L’estate scorsa una donna che passeggiava in un parco naturale vicino a Utrecht, nei Paesi Bassi, ha visto in lontananza quello che le è sembrato un grosso cane giocoso che correva verso i suoi due figli. Pochi secondi dopo ha sentito il maggiore, di sei anni, che urlava disperatamente. L’animale lo stava trascinando nel bosco; due adulti che si trovavano per caso lì vicino sono riusciti a scacciarlo colpendolo con dei bastoni. Il bambino aveva segni di morsi e graffi di artigli sul fianco e sul torace, ed è stato portato in ospedale. Ad aggredirlo non era stato un cane, ma un lupo.

Le analisi del dna prelevato dalla maglietta insanguinata del bambino hanno confermato che il responsabile era Bram, il lupo più famigerato dei Paesi Bassi. Due mesi prima aveva morso una donna a una gamba. L’estate precedente aveva travolto un bambino ed era sospettato di aver tentato di azzannarne un altro. Ancora prima aveva mostrato un insolito interesse per i cani.

Un gregge di capre ai margini del Parco nazionale delle foreste casentinesi, 2026 (Yago Soria, Yago Soria)

Dopo i primi attacchi di Bram gli esperti di lupi avevano raccomandato vari tipi di interventi, tra cui catturarlo per applicargli un collare gps oppure usare proiettili di vernice per spingerlo a evitare gli esseri umani. Ma le associazioni animaliste avevano fatto ricorso in tribunale e non era stato adottato nessun provvedimento. Nel maggio 2025, dopo il morso alla donna, la provincia di Utrecht aveva autorizzato il suo abbattimento, ma gli attivisti avevano fatto nuovamente ricorso. Un giudice aveva autorizzato l’uccisione di Bram proprio pochi giorni prima dell’aggressione al bambino.

Il nuovo incidente ha alimentato un dibattito già fortemente polarizzato sulla rapida crescita della popolazione di lupi nei Paesi Bassi. Gli attacchi agli esseri umani sono molto rari – la maggior parte dei lupi li teme e li evita – ma stanno uccidendo un numero crescente di pecore, e gli allevatori olandesi chiedono misure di controllo. Alcuni politici hanno sostenuto che il paese più densamente popolato dell’Europa occidentale dovrebbe essere semplicemente dichiarato “zona libera dai lupi”. Gli studiosi sono presi tra due fuochi: da un lato gli attivisti antilupo e dall’altro gli animalisti contrari a misure come il collare gps. Alcuni ricercatori hanno perfino ricevuto minacce di morte.

Dibattiti simili sono in corso in tutta Europa. Grazie a rigorose tutele legali, a partire dal 2000 il lupo grigio (Canis lupus) è tornato a diffondersi rapidamente, soprattutto nelle regioni occidentali del continente dove era stato sterminato nell’ottocento. È “un grande successo delle iniziative di conservazione”, dice Joachim Mergeay dell’Istituto di ricerca per la natura e le foreste, in Belgio. Ma l’aumento delle uccisioni di bestiame, insieme a una manciata di attacchi alle persone, sta mettendo a dura prova la convivenza. Alcuni cittadini hanno deciso di agire da soli: alla fine di aprile nel Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise sono stati trovati 18 lupi morti e tracce di esche avvelenate con pesticidi.

Lo scorso anno la Commissione europea ha allentato le misure di tutela, autorizzando una caccia più ampia. Molti scienziati si sono opposti, sostenendo che secondo le prove genetiche le popolazioni di lupo non sono solide come appaiono e che la protezione del bestiame con recinzioni elettrificate e cani da guardiania è più efficace degli abbattimenti.

A detta del biologo Pepijn T’Hooft, responsabile del programma sui lupi del Wwf Belgio, il futuro di questa storia di successo dipende dall’atteggiamento di società che non vedevano questi predatori da un secolo e mezzo. “Se vogliamo che il ritorno dei lupi non si interrompa”, dice, “non dobbiamo guardare al loro numero, ma al sostegno che ricevono”.

Fascino e minaccia

I lupi esercitano un fascino profondo sulla nostra psiche. Le prove archeologiche e genetiche suggeriscono che gli umani addomesticarono un antenato dei lupi moderni almeno undicimila anni fa, dando origine ai cani di oggi. Eppure i lupi sono rimasti una minaccia per le persone e soprattutto per il loro bestiame. Le tradizioni popolari riflettono questo rapporto ambivalente. Si racconta che Romolo, il mitico fondatore di Roma, sia stato allattato da una lupa, ma tutti conosciamo anche il lupo cattivo delle fiabe.

Alla metà dell’ottocento la deforestazione, i programmi ufficiali di eradicazione e l’aumento della caccia al cervo – la principale preda del lupo – avevano portato alla scomparsa della specie nella maggior parte dell’Europa occidentale. Piccole popolazioni sopravvivevano in Italia, Spagna e Portogallo, nonostante i tentativi di eliminarle siano proseguiti fino agli anni settanta del novecento.

Norme come la convenzione sulla conservazione della vita selvatica e degli habitat naturali in Europa del 1979, nota anche come convenzione di Berna, hanno rafforzato la tutela del lupo in tutto il continente e concesso alla specie un’altra opportunità. Negli anni ottanta dalla Russia occidentale e dalla Finlandia i lupi si sono spinti fino alla Svezia e alla Norvegia, dove hanno dato origine ad alcuni branchi. L’aumento più significativo fu in Europa centrale. Alla fine degli anni novanta alcuni lupi solitari provenienti dalla Polonia occidentale erano avvistati occasionalmente nella Germania orientale. Nel 1999 una coppia si era già stabilita in un’area di addestramento militare vicino alla frontiera tra Germania e Polonia, e nel 2000 nacquero i primi cuccioli. Da allora la popolazione è cresciuta fino a raggiungere circa duemila esemplari distribuiti tra Germania orientale e settentrionale, Danimarca, Paesi Bassi, Lussemburgo e Belgio, con alcune presenze anche nella Repubblica Ceca e in Austria. Lo status di specie protetta ha anche favorito la ripresa delle popolazioni residue in Italia e nella penisola iberica, e i lupi italiani si sono diffusi in Austria, Svizzera e Francia meridionale. Ma una popolazione rimasta a lungo isolata nel sud della Spagna si è estinta nel 2017.

