimagrire? Sport o farmaci…?”.
“Sono così al naturale, va bene?”. Jin Zhi negò di essersi fatta la plastica: “Il grasso nascondeva la mia vera faccia, e voi non siete stati capaci di riconoscere la giada nemmeno avendola sotto gli occhi!”.
Almeno ammetteva di aver perso peso. Era stata in una clinica coreana specializzata in dimagrimento, e dopo sei mesi era diventata receptionist e testimonial del centro. Aveva perso trenta chili in un anno e mezzo. Le fotografie appese alla parete mostravano come si era trasformata dagli ottanta di partenza.
“Cambiavo a vista d’occhio”, ci raccontò allegra. “Addirittura negli ultimi mesi i nuovi arrivati non riuscivano a credere che fossi io, pensavano che le foto fossero ritoccate con Photoshop. Soprattutto i cinesi”.
Nemmeno noi le credevamo. Non del tutto. La trasformazione era troppo radicale, era una magia, un miracolo. Eravamo convinti che per spiegare quel cambiamento così drastico, dietro ogni sua affermazione ci fosse dell’altro. Noi ragazze le chiedemmo all’orecchio se avesse della pelle in eccesso, dopo aver perso tutti quei chili. Sempre bisbigliando, ci rispose che aveva fatto due operazioni per eliminarla e praticamente non aveva cicatrici, era stato solo molto costoso. In quell’anno e mezzo, oltre allo stipendio, aveva investito trecentomila yuan.
Il sacrificio non era stato solo economico. Quella sera Jin Zhi praticamente non toccò cibo. Si fece versare mezzo bicchiere di vino rosso, che sorseggiò lentamente. Aveva le unghie smaltate d’argento e un’eleganza scheletrica aveva sostituito i cuscinetti paffuti sul dorso della mano. Quando portarono il maiale alla Su Dongpo, quello che “fa venire l’acquolina in bocca anche in sogno”, ne assaggiò un boccone appena.
“Per un mese ho mangiato solo rape e carote bollite. Ero così depressa che mi mettevo alla finestra e volevo buttarmi giù. Una volta ho divorato un foglio di carta perché c’erano sopra immagini di piatti appetitosi…”. Rideva osservando le nostre espressioni. “E questo è niente: ho visto con i miei occhi donne che si facevano togliere due costole per avere il vitino da vespa, osteotomie del mento, liposuzioni e rinoplastiche. Dopo l’operazione, gonfie come maiali e fasciate come polpette di riso in foglie di bambù, piangevano e strillavano perché non si riconoscevano. I medici ci dicevano sempre che la chirurgia estetica è come una seconda vita. Ora siete all’inferno, una volta fuori avrete le chiavi del paradiso”.
Yuan Zhe in tutta la serata le rivolse la parola una sola volta: “La cicatrice è scomparsa?”.
Jin Zhi annuì.
Al momento dei saluti, naturalmente fu lui ad accompagnarla. “Il principe accompagna la principessa, cose da pazzi!”. Li scortammo al taxi, li guardammo salire ciascuno dal suo lato, vicini vicini sul sedile posteriore, e li salutammo con la mano.
In meno di un mese riprese la vita di prima. Aveva lasciato il lavoro dicendo che aveva problemi di salute e non aveva chiesto né un’aspettativa né la liquidazione. Ma dopo la sua partenza gli affari degli uffici locali dell’azienda avevano subìto un tracollo. Erano convinti che avesse preso un altro ramo e quando scoprirono che non era così, e che era rientrata, furono loro a portare il ramoscello d’ulivo. I medici che avevano collaborato con lei in passato rimasero sconvolti dal suo nuovo aspetto. Ora che si era trasformata in un bocconcino appetitoso, non era più lei a organizzare le cene, ma i primari e i direttori sanitari a rincorrerla. La raffica di notifiche del suo cellulare faceva da sottofondo alle nostre serate. Lei gli gettava un’occhiata e lo silenziava, non rispondeva quasi mai, in genere si limitava a sbuffare e alzare gli occhi al cielo.
