Se camminate abbastanza, all’aeroporto di Heathrow potete trovare tutto. Vicino al terminal 2, oltre la stazione degli autobus, sotto un cavalcavia, potete perfino trovare Dio. La cappella dell’aeroporto è un bunker di pietra senza finestre in fondo a una scalinata. Il 2 marzo, all’ora di pranzo, c’era una decina di dipendenti dell’aeroporto che assisteva alla messa. Una funzione dal tono sorprendentemente affettuoso e surreale, che si è conclusa con una versione a cappella di Amazing grace. All’uscita, ho comprato un santino con san Cristoforo, patrono dei viaggiatori.

La maggior parte dei passeggeri non sente l’esigenza di un simile rituale. Da decenni attraversare i continenti non è un atto di fede, ma un fatto della vita. Volare è diventato banale: facciamo il check-in da soli, attacchiamo le etichette sulle nostre valige, scegliamo il posto sull’aereo. Viaggiare è diventato solo una serie di trucchi. Abbiamo smesso di cambiare i soldi in aeroporto, di applaudire per l’atterraggio andato liscio e perfino di meravigliarci di poter andare a Hong Kong per un matrimonio nel weekend. Ma ora è arrivato il Covid-19.

L’ingresso del Colosseo a Roma, 8 marzo 2020 (Matteo Bastianelli)

In sintonia con paure

Per buona parte della mia vita adulta, “diventare virale” è stata una cosa positiva. Il nuovo coronavirus ha guastato questa metafora. Ci ha ricordato che il mondo non è poi così controllabile come credevamo. Ci sono rischi che non si possono ridurre passando attraverso uno scanner o travasando i liquidi in contenitori da 100 ml. Il Mobile world congress di Barcellona e la Fiera del libro di Londra sono stati annullati. Twitter ha imposto a tutto il suo personale di lavorare da casa, e l’uscita del nuovo film di James Bond dall’infelice titolo No time to die (Non è tempo di morire) è rimandata a novembre. Il numero di decessi non è ancora paragonabile a quello di un’influenza stagionale, ma le conseguenze del virus sono molto più vaste. Sono andato a Heathrow per toccarle con mano, e ho trovato l’aeroporto sinistramente vuoto.

“È tranquillo dall’inizio del mese”, dice un impiegato della British Airways accennando al grande atrio del terminal 5, un monumento alla globalizzazione. La compagnia britannica ha cancellato i voli per la Cina, per l’Italia e altri paesi. Altre compagnie hanno registrato un netto calo delle prenotazioni e un aumento dei passeggeri che non si presentano alla partenza.

Il virus è un’epidemia dei nostri tempi. Forse più di qualsiasi altra malattia a memoria d’uomo, è in sintonia con le paure della nostra società. Negli ultimi anni abbiamo assistito alla nascita di gruppi che si preparano alla fine del mondo, persone ricchissime che progettano la fuga in caso di un collasso della società. La politica ha già rinunciato ai confini aperti e alle catene di rifornimento globali. In Europa un buon numero di persone ha smesso di volare perché si sente in colpa per il cambiamento climatico. E già sono stati cancellati alcuni grandi tornei sportivi internazionali a causa delle condizioni meteorologiche estreme. L’anno scorso ai mondiali di rugby due partite sono state annullate a causa di un tifone. A gennaio, durante l’Australian open di tennis, un giocatore è svenuto perché aveva inalato il fumo degli incendi. Le Olimpiadi di Tokyo di quest’anno potrebbero slittare.

Basilica di San Giovanni in Laterano a Roma, 8 marzo 2020 (Matteo Bastianelli)

La società moderna è un incontro di lotta tra chi, come gli ambientalisti, pensa che corriamo rischi senza precedenti, e chi preferisce concentrarsi sulle opportunità senza precedenti. È un’epoca in cui si discute seriamente della possibilità di un’estinzione degli esseri umani ma anche della loro immortalità. La pandemia potrebbe modificare la nostra percezione del possibile. Secondo l’esperto di Harvard Marc Lipsitch, almeno un adulto su cinque, anche fino al 60 per cento della popolazione mondiale, sarà contagiato. Quasi tutti, forse il 98-99 per cento di loro, sopravvivranno. Ne usciremo con un nuovo senso di vulnerabilità? Accetteremo l’idea che i nostri orizzonti non sono poi così aperti?

