Un patto segreto di sangue e denaro ha legato per vent’anni due uomini: uno teneva lo scettro, l’altro i cordoni della borsa. Ma oggi, anche se la guerra civile in Siria non è ancora finita e i ribelli mantengono il controllo dell’importante territorio di Idlib, sembra che il primo si senta abbastanza forte da aver voluto rompere quel patto, o forse che sia stato costretto a farlo. Il presidente Bashar al Assad ha fatto cadere il suo potente cugino, Rami Makhlouf, allo stesso tempo amico d’infanzia, tesoriere e uomo più ricco del paese.
Il 19 maggio Rami al Harami (Rami il criminale, come è soprannominato Makhlouf in Siria) ha annunciato che lo stato ha ordinato il sequestro di tutti i suoi beni. L’autorità siriana per il controllo delle telecomunicazioni “ha sequestrato il mio denaro e quello di mia moglie e dei miei figli, anche se il suo problema è con la mia azienda, non con me personalmente”, ha fatto sapere con un video pubblicato su Facebook, facendo riferimento a Syriatel, la più grande compagnia di telecomunicazioni della Siria. Makhlouf ha aggiunto che gli è stato “vietato di lavorare con lo stato per cinque anni”.
I siriani già da mesi sospettavano la caduta in disgrazia del “re della Siria”, che secondo alcuni esperti controllerebbe fino al 60 per cento delle attività economiche del paese. Ma non si aspettavano che sarebbe stato lui a rompere l’altro patto che lega i pezzi grossi del regime, quello dell’omertà.
Makhlouf l’ha fatto in un modo totalmente inedito per la Siria, con due video pubblicati il 30 aprile e il 3 maggio sulla sua pagina Facebook in cui denuncia “l’ingiustizia” di cui è vittima e le intimidazioni dei servizi di sicurezza contro il personale delle sue aziende. In questi due lunghi video Makhlouf è vestito sobriamente, indossa una giacca e, sotto, una volta una maglietta, l’altra una camicia a righe. Implora quello che chiama rispettosamente “Signor presidente”. Nel primo video dice: “Non le sarò d’impaccio. Quando ho capito che per lei ero un fardello ho abbandonato i miei affari”. Lui che frequenta solo palazzi, parla da un luogo angusto, che fa pensare a una piccola cantina o a un rifugio sotterraneo, sicuramente per dare un tono drammatico all’intervento o per mostrare che la sua vita è in pericolo.
Afferma di avere un coltello (sottinteso: quello del presidente) puntato alla gola, perché lo stato pretende da lui più di 162 milioni di euro, e chiede una ristrutturazione del debito della Syriatel per garantire la sopravvivenza dell’azienda. “Ho pagato quello che dovevo e se necessario pagherò ancora, ma ridistribuite il mio denaro ai poveri”, supplica Makhlouf. I siriani, prostrati dalla povertà, dalla mancanza di beni essenziali e dai prezzi dei prodotti alimentari raddoppiati in un anno, devono essere rimasti indignati da queste cifre, tirate in ballo da un uomo la cui fortuna è stimata in più di cinque miliardi di dollari.
Nel secondo video Makhlouf si spinge oltre, denunciando l’arresto dei responsabili delle sue aziende da parte delle forze dell’ordine. Si tratta di 59 dipendenti da aprile, di cui quaranta lavoravano per la Syriatel e 19 per l’associazione Al Bustan, come ha confermato l’Osservatorio siriano per i diritti umani, con sede a Londra.
Era il primo in tutto grazie agli appoggi e alla protezione del dittatore siriano
La cosa ancora più imperdonabile è che Makhlouf ricorda ad Assad il ruolo svolto dalle sue aziende nella repressione della rivoluzione, quando hanno facilitato lo spionaggio dei dissidenti. “Ti sei dimenticato degli immensi servizi resi dai dipendenti della Syriatel agli apparati di sicurezza?”, insiste. E aggiunge perfino che la persecuzione di cui si ritiene vittima costituisce “una violazione delle leggi e della costituzione” nei confronti di chi è stato “il più grande sostenitore dell’apparato di sicurezza nel corso della guerra”. “Signor presidente, non lo permetta”, supplica Makhlouf.