“Mi chiamano solo per parlare di chirurgia estetica e dimagrimento”, commentava con un sorriso amaro.
“Non sei solo un mito”, la prendevamo in giro noi, “ma un vero miracolo!”.
Nel bel mezzo di una di queste serate si presentò Nie Yingying.
“Vi ho trovati con questo”, disse agitando l’iPhone, “non potevo mancare neanche stavolta”.
Sei mesi prima Yuan Zhe se n’era andato di casa. Diceva che il matrimonio era stato un colpo di testa, aveva sposato la prima ragazza bella e ricca che aveva trovato; che Nie Yingying non sapeva stare al mondo, e lasciava tutti i lavori di casa o a lui o a una persona che pagavano a ore; che le interessava solo starsene tutto il giorno con il cellulare in mano a fare foto. Nie Yingying pubblicava decine, centinaia di post al giorno: ogni albero e cespuglio, piatto e bicchiere; se mangiava, beveva o andava in bagno; postava perfino foto di Yuan Zhe sotto la doccia, in biancheria intima, addormentato. Trasmetteva quasi in diretta la vita del marito sulle chat degli amici. Non sapeva cosa volesse dire avere una vita privata, nei commenti, poi, scriveva di tutto, e nemmeno le sfuriate di lui servivano a qualcosa: solo così riusciva a sentirsi viva.
“Allora è vero, Jin Zhi. Che cambiamento!”, disse Nie Yingying squadrandola. “Avevo visto le foto su WeChat, ma pensavo fossero photoshoppate…”.
“Cosa sei venuta a fare?”, le chiese Yuan Zhe guardandola storto.
“L’ultima volta che ci siamo viste le ho fatto del male, ma ero ubriaca, non l’ho fatto apposta, non potevo non venire a scusarmi di persona”, rispose. Liquidato Yuan Zhe, tornò a guardare lei: “Scusami Jin Zhi, tu che vali molto più di me potrai mai perdonarmi?”.
Jin Zhi sorrise, aggiunse una sedia, la invitò ad accomodarsi e disse al cameriere di portare un coperto in più.
“La guancia te l’hanno sistemata benissimo, e ti sei fatta ingrandire gli occhi, gli altri magari non lo notano, ma io sì. L’hanno fatto un sacco di mie compagne, a nessuna però è venuto così bene. Sono proprio bravi i chirurghi coreani, come hanno fatto per alzarti il setto? Dicono che in aereo a volte le narici di chi si è rifatto il naso si girano verso l’alto, e gli viene un grugno come quello di un maiale, che orrore, è vero?”.
Jin Zhi ridacchiò.
“Vattene”, disse Yuan Zhe, “se ti serve qualcosa ci sentiamo domani”.
“Perché ce l’hai tanto con me?”, ribatté lei. “Sono ancora tua moglie sulla carta, lo dice l’avvocato. Non tocco cibo da stamattina, ho talmente fame che potrei mangiare anche te”.
Prese le bacchette e si avventò sulle pietanze, qualcuno le versò da bere, qualcun altro si mise a parlare del tempo. I peschi sono in fiore, è uno spettacolo. E anche i pruni, gli albicocchi, i peri. Sia i fiori di pruno che quelli di pero sono bianchi, ma i petali del pero sono un po’ più grandi. O sono i pistilli a essere diversi? Comunque, il parco è tutto in fiore, come tante nuvole bianche. Non a caso gli antichi dicevano “il fiore non è fiore, la nebbia non è nebbia”. Perché non andiamo tutti insieme in Giappone per la fioritura dei ciliegi? Potremmo approfittarne per fare un po’ di shopping! O in Corea, i ciliegi dell’isola di Jeju non hanno niente da invidiare a quelli giapponesi.
“Potremmo approfittarne per fare un’altra plastica”, approvò Nie Yingying alzando la mano. “Io per prima”.
