Carri armati alimentati da carburanti verdi. Suona strano, ma per Shena Britzen è quello che servirebbe. Da quasi tre anni lavora affinché siano al più presto disponibili milioni di litri di cosiddetti elettrocarburanti (e-fuel). Britzen dirige il “programma idrogeno” del colosso tedesco degli armamenti Rheinmetall. Poche cose sono più inquinanti delle armi, forse solo la guerra stessa. Un singolo volo di un jet da combattimento F-35 spara in aria più anidride carbonica di quella emessa in media da un cittadino tedesco in due anni e mezzo. Ora in tutta Europa le aziende cercano soluzioni verdi per l’industria bellica: si progettano carri armati con motore elettrico, propulsori ibridi e sistemi di difesa aerea che risparmiano energia. Ma alla base di questi sforzi non c’è l’ecologia, afferma Britzen. “Vogliamo i combustibili sintetici non perché sono sostenibili, ma perché ci rendono più indipendenti”.

Eppure, nell’esercito molti nascondono a fatica “un sorrisetto condiscendente” nei suoi confronti, racconta Stefan Bayer, professore di economia politica all’università Helmut-Schmidt delle forze armate tedesche. I pregiudizi sono tanti. E poi non ci sono problemi più urgenti dei carri armati a emissioni ridotte? Ma secondo Bayer, chi ignora questo aspetto mette a rischio l’efficienza dell’esercito tedesco. Prima di tutto, spiega l’economista, la crisi climatica sarà all’origine di un maggior impegno delle forze armate: inondazioni, siccità, migrazioni e nuovi conflitti richiederanno l’intervento delle truppe. Inoltre, poiché la moderna tecnologia militare richiede ancora prevalentemente energia fossile, l’esercito tedesco resterà dipendente dagli altri paesi se non abbraccerà il cambiamento. “Le navi non partiranno, i carri armati non spareranno, gli aerei non decolleranno. E la Russia avrà semplicemente la strada libera”, dice Bayer.

Per fortuna, osserva Britzen, la sua azienda ha la soluzione giusta da vendere all’esercito. Il progetto si chiama Giga-Ptx. Centinaia di impianti dovrebbero produrre carburanti sintetici, quelli ottenuti grazie all’energia elettrica generata con idrogeno e anidride carbonica. Sole, vento, acqua, anidride carbonica: tutto questo c’è già in Europa. La Germania potrebbe produrre i combustibili sintetici in autonomia.

Nel frattempo diverse aziende lavorano ad altre tecnologie alternative per l’esercito. Si comincia dalle cose più semplici: pannelli solari sui tetti delle caserme, generatori portatili a metanolo, accumulatori di energia per cannoni o batterie che si ricaricano da sole durante la marcia. Ma le tecnologie verdi entrano anche nei grandi progetti: per esempio gli Stati Uniti hanno testato delle navi da guerra alimentate a biocarburante.

In secondo piano

Quella degli armamenti sostenibili non è una nicchia, afferma Shiloh Fetzek, ricercatore dell’International institute for strategic studies di Londra. Già nel 2014 la Nato ha inaugurato un Green defense framework, ma il tema è passato in secondo piano con la guerra della Russia in Ucraina. “Gli attuali problemi ai confini della Nato hanno preso il sopravvento sulla preoccupazione per l’energia”, dice Fetzek. È un paradosso, dato che proprio il conflitto ucraino ha evidenziato il problema della dipendenza dalle fonti fossili.

Può testimoniarlo Robert Šipec. Il comandante sloveno ha cominciato a pensare alle fonti d’energia alternative nel 2013, quando rimase in Afghanistan per dieci mesi. Ogni notte un generatore diesel vibrava accanto alla sua tenda, disturbandogli il sonno. Ma quello non era l’unico problema. I campi in Iraq e Afghanistan richiedevano enormi quantità di combustibili per generatori e veicoli. I centri logistici erano quindi un attraente obiettivo militare. “I taliban non attaccavano i soldati, ma i convogli del carburante”, dice Bayer. “Con la conseguenza che nessuno voleva più trasportarlo”. Secondo la Nato, tra il 2003 e il 2007 in Afghanistan e in Iraq sono morti circa tremila soldati statunitensi durante il trasporto di carburante e acqua. Oggi Šipec è responsabile dell’efficienza energetica e della transizione verde dell’esercito sloveno.

Tra le soluzioni proposte c’è Indy, un progetto per lo sviluppo di accampamenti militari autonomi ed efficienti dal punto di vista energetico. Ci lavorano 13 paesi dell’Unione europea con 31 partner provenienti dall’industria, dalla ricerca e dai ministeri.

Finora i test pratici sono stati pochi, ma la visione è chiara: i campi militari devono diventare più indipendenti dalla logistica e provvedere autonomamente al loro sostentamento. Per riuscirci serve un mix di tecnologie verdi: gli impianti eolici, solari e geotermici dovrebbero fornire l’energia da immettere in piccole reti elettriche indipendenti; batterie che accumulano l’energia in eccesso ed elettrolizzatori per la produzione di idrogeno. Entro il 2050 il campo militare dovrà essere a zero emissioni. Entro il 2030 si prevede di ridurre del 40 per cento il consumo di energie fossili e del 35 per cento la logistica.

La maggior parte dei progetti è ancora nella fase pilota. Per farli progredire, dice Bayer, servirebbero più soldi. Spesso le soluzioni verdi sono più care perché non possono essere prodotte in serie. Anche Britzen è alla ricerca di fondi per i suoi carburanti sintetici. La Rheinmetall vuole costruire gli impianti solo quando l’esercito li avrà ordinati. Ma le forze armate non vogliono prendere in considerazione l’idea finché è sulla carta.

Il piano di Britzen prevede centinaia di stabilimenti in tutta Europa. “È più difficile attaccare 500 piccoli impianti piuttosto che cinque grandi raffinerie”, dice. Un impianto dovrebbe occupare circa quindicimila metri quadrati. A giugno, a Francoforte sul Meno, è stato inaugurato un impianto di carburanti sintetici. È il più grande d’Europa e produrrà fino a 2.500 tonnellate di carburanti all’anno. L’obiettivo prefissato dal Giga-Ptx è da questo punto di vista – per dirla con cautela – molto ambizioso. Come ha dichiarato Britzen, il progetto dovrebbe rendere disponibili venti milioni di tonnellate di carburanti sintetici all’anno. Abbastanza per rifornire la Nato in caso d’emergenza. Al solo governo tedesco costerebbe 35 miliardi di euro, stando alle stime della Rheinmetall. Una somma considerevole, più del triplo del fatturato del gruppo nel 2024. Britzen ha un’altra carta da giocare: in tempi di pace lo stato potrebbe gestire gli impianti per vendere diesel sintetico al settore civile. ◆ nv

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Questo articolo è uscito sul numero 1642 di Internazionale, a pagina 101. Compra questo numero | Abbonati