Legati a vita
Il dittatore e il suo finanziatore, che hanno rispettivamente 54 e 51 anni, sembrano però legati a vita. Insieme hanno sistematicamente depredato la Siria. Il clan Makhlouf era già molto potente sotto il regno di Hafez al Assad grazie al padre di Rami, Mohammed Makhlouf, che oggi, gravemente malato, vive a Mosca. Nominato direttore dell’Organizzazione generale del tabacco, Mohammed cominciò a costruire la sua fortuna grazie a questo monopolio, a cui seguirono un posto da dirigente in una delle sei banche di stato e un ruolo da intermediario tra il governo e vari fornitori, che gli permise d’intascare commissioni esorbitanti.
Jihad Yazigi, direttore del sito economico The Syria Report, ricorda che “oltre alle sue attività commerciali, svolte quando formalmente era solo un funzionario, Mohammed Makhlouf ha avuto un importante ruolo come mentore di Bashar al Assad. Così Bashar è diventato amico di Rami. I due hanno condiviso molte esperienze in gioventù”.
Con la conquista del potere da parte di Bashar al Assad nel luglio del 2001, Rami diventò l’uomo d’affari numero uno della Siria. Pochi mesi più tardi il nuovo presidente affidò proprio al suo amico d’infanzia lo sviluppo della telefonia mobile nel paese. “La crescita dell’influenza di Rami è stata notevole perché a differenza del padre, rimasto per tutta la vita un funzionario, lui ha incarnato i cambiamenti che hanno investito l’economia siriana, cioè la liberalizzazione economica e la modernizzazione”, aggiunge Jihad Yazigi. “La sua ascesa ha coinciso con quella di Bashar e con il nuovo modello economico che il presidente ha voluto realizzare in Siria”.
Dopo la creazione della Syriatel, un grande successo commerciale, Makhlouf si lanciò nel commercio duty free, nelle assicurazioni, nelle banche, nel turismo. Era il primo in tutto, ovviamente, grazie agli appoggi politici e alla protezione del dittatore siriano. “Quando fu liberalizzato il settore bancario, Makhlouf comprò delle quote della filiale locale della banca libanese Byblos. Quando furono autorizzate le compagnie assicurative, investì nella Compagnia nazionale delle assicurazioni. Quando fu aperta la borsa di Damasco investì in una società di intermediazione, la Cham Capital. Nel giro di dieci anni aveva creato decine di società, intestate a suo nome o a quello del suo fondo di investimento, l’Al Machreq investment funds”, spiega ancora Yazigi.
Aveva le mani ovunque. Dalla costruzione di strade agli idrocarburi (in collaborazione con la compagnia statunitense Devon) e al commercio al dettaglio, passando per l’elettricità e il trasporto aereo. “Controllava interi settori dell’economia. Nessuno poteva investire in certi ambiti senza passare per lui”, sintetizza Yazigi. E guai a chi si metteva di traverso o denunciava irregolarità nei contratti, come l’ex presidente della camera di commercio di Damasco ed ex deputato Riad Seif, finito in galera per molti anni. Infine, tutte le rotte del traffico internazionale di droga, in particolare quelle del captagon e dell’hashish della valle libanese della Beqaa, portano a lui, come hanno mostrato alcuni recenti sequestri in Egitto.