“I ciliegi ci sono anche nel parco dall’altra parte della strada, orsù, ‘leviam la lanterna per ammirarli, ebbri di vino’”, intervenne qualcuno per sdrammatizzare. “È tutta la sera che stiamo qui seduti. Alla nostra!”.
Brindammo e vuotammo i bicchieri. Jin Zhi continuava con il vino rosso e si limitò a un sorso.
“Come hai fatto a dimagrire?”, chiese Nie Yingying prima ancora di aver deglutito. “Su WeChat dicono che mangiavi solo rape, ma io non ci credo. C’è chi ottiene grandi risultati con il cibo per cani, ma non ho mai sentito di nessuno che sia dimagrito a forza di rape. Hai il verme solitario? O ti sei fatta rimpicciolire lo stomaco? Ti droghi…?”.
“Tu sì che te ne intendi”, la interruppe Jin Zhi ghignando. “Le hai provate tutte, eh?”.
Riportammo il discorso sugli ultimi pettegolezzi. Avevano appena arrestato il direttore dell’ospedale, girava voce che avessero trovato più di trenta milioni in contanti nel suo attico, nascosti in una pigna di libri. I giornali avevano titolato: “Nei libri si celano tesori inestimabili”, naturalmente con “tesori inestimabili” tra virgolette.
“E il direttore aveva anche uno stuolo di amanti”, rincarò Nie Yingying. “Ma si sa che oggi le amanti vanno di moda…”.
Nie Yingying non voleva concedere il divorzio. Quando Yuan Zhe si era trasferito, aveva acconsentito, ma ora diceva che ci doveva pensare. Dopo qualche giorno disse che andava bene, poteva sopravvivere alla separazione, ma avrebbe stabilito lei i passi per arrivarci, e tanto per cominciare lui doveva tornare a casa.
“Uniti nella buona e nella cattiva sorte”, spiegò. “Ci tengo alla forma”.
Con Yuan Zhe di nuovo a casa, Nie Yingying ricominciò a pubblicare frammenti della sua vita sui social network. Scattava selfie in posa sul letto con gli occhi languidi e lo sguardo provocante, mentre Yuan Zhe dormiva come un sasso alle sue spalle. Oppure fotografava dei dettagli: i loro piedi intrecciati, gli spazzolini incrociati, due tazze da caffè vicine con i manici che formavano un cuore.
“È lei l’unica protagonista, sceneggiatrice e regista, io non c’entro niente”, si sfogava Yuan Zhe. “Mentre la matrigna con i suoi consigli decide la strategia nelle retroguardie. Una volta non potevano vedersi, si prendevano per i capelli, ora sembrano sorelle”.
I trucchetti maldestri di Nie Yingying non valevano niente, ma la sua matrigna era tremenda, una capace di prosciugare tre fiumi con una fornace. Quando t’incontrava era tutta un sorriso, ma dietro quel sorriso c’era un pugnale. Con la sua tecnica impareggiabile, era riuscita a plagiarli entrambi, prima il padre e poi la figlia.
“Sei bella e intelligente, hai i soldi e un lavoro”, cercai di consolare Jin Zhi. “Gli uomini spunteranno come il bambù a primavera, se non è Yuan Zhe, sarà un Li Zhe, un Wang Zhe o uno Zhao Zhe”.
“Tutte le strade portano a Roma?”, mi rispose lei sorridendo. “Me lo dico anch’io. Ma a quanto pare non sono molto sveglia. Per quanto me lo ripeta, finisco sempre nel solito tunnel senza uscita”.
Aveva bevuto un caffè senza zucchero, e prima di andarsene si fece incartare due porzioni di tiramisù. Yuan Zhe andava da lei tutte le sere dopo il lavoro, cenavano, bevevano il tè e lui tornava a casa solo a notte fonda.
Quel giorno Jin Zhi indossava un tailleur viola con la gonna sotto il ginocchio e portava una borsa di Chanel bianca. Mentre si dirigeva al parcheggio, si voltò e mi sorrise. Dietro di lei c’era un lillà in fiore dal profumo inebriante. In quel colore e in quel profumo così intensi si dissolse fino a sparire.
