Lu ha passato tutta la sua vita adulta dietro a un volante. Alla guida del suo taxi per giorni, anni, decenni, avrebbe potuto dimenticare, visto il ritmo con cui la Cina stava cambiando. Ma è successo il contrario. Con l’età, il bisogno di capire non ha fatto che rafforzarsi. Come una necessità naturale, nel paese dell’oblio. “Ho bisogno di sapere cosa mi è successo quand’ero bambino, cos’è successo alla mia famiglia”, dice quest’uomo dalla carnagione scura e con un forte accento dell’Henan.
Aveva circa sei anni quando quattro delle sette persone che componevano il suo nucleo familiare morirono, nel 1959 e nel 1960. Nonostante all’epoca fosse un bambino, ricorda perfettamente il momento in cui la fame travolse il villaggio, sua madre che gli ordinava di mangiare la corteccia degli alberi mentre i vicini si gettavano sugli escrementi degli uccelli. Ricorda che il nonno paterno fu il primo a morire, durante il capodanno lunare del 1959, poi toccò alla sorella di quattro anni, il cui corpo era stato messo in una cesta per essere portato fuori di casa. Oggi, a 72 anni, ha ancora impresso nella mente il viso della bambina nella cesta e ricorda anche il fratellino morto nel maggio del 1960, seguito dal nonno materno. Al Capodanno lunare del 1961 erano rimasti solo lui, la madre e il padre.
A partire da queste immagini conservate nella memoria, Lu ha sentito il bisogno di capire meglio il contesto dell’epoca e di cercare le responsabilità. Così quando è andato in pensione, nel 2020, ha cominciato a frequentare le biblioteche pubbliche. In Cina i libri su argomenti sensibili mancano dagli scaffali, ma alcuni documenti dall’apparenza innocua possono rivelarsi utili, come una tabella delle esportazioni di cereali cinesi alla fine degli anni cinquanta: è una prova che la Cina di allora esportava il raccolto dei suoi contadini che morivano di fame per acquistare, in cambio, macchinari dalla Russia.
Introvabile è anche l’opera di riferimento sul tema, Lapidi, il meticoloso lavoro dello storico e giornalista Yang Jisheng (Adelphi 2024), che è circolato clandestinamente negli ambienti intellettuali di Pechino dopo la sua uscita nel 2008, ma pochissimo nelle regioni rurali. Lu ha comunque potuto consultare una versione online ed è arrivato a una conclusione: “Questa catastrofe è la catastrofe di Mao!”. Come tutte le persone intervistate per questo articolo, preferisce usare uno pseudonimo. La realtà storica è ancora un tabù nell’Henan, dove è vietato mettere in discussione il passato. In termini di vite umane, “il grande balzo in avanti” – com’era chiamata dalla propaganda dell’epoca – è la macchia più pesante nella storia della Repubblica popolare cinese, ma anche una delle meno discusse.
Nel 1957, in risposta al leader sovietico Nikita Chruščëv, che ambiva a raggiungere la produzione industriale degli Stati Uniti in quindici anni, Mao Zedong annunciò che la Cina avrebbe superato quella del Regno Unito nello stesso periodo di tempo, un termine poi ridotto a dieci anni negli slogan di rilancio irrazionale che impose al suo paese.
Così molti contadini furono costretti ad abbandonare i campi per andare a lavorare, talvolta fino a morire di sfinimento, nei cantieri delle grandi dighe e canali costruiti in tutta fretta. Nel frattempo i dirigenti del Partito comunista cinese, temendo le purghe, annunciavano raccolti record ma del tutto irrealistici per dare l’impressione di soddisfare, e perfino superare, le aspettative di Pechino. Inoltre furono imposte delle pratiche agricole apparentemente miracolose, ma in realtà distruttive per i terreni agricoli come l’“aratura profonda” e la “semina intensiva”, che era impensabile criticare. Alcuni funzionari locali mettevano un mucchio di paglia sotto il grano per dare l’illusione di un raccolto abbondante.