Economia di guerra
Quando scoppiò la rivoluzione Makhlouf inizialmente cercò di non attirare l’attenzione, dato che rappresentava più di chiunque altro la corruzione del regime. Già all’inizio dell’insurrezione i manifestanti incendiarono gli uffici della Syriatel al grido di “Fuori, fuori. Makhlouf vattene”. Nel frattempo lui continuava a gestire il suo impero finanziario senza dare troppo nell’occhio, adattandolo alle nuove condizioni determinate dal collasso dell’economia tradizionale e dalla nascita di un’economia di guerra, con la frammentazione del paese in diverse zone nemiche tra loro, la creazione di nuovi circuiti commerciali e la militarizzazione della società. Si lanciò anche in nuove attività, tra cui l’importazione del petrolio, perché la produzione locale ormai sfuggiva al controllo del regime.
Il miliardario usò la sua fortuna anche per sostenere Bashar al Assad. Creò Al Bustan, una fondazione benefica destinata in particolare ad aiutare le famiglie dei militari del regime caduti in combattimento, che gli consentì di intercettare gli aiuti umanitari forniti dall’Onu alla Siria. La fondazione comprendeva una divisione paramilitare di circa ventimila uomini e una serie di milizie usate per reprimere le prime manifestazioni pacifiche nel 2011. Finanziò anche il Partito nazionalista sociale siriano (d’ispirazione fascista, il cui simbolo raffigurante un vortice imita la svastica nazista), uno dei pochi ammessi nel paese oltre al Baath.
Nella reciproca fiducia tra Bashar al Assad e il suo grande finanziatore ci sono state delle incrinature. È noto che nel 2000 la famiglia Makhlouf si oppose al matrimonio del presidente con Asma, perché lei era di confessione sunnita. Probabilmente anche perché la banchiera londinese non nascondeva le sue ambizioni. Nel giorno delle nozze nella comunità alawita molti indossarono una cravatta nera.
Il regime braccato
L’inizio della caduta di Makhlouf è diventato evidente nell’estate del 2019, quando le autorità hanno preso il controllo di Al Bustan e hanno sciolto le sue milizie. E a dicembre, quando il ministero delle finanze ha congelato i beni di molti uomini d’affari per evasione fiscale e per arricchimento illecito durante la guerra, tra le persone prese di mira c’erano l’amico d’infanzia del presidente e sua moglie.
Settembre 2019 Il governo siriano sequestra i beni dell’associazione Al Bustan, sospettata di finanziare delle milizie filogovernative, che sono smantellate. L’associazione appartiene a Rami Makhlouf, il cugino per parte materna del presidente siriano Bashar al Assad. Prima della rivoluzione del 2011, Makhlouf controllava circa il 60 per cento dell’economia del paese.
Dicembre Il governo congela i beni di alcuni uomini d’affari, tra cui Makhlouf, accusati di evasione fiscale e di essersi arricchiti in modo illegale durante la guerra.
30 aprile 2020 In un video pubblicato su Facebook Makhlouf fa sapere che il governo ha imposto alle sue aziende, tra cui la Syriatel, principale operatore telefonico del paese, il pagamento di più di 160 milioni di euro in tasse arretrate.
3 maggio In un nuovo video Makhlouf denuncia l’arresto dei dirigenti delle sue società da parte delle forze di sicurezza.
19 maggio Makhlouf annuncia che lo stato ha ordinato il sequestro di tutti i suoi beni.
21 maggio Il ministero della giustizia vieta a Makhlouf di lasciare la Siria.
Middle East Eye, Al Jazeera
Nei due video Rami Makhlouf si rivolge soprattutto alla comunità alawita, che insieme all’esercito, ai servizi di sicurezza e al partito Baath è il quarto pilastro su cui poggia il regime. Ed è questa comunità (il 10 per cento circa della popolazione) che ha beneficiato della generosità del miliardario tramite le sue fondazioni. Per questo Makhlouf gode di una certa popolarità tra le famiglie alawite provate dalla guerra. Una popolarità difficile da quantificare ma che, nonostante l’eccezionale corruzione associata al suo nome, sembra superare anche quella del presidente, accusato di prolungare inutilmente la guerra sul fronte di Idlib.