Quando prese in mano la situazione, la matrigna non usò mezze misure. In qualche modo, riuscì a raccogliere informazioni su tutte le tresche passate di Jin Zhi, compresi i due uomini che aveva avuto in Corea: un chirurgo estetico e il proprietario di un ristorante di zuppa di coda di bue. Si procurò date, luoghi, testimoni e perfino delle foto. Diede appuntamento a Yuan Zhe e gli piazzò davanti una busta di carta. Non disse cattiverie su di lei, e soprattutto non ne fece parola con Nie Yingying.
Jin Zhi era appena uscita dalla doccia, mi aprì in accappatoio. Con solo qualche faretto acceso, il soggiorno era nella semioscurità, sembrava di stare sott’acqua. Mi fece strada verso la cucina, sul tavolo c’era una bottiglia stappata con i calici già pronti. Versò il vino e mi raccontò dei trucchetti della matrigna, picchiettando sulla busta appoggiata sul piano della cucina.
“Yuan Zhe cosa dice?”.
“Che non gli importa, il passato è passato”. Bevve un sorso e sorrise: “Le belle parole sono come un volto rifatto, le magagne prima o poi vengono a galla”.
Si era raccolta i capelli bagnati alla bell’e meglio; l’acqua si raccoglieva sulle punte delle ciocche ribelli sopra le orecchie, per poi gocciolare giù come tante lacrime.
Jin Zhi cominciò a soffrire d’insonnia, scriveva dei post a notte fonda con sciocchezze di ogni genere. Nie Yingying invece non si faceva notare, non diede segni di vita per quasi un mese, pubblicava pochissimi messaggi. Poi disse che era stata baciata dalla fortuna: era incinta.
Chiamai Jin Zhi: “Non sarai così stupida da crederle”.
“È vero. Yuan Zhe me l’ha confermato”.
“E non si vergogna?”, mi infuriai.
“Sono marito e moglie, è un loro diritto”.
“Ma se aveva il suo fiorellino in casa, che bisogno aveva di andare a cogliere quello di un altro giardino?”.
“Guarda che sono io quella che va di fiore in fiore”. Aveva una voce strana, un po’ impastata, come se fosse ubriaca. “Stavolta è stata una delle tante, sono io quella esuberante, che vive in una perenne primavera!”, concluse con una risata.
Le chiesi d’incontrarci. Per stare tranquilla dovevo vederla in faccia. Dopo che l’ebbi pregata in ogni modo, finalmente acconsentì. Decidemmo di andare a mangiare gamberi d’acqua dolce alla sichuanese con due amiche.
La tavola era imbandita con gamberi, pesce al vapore, granchi piccanti e altri piatti saltati.
“Uno spargimento di sangue, ma con gusto”, ghignò Jin Zhi.
Era pallida come il cielo prima dell’alba. Nel mese in cui non ci eravamo viste le erano venute le borse sotto gli occhi e due grosse occhiaie nere. Ci disse che l’insonnia non le dava tregua. Inghiottì due pastiglie prima della birra, e altre due dopo.
“Non vorrai addormentarti qui”.
“Mi basterebbe dormire”, rispose, “e poi svegliarmi e scoprire che è tutto un sogno”.
“Non vale la pena ridursi così per Yuan Zhe”, le dissi, “né per nessun altro”.
“In amore perde chi si fa prendere”, ribatté lei, “e io ho perso dieci anni fa”.
Andammo in bagno e quando tornammo l’amica che era rimasta al tavolo con lei ci disse: “Ne ha prese altre, non sono riuscita a fermarla”.
“Non è niente, non mi fanno più effetto”, mi rassicurò Jin Zhi. “Chiama Yuan Zhe, digli che ho preso delle pasticche”.
“Alzati”, dissi tirandola per un braccio, “ti porto in bagno a vomitare”.
“Aspetta, prima chiamalo”.