La lezione della maggior parte delle pandemie è che non lasciano nessuna lezione. L’influenza del 1918 probabilmente uccise più persone della prima guerra mondiale, più di cinquanta milioni di vittime, ma viene trattata come una nota a margine del conflitto.

Le epidemie vanno e vengono, lo fanno da secoli, e possono sembrare troppo imprevedibili per essere interpretate. Quando arrivò la peste bubbonica, i nostri antenati la presero come una punizione divina per i peccati degli uomini. A contraddire questa teoria, la peste uccise anche molti preti. Perciò, invece di avvicinare i peccatori alla chiesa, forse li allontanò.

Le epidemie possono cambiarci in due modi. Primo, possono farci riflettere. Come sa bene chiunque abbia avuto anche un semplice raffreddore, la malattia favorisce l’introspezione. John Donne aveva la febbre quando scrisse la sua ode alla collaborazione, possibile attacco al puritanesimo, che comincia con “Nessun uomo è un’isola”. Virginia Woolf sosteneva che la malattia ci spinge a “essere sinceri come i bambini… si dicono cose, si rivelano verità che la cauta rispettabilità della salute nasconde”. Il secondo cambiamento è strutturale. La peste bubbonica accelerò la disgregazione del feudalesimo britannico: morirono così tanti contadini che i proprietari terrieri persero il potere su di loro. La prima guerra mondiale accelerò la nascita del lavoro femminile: dopo che le donne avevano sostituito gli uomini nelle fabbriche, ormai il dado era tratto. Se l’influenza del 1918 lasciò un segno, fu probabilmente quello di accelerare l’arrivo della sanità pubblica.

Accettare l’imprevedibilità

Gli ideologi si sono già impossessati del Covid-19. Donald Trump ha dichiarato che il virus giustifica maggiori controlli alle frontiere. Bernie Sanders lo usa per invocare la sanità pubblica gratuita. Matt Stoller, un attivista della campagna per la regolamentazione delle multinazionali, ha affermato che il virus segna la fine della “politica dei ricchi”, cioè della politica “che non presta attenzione a quello che crea veramente la ricchezza”.

Ultime notizie
L’Oms proclama la pandemia

◆ L’11 marzo l’Organizzazione mondiale della sanità ha annunciato che l’epidemia del nuovo coronavirus è una pandemia. Nel mondo i contagi sono più di 120mila.

◆ L’Italia è il secondo paese al mondo, dopo la Cina, per contagi e vittime. Secondo i dati ufficiali dell’11 marzo, i casi totali nel paese sono 12.462, tra cui 10.590 persone attualmente positive al virus, 1.045 guarite e 827 morte. L’11 marzo il governo ha stanziato 25 miliardi per affrontare l’emergenza. Il 9 marzo il presidente del consiglio Giuseppe Conte ha firmato un decreto, valido fino al 3 aprile in tutto il territorio nazionale, per limitare gli spostamenti e vietare ogni forma di assembramento nei luoghi pubblici.

◆ Nel resto d’Europa i paesi con più casi di contagio sono la Spagna (2.174), la Francia (1.784) e la Germania (1.629). La Spagna ha annunciato la chiusura delle scuole nella comunità autonoma di Madrid e, come altri paesi, la sospensione dei collegamenti aerei con l’Italia. La Francia ha annunciato che i principali eventi sportivi si svolgeranno senza pubblico. In Germania il 9 marzo sono stati registrati i primi due decessi. Il Regno Unito (382 casi) ha stanziato 30 miliardi di sterline contro l’epidemia. L’Austria (206 casi) ha sospeso i collegamenti ferroviari con l’Italia e ha annunciato la chiusura quasi totale della frontiera terrestre tra i due paesi. Con la comparsa dei primi due casi a Cipro, tutti i paesi dell’Unione europea sono stati raggiunti dal virus. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato una serie di misure per aiutare gli stati e le aziende in difficoltà. È prevista anche un’applicazione più flessibile del patto di stabilità.