“Rami ha avvertito la crescente pressione per metterlo da parte”, continua Jihad Yazigi. “Ha tentato a lungo di resistere, prima di giocare la sua ultima carta ed esporre i dissidi familiari”, e quindi di rompere la legge del silenzio, con tutti i rischi che questo comporta. Ma come si spiega questa caduta del “re della Siria”? Forse il regime ha un disperato bisogno di risorse, di fronte a una terribile crisi economica e alle pressioni di Mosca, che non vedendo comparire i soldi della ricostruzione, da cui le sue imprese trarrebbero vantaggio, chiede di essere ricompensata economicamente per il suo intervento militare.
Il politologo Khattar Abu Diab, esperto della regione, conferma che il regime è braccato da ogni parte: “Oltre alle sanzioni internazionali, è colpito duramente dalla crisi finanziaria del Libano, e l’Iran non ha più soldi. In più negli Stati Uniti si prepara a entrare in vigore il Caesar act, una legge che renderà possibili dei meccanismi di sanzione contro qualunque stato, azienda o individuo che abbia rapporti economici con il regime di Assad. Senza contare che il conflitto ha introdotto altri protagonisti, come l’uomo d’affari Samer Foz, che ha costruito un impero grazie all’economia di guerra”.
Michel Duclos, ex ambasciatore francese a Damasco, insiste anche sul ruolo che potrebbe aver giocato Asma. La moglie del presidente, dopo aver sconfitto un cancro di cui i mezzi d’informazione hanno parlato moltissimo, è tornata alla ribalta presentandosi come la regina dell’anticorruzione. Secondo Duclos, “sta preparando fin da ora la successione di suo figlio Hafez, che ha 19 anni e studia all’accademia militare. Asma sta facendo di tutto perché un giorno possa essere lui a controllare il paese. Ma perché questo succeda, bisogna emarginare il clan Makhlouf”.
Potrebbe essere lei quindi a prendere il comando della Syriatel, che secondo un’inchiesta del giornale tedesco Der Spiegel presto cambierà nome in Ematel. “In questo affare s’intrecciano politica e relazioni familiari”, aggiunge Michel Duclos. “Fa pensare alla saga degli Atridi, il mito greco, con nuovi episodi ogni dieci o quindici anni. Negli anni ottanta ci fu la lotta fratricida tra Hafez al Assad e suo fratello Rifaat, che, sconfitto, fu costretto a rifugiarsi a Parigi. Poi, nel luglio del 2012, ci fu l’omicidio di Assef Shawkat, ex capo dei servizi di sicurezza del regime e marito di Bushra, sorella maggiore di Bashar”. Ci sono pochi dubbi sul fatto che Shawkat sia stato ucciso perché tentava di stabilire dei legami con i paesi occidentali.
Dietro le quinte
A Rami Makhlouf toccherà lo stesso destino? Michel Duclos non lo esclude, ricordando che Assef Shawkat, quando fu ucciso, era già in pensione e contava poco. Ecco forse il motivo dei video: proteggersi. Dopo la loro diffusione, se Makhlouf dovesse morire di morte violenta sarà difficile credere che si sia trattato di suicidio.
Intanto Russia e Iran osservano con attenzione questa nuova guerra degli Atridi. Mosca non sembra dispiaciuta di questo scontro che rischia di indebolire Teheran, a cui Maklouf era legato. E certamente in questi ultimi mesi il Cremlino non perde occasione per colpire Bashar al Assad, come ha mostrato la recente pubblicazione di un articolo sul quotidiano russo Gosnovosti, in cui si rivela che mentre la Siria sprofondava nella miseria il presidente ha comprato The Splash, una celebre tela di David Hockney venduta all’asta da Sotheby’s per circa 26 milioni di euro. Era un regalo per Asma. Lei, la virtuosa per eccellenza, si prepara a occupare il posto vuoto lasciato da Rami. Rami il criminale. ◆ fdl
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Questo articolo è uscito sul numero 1360 di Internazionale, a pagina 44. Compra questo numero | Abbonati