“Sei fuori di testa, cazzo? Cos’ha di così speciale da ridurti in questo stato?”.
“Sì cazzo, sono fuori di testa, completamente andata!”, sghignazzò. “E per curarmi servono misure drastiche. Prima è stata la Corea, ho fatto quello che dovevo fare e poi sono tornata. Stavolta è uguale, me ne vado affanculo, giuro!”.
Chiamai Yuan Zhe con l’assistente vocale, ma aveva il telefono spento.
“Dice che mi ama. Che ha capito di amarmi mentre ero via, che si era innamorato già della Jin Zhi grassa…”.
Aveva ancora il sorriso stampato in faccia, ma stava svanendo, e lo sguardo era sempre più spento. Scivolò all’indietro, la sostenni a fatica.
Perse conoscenza prima dell’arrivo dell’ambulanza. Avevamo cercato di farla vomitare, ma teneva i denti serrati. Era pallida come un cencio, come se ci stesse lasciando davvero.
Chiamavamo Yuan Zhe a turno, ma invano. Mandammo dei messaggi su WeChat a lui e a Nie Yingying: Jin Zhi ha cercato di suicidarsi con delle pasticche. Porco cazzo, Yuan Zhe, dove sei finito?
All’ospedale la portarono immediatamente a fare la lavanda gastrica. Dovetti correre dietro al medico per dirgli che soffriva di una grave insonnia, aveva preso dei tranquillanti e bevuto della birra.
Lui spinse la barella nell’ambulatorio senza rallentare il passo.
Le era esplosa la pancia. Pallido come un cencio, il medico mi chiese perché non l’avessi avvisato che Jin Zhi aveva un palloncino nello stomaco.
Non capivo: cos’aveva nello stomaco?
“Un palloncino”.
“E perché?”.
“E che ne so? Forse per dimagrire”, rispose il medico. Tra la sacca di soluzione fisiologica, il cibo, la birra e il liquido della lavanda gastrica, lo stomaco si era riempito fino a scoppiare.
Yuan Zhe e Nie Yingying arrivarono insieme.
“È vero che ha preso delle pasticche?”, mi chiese lui. “Di cosa?”.
“Che sceneggiata”, sibilò Nie Yingying, “chi crede di spaventare?”.
Indicai l’ambulatorio e gli dissi di andare a vedere con i loro occhi.
Lei si rifiutò. Yuan Zhe ebbe un attimo di esitazione, ma alla fine entrò da solo. Lo sentimmo urlare. Una pausa, poi di nuovo. Nie Yingying ebbe un sussulto e si aggrappò a me.
Sapevo cosa aveva visto Yuan Zhe: Jin Zhi era sdraiata, con la faccia trasparente come ghiaccio. Il suo corpo giaceva lì, con il cuore in pezzi, le budella in poltiglia, distrutto nelle viscere. Avevo tentato di urlare anch’io, ma non ci ero riuscita. Avevo vomitato l’anima in bagno, poi mi ero incollata alla parete come un affresco, incapace di muovere un passo.
Yuan Zhe uscì un passo alla volta, percorso da brividi di freddo e piegato in due come se avesse i crampi. Nie Yingying corse a sostenerlo. “Cos’è successo?”, chiese gettando un’occhiata alla stanza.
Cominciò a tremare anche lei, come contagiata. Solo dopo essersi appoggiati al muro riuscirono a calmarsi, a fatica, e allora mi guardarono.
“Jin Zhi dice che ti ama”, dissi a Yuan Zhe. “Ti amava da morire”. ◆
Jin Renshun
è una scrittrice che vive a Changchun, nel nordest della Cina. Nata nel 1970, ha scritto un romanzo e varie raccolte di racconti e saggi. Il titolo originale di questo racconto è Jinian wo de pengyou Jin Zhi (In ricordo della mia amica Jin Zhi). La traduzione è di Alessandra Pezza.
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1390 di Internazionale, a pagina 78. Compra questo numero | Abbonati