Obiettivi insensati
Nel 1958 furono istituite le mense popolari per completare la collettivizzazione della vita cinese. Qui le famiglie dovevano consumare tutti i pasti. Ad alcune furono confiscati gli utensili da cucina per aumentare la produzione delle fonderie metallurgiche locali. Ma già dall’inizio del 1959 si serviva ben poco cibo in queste mense, e presto più nulla. Chi cercava di scappare era picchiato a sangue. I contadini cinesi morivano nelle loro case o sulle strade dei villaggi, percorse nella speranza di trovare qualcosa da mangiare. Sono stati documentati casi di cannibalismo. Bisognerà aspettare il 1961 perché Pechino diventi meno rigida nel raggiungimento dei suoi obiettivi insensati.
Il demografo statunitense Ansley Coale (1917-2002) ha valutato il costo umano del grande balzo in avanti in un numero di morti compreso tra i 16,5 milioni, limitandosi al divario demografico ufficiale di quel periodo, e i 27 milioni, tenendo conto della massiccia sottostima dei decessi. Secondo Yang Jisheng le vittime sarebbero circa 36 milioni, mentre lo storico olandese Frank Dikötter della Hoover Institution (collegata all’università di Stanford negli Stati Uniti) pensa che si aggirino intorno ai 45 milioni. In ogni caso si è trattato di una carestia di una portata senza precedenti nella storia umana, soprattutto in tempo di pace. Ma nell’Henan, che fu una delle province più duramente colpite, così come nel resto del paese, non esiste un monumento ufficiale dedicato a questa catastrofe causata dalla politica di Mao.
In fondo al suo campo un contadino del sud dell’Henan ha piantato due lapidi in memoria delle vittime. L’uomo – fortunato, perché è morto di vecchiaia all’inizio di aprile – raccontava spesso il giorno in cui una donna lo aveva trovato sul ciglio della strada dov’era svenuto per inedia e gli aveva servito una ciotola di porridge, salvandogli la vita.
“La catastrofe della Rivoluzione culturale è ufficialmente riconosciuta, mentre la carestia non lo è, si parla sempre di tre anni ‘difficili’”
Probabilmente perché ha colpito soprattutto i contadini, meno capaci d’influire sulla narrazione nazionale, il grande balzo in avanti è ancora pochissimo dibattuto in Cina, a differenza della rivoluzione culturale. “La catastrofe della rivoluzione culturale è ufficialmente riconosciuta, mentre la carestia non lo è, si parla sempre di tre anni ‘difficili’. La memoria della rivoluzione culturale è stata plasmata dal fatto che ha colpito le élite politiche, che hanno potuto esprimersi sull’argomento”, spiega Zhou Xun, storica della Cina moderna all’università dell’Essex, nel Regno Unito.
Intorno alla rivoluzione culturale si è formata una generazione di giovani istruiti, accomunati dall’esperienza come guardie rosse, prima di essere inviati da Mao ai lavori agricoli in campagna alla fine degli anni sessanta. Al contrario, il grande balzo in avanti, il disastro delle classi contadine, esiste solo nella memoria orale delle famiglie dei sopravvissuti. “Non si è costruita un’identità collettiva”, constata Zhou Xun.
Per i sopravvissuti, che con l’età scompaiono uno dopo l’altro, sembra quasi sconveniente affrontare il trauma di quella fame così lontana nel tempo in una Cina che dovrebbe guardare al futuro. Inoltre i funzionari locali temono l’ira dei loro superiori se viene rievocato quel pesante passato, e preferirebbero parlare con più ottimismo della loro regione, valorizzando per esempio la gigantesca fabbrica di auto elettriche BYD, la cui produzione è cominciata nel 2023 a Zhengzhou, la capitale della provincia.