◆ Nel resto del mondo i paesi con più contagi, a parte la Cina, sono l’Iran (9.000), la Corea del Sud (7.755) e il Giappone (581). Negli ultimi giorni Seoul ha ridotto i contagi grazie a una strategia d’informazione capillare e di responsabilizzazione della popolazione. In Australia sono stati registrati 107 casi. In Africa il paese con più casi è l’Egitto (60), in America Latina è il Brasile (34).


Ma questo virus potrebbe anche spingerci a riconsiderare quanti spostamenti – vacanze, viaggi di lavoro, convegni – sono davvero essenziali. La minaccia del terrorismo non ci ha fatto smettere di volare. Dall’11 settembre 2001 il numero dei passeggeri aerei statunitensi è aumentato di un terzo, quello globale è più che raddoppiato. Ma l’epidemia, soprattutto se si ripeterà periodicamente, potrebbe convincere molte persone che viaggiano per affari a usare le video­conferenze al posto di voli ad alto tasso di emissioni di CO2. Potrebbe perfino incoraggiare gli uomini a lavarsi più spesso le mani (anche se la mia visita alle toilette di Heathrow non è stata molto rassicurante da questo punto di vista). Potrebbe spingere la Cina a chiudere finalmente i mercati che vendono animali vivi, da dove probabilmente la malattia si è diffusa agli esseri umani. E le possibilità non finiscono qui.

Sconvolgendo le nostre vite e provocando dolorose tragedie, il virus potrebbe cominciare a farci accettare l’imprevedibilità. Sappiamo del pericolo costituito dalla resistenza agli antibiotici, del conflitto tra Stati Uniti e Cina e del collasso degli ecosistemi. Eppure queste minacce ci sembrano lontane. Come si può tornare indietro adesso che la Qantas offre un volo diretto da Londra a Sydney, o che le aziende progettano valigie ultratecnologiche? In un mondo di possibilità sempre nuove è difficile percepire la fragilità umana. Questo forse spiega perché gli abitanti dei paesi ricchi sono meno preoccupati del cambiamento climatico rispetto a quelli dei paesi poveri. Secondo il sito YouGov, il 70 per cento degli indiani pensa che il cambiamento climatico influirà molto sulla loro vita, rispetto a meno del 20 per cento di britannici, tedeschi e scandinavi. E gli europei e gli statunitensi probabilmente credono meno degli asiatici che il riscaldamento globale provocherà una nuova guerra mondiale o la nostra estinzione.

Economia
I timori dei mercati

◆ La paura che il nuovo coronavirus si diffonda in molti paesi bloccandone l’attività economica ha gettato nello scompiglio i mercati finanziari. Il 9 marzo 2020, poco dopo l’apertura della giornata di contrattazioni, la borsa di Wall street perdeva già il 7,3 per cento. Le autorità di mercato sono state costrette a sospendere la seduta per fermare il panico. Lo stesso giorno hanno chiuso in perdita anche le borse europee. All’apertura quella tedesca di Francoforte scendeva dell’8,3 per cento: l’ultima volta era successo dopo gli attentati dell’11 settembre. Gli investitori vendono per comprare titoli più sicuri e oro. Temono che la risposta dei governi alla crisi non sia efficace. Il 10 marzo, infatti, c’è stata una risalita dopo che il governo statunitense ha annunciato un piano per affrontare l’emergenza e l’Unione europea ha stanziato 25 miliardi di euro. Reuters


In occidente c’è una tale abbondanza che ci imponiamo dei limiti da soli: inventiamo il mese di gennaio senza alcol, i lunedì senza carne e così via. Accettiamo queste limitazioni perché ce le siamo imposte da soli e pensiamo che siano un bene per noi. Il passo successivo è accettare le limitazioni imposte dalla collettività e utili per la collettività. L’esperienza personale delle avversità sembra fare la differenza: i ricercatori britannici hanno scoperto che è più probabile che le persone colpite dalle alluvioni siano preoccupate per il cambiamento climatico, scelgano di ridurre il proprio consumo di energia e siano favorevoli a politiche per la riduzione delle emissioni. Il nuovo coronavirus non è provocato dalla crisi climatica, ma crea lo stesso sconvolgimento che potremmo dover affrontare in futuro. La preoccupazione per l’ambiente è calata durante la crisi finanziaria, perché la gente aveva problemi più urgenti. Ma stavolta potrebbe andare diversamente. Il virus è arrivato dopo una serie di avvertimenti: la rovente estate del 2018 in Europa, gli incendi in California e in Australia, le inondazioni ovunque, dal Regno Unito all’Indonesia.