Moggiona (Arezzo), 2026 (Yago Soria, Yago Soria)

Questi predatori schivi e prevalentemente notturni sono difficili da monitorare e censire. Scienziati e responsabili della conservazione li monitorano con fototrappole, analisi genetiche di peli ed escrementi e perfino microfoni che riescono a captare i caratteristici guaiti dei cuccioli. Altre informazioni vengono dalle impronte e dagli animali investiti sulle strade – una delle principali cause di mortalità.

I lupi sono territoriali, perciò molti tentativi di censimento si basano sul conteggio delle zone occupate, che possono estendersi da cinquanta chilometri quadrati a più di mille. Un territorio può ospitare un singolo lupo, una coppia o un branco, cioè una coppia e i suoi cuccioli, per un totale compreso tra i quattro e dieci individui. I giovani possono rimanere nel branco fino a due anni, contribuendo all’allevamento dei fratelli più piccoli.

Nel complesso, gli scienziati stimano che oggi nell’Unione europea vivano circa 23mila lupi, contro i dodicimila del 2012. “Venticinque anni fa non avrei mai immaginato di vedere lupi in ogni paese dell’Europa continentale”, dice Mergeay.

A marzo, in un’affollata zona commerciale di Amburgo, in Germania, una donna ha visto quello che le è parso un cane correre contro alcune porte a vetri. Ha provato ad aprirle, ma il lupo intrappolato l’ha aggredita mordendola al volto prima di fuggire. Poche ore dopo è stato avvistato vicino al quartiere a luci rosse della città, e poi di nuovo non lontano dal centro congressi. Alla fine l’animale – un giovane maschio – è stato trovato mentre cercava di attraversare il Binnenalster, il lago nel centro storico di Amburgo. Le autorità lo hanno ripescato e portato in un rifugio faunistico.

Cartucce da caccia. Poppi (Arezzo), 2026 (Yago Soria, Yago Soria)

Incidenti come questo tendono ad attirare una grande attenzione mediatica, ma sono estremamente rari. La maggior parte dei lupi incrocia gli esseri umani solo per caso. Quello arrivato ad Amburgo evidentemente aveva preso la strada sbagliata dopo aver lasciato il branco per stabilire un proprio territorio. Quando si è ripreso dalla sua disavventura è stato dotato di un collare gps e liberato. Da allora è stato alla larga dagli umani.

È stato il primo caso di una persona ferita da un lupo da quando la specie è tornata in Germania circa venticinque anni fa. Nei Paesi Bassi, dove sono stati registrati sei attacchi di lupi a esseri umani tra il 2023 e il 2025, “la situazione sembra particolarmente problematica, perché le persone sono tante e amano stare all’aperto”, dice Gesa Kluth, biologa del Lupus institute for wolf monitoring and research, in Germania. Ma quattro di quegli attacchi erano opera di Bram.

Cosa lo avesse spinto resta un mistero. Dopo che un cacciatore lo ha abbattuto, nel dicembre 2025, l’autopsia ha rivelato una frattura guarita al collo, e alcuni hanno ipotizzato che, dopo essere stato investito da un’auto alla fine del 2024, un nervo compresso gli causasse forti dolori. Ma il comportamento insolito di Bram era cominciato prima, osserva l’ecologo Hugh Jansman del Wageningen environmental research (Wenr). È possibile che qualcuno avesse provato a nutrirlo, dice Jansman, e questo in altri lupi ha portato a comportamenti problematici. Malgrado la ferita era ancora un abile cacciatore: quando è stato ucciso aveva lo stomaco pieno di carne di cervo. Il suo territorio è stato presto occupato da un altro lupo che finora ha evitato gli umani.

Gli attacchi al bestiame sono un problema ben più grande. Si stima che ogni anno nei paesi dell’Unione siano uccise circa cinquantamila pecore e capre, un bilancio che alimenta gran parte dell’ostilità contro il ritorno del lupo.

Una questione personale

Nel 2025 l’Unione europea ha riclassificato il lupo, abbassandone lo status da “strettamente protetto” a “protetto” e autorizzando un maggior numero di abbattimenti. Per la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen era una questione personale, perché nel 2022 il suo amato pony Dolly era stato ucciso da un lupo nella fattoria di famiglia in Germania, vicino a Hannover.

Casentino, 2026 (Yago Soria, Yago Soria)

Molti scienziati sostengono che il declassamento è stato prematuro e che il ritorno del lupo è meno impressionante di quanto sembri. Per stabilire se una popolazione è sostenibile – che si tratti di farfalle, alberi o lupi – i biologi calcolano quanti individui riproduttori sono necessari per mantenere una diversità genetica che consenta di far fronte alle sfide ambientali. Per i lupi, spiega Mergeay, il numero minimo è cinquecento branchi.

Due recenti studi genetici hanno evidenziato che i lupi europei sono suddivisi in almeno sette popolazioni distinte che raramente si mescolano, e solo poche raggiungono i cinquecento branchi. “La ripresa demografica è impressionante, ma quella genetica non è avvenuta”, dice Sara Ravagni, una genetista che ha contribuito all’analisi di duecento genomi di lupo provenienti da campioni raccolti in diverse popolazioni europee.