◆ “Quando il 9 settembre 1976 Mao Zedong, fondatore della Repubblica popolare cinese, morì, lasciò un’eredità storica profondamente contraddittoria. Aveva plasmato il racconto della rivoluzione, della nazione da costruire e dell’indipendenza, ma lasciava dietro di sé anche un immenso trauma dovuto a campagne politiche e persecuzioni”, scrive Li Jinhan sul sito della Deutsche Welle. “Mezzo secolo dopo, la Cina è radicalmente cambiata”, aggiunge Le Monde, “ma il Partito comunista cinese (Pcc) tiene viva la leggenda di Mao”. Avendo portato il Pcc al potere, continua il quotidiano francese, Mao rimane ancora oggi un punto fermo, ma anche il fardello più grande. Tra la popolazione la percezione del leader varia molto, plasmata dalla propaganda e dalla storia ufficiale ma anche dalle esperienze, molto diverse, delle singole famiglie. Dall’inizio degli anni cinquanta 500 milioni di cinesi furono vaccinati contro il vaiolo e dal 1957 aprirono centri di prevenzione delle epidemie in due terzi del paese. Ma tra il 1958 e il 1961 decine di milioni di persone morirono a causa della carestia provocata dal “grande balzo in avanti”. Grazie al Pcc il tasso di alfabetizzazione in Cina passò dal 20 per cento nel 1949 al 66 per cento nel 1982. Ma, a causa della rivoluzione culturale (1966-1976), gli alunni si rivoltarono contro gli insegnanti, in certi casi uccidendoli. Per quei dieci anni l’istruzione superiore fu sospesa. Nel 1981, per volere di Deng Xiaoping, il Pcc adottò una risoluzione con cui ammetteva i gravi errori del grande timoniere, ma “se si giudica la sua intera attività, i suoi contributi alla rivoluzione cinese superano di gran lunga i suoi errori”.
Rivangare il passato
Ancora oggi solo pochi in Cina conoscono la portata di quella catastrofe. Per i genitori era meglio non parlare di quegli anni terribili ai figli, che fuori casa avrebbero potuto criticare il Partito. Quando aveva circa vent’anni, Lu chiese a suo padre di spiegargli perché così tante persone fossero morte intorno a loro tra il 1959 e il 1961, ma lui evitò la discussione e si limitò a rispondergli che non era successo nulla, lasciandolo interdetto. Solo più tardi ha capito che cercava di evitargli dei problemi. Molti altri, aderendo alla narrazione ufficiale, preferiscono incolpare i funzionari locali, che non avrebbero riferito la gravità della situazione a Mao, piuttosto che prendersela con il responsabile stesso di quella politica.
“Nei decenni la paura di parlare è stata il sentimento dominante. Il timore di essere presi di mira per aver evocato la realtà”, racconta una donna sulla cinquantina. Preferendo non dire il suo nome, si stupisce che alcuni considerino notizie false le decine di milioni di morti citate dagli utenti su internet. A chi osa parlarne sul social network WeChat viene rapidamente bloccato l’account. “Non si tratta di una perdita di memoria per negligenza, ma di un oblio imposto”, dice la donna. Anche se ha cominciato a parlare della carestia con sua figlia, non è ancora riuscita a evocare gli episodi peggiori, come un caso di cannibalismo a cui sua madre aveva assistito. Suo fratello, invece, è contrario: gli sembra strano questo rivangare il passato, dato che oggi i cinesi vivono molto meglio.
La catastrofe ha tuttavia segnato per sempre l’Henan. Alcuni villaggi si sono ritrovati quasi deserti al termine di quei tre anni. Anche la fiducia nel Partito comunista ne ha risentito. I princìpi sono stati capovolti dalle leggi della sopravvivenza. “Le persone oneste sono state in realtà le più stupide. Non hanno nascosto nulla dando tutto il raccolto alla collettività e sono quindi morte per prime, mentre chi aveva nascosto un po’ di riso è sopravvissuto. La conclusione è che più si mentiva, più si avevano possibilità di sopravvivere”, dice un altro uomo che vive nella regione. ◆ adr
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Questo articolo è uscito sul numero 1685 di Internazionale, a pagina 62. Compra questo numero | Abbonati