Lo storico Philip Zeigler ha scritto che dopo la peste bubbonica l’europeo medio “viveva nella costante attesa di una catastrofe. Forse per la sua quasi totale ignoranza di come funziona il mondo”. Noi siamo più fortunati, sappiamo come fermare il riscaldamento globale, dobbiamo solo farlo. La nostra vulnerabilità non si ferma qui. Toby Ord, filosofo di Oxford, nel suo nuovo libro _The precipice. Existential risk and the future of humanity _analizza i rischi esistenziali che si prospettano per il genere umano. Sostiene che nel ventesimo secolo ci siamo concentrati sulla guerra atomica. Oggi i pericoli sono altri, alcuni creati da noi: il cambiamento climatico, l’intelligenza artificiale, la guerra biologica. “Nel ventesimo secolo, le probabilità di estinzione della specie umana o di un irrecuperabile collasso della civiltà erano una su cento”, scrive Ord. “Adesso sono una su sei: una roulette russa”. Una su sei erano anche le probabilità, secondo l’analisi statistica del New York Times, che Donald Trump aveva di diventare presidente degli Stati Uniti. Ord sostiene che il nostro attuale senso del pericolo – quello che ci fa decidere quando è sicuro attraversare la strada – non è sufficiente per affrontare minacce così terribili. Dobbiamo completamente rivederlo.

La lezione del virus

Il Covid-19 non è il punto ideale da cui far partire questa riflessione: neanche le pandemie peggiori hanno portato all’estinzione. Ma questo virus potrebbe almeno insegnarci qualcosa. Se adesso possiamo accettare i voli cancellati, le scuole chiuse, gli eventi sportivi annullati, forse in futuro potremo accettare anche altre limitazioni. Se oggi possiamo contare sulla collaborazione internazionale, forse in futuro potremo appellarci allo stesso spirito.

Un anno fa avrei trovato ridicola l’idea di fare scorta di generi alimentari. Ma nel 2019, quando il governo britannico ha minacciato più volte una Brexit senza accordo, è diventata la norma. E ora che con il nuovo coronavirus è di nuovo d’attualità, mi sono accorto che ero preparato. L’altra sera ho fatto le mie scorte alimentari. Tra non molto potrei dovermi autoisolare in casa per due settimane. Ho pensato che in fondo non ho bisogno di andare in molti posti, che quasi tutto lo posso fare al computer.

A Heathrow, i pochi viaggiatori che circolavano non avevano paura ed erano decisi a volare. “Non mi piace l’isteria di massa”, dice Val, uno psicanalista di ritorno dall’Australia. “Sarebbe stato peggio non volare. Andavo a trovare miei familiari”. Roger, un simpatico signore di 83 anni, stava rientrando da una trasferta della sua squadra di calcio, l’Aston Villa. “Mia moglie diceva ‘non andare, uccide gli anziani’. Ma io le ho detto: ho avuto l’influenza, ho avuto raffreddori, non sarebbe molto diverso. Perché cambiare le abitudini di una vita?”.

L’aeroporto, però, raccontava una storia diversa. Non solo era vuoto. I terminal erano tappezzati di poster con l’immagine di un elefante e scritte come: “La nostra impronta di carbonio. Non possiamo girarci intorno”. A un certo punto, dobbiamo cambiare le abitudini di una vita. A un certo punto, ci serve una spintarella per convincerci a farlo. Se lo shock del Covid-19 non è sufficiente per farci rivedere le nostre abitudini, che cos’altro potrà riuscirci? ◆ bt

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Questo articolo è uscito sul numero 1349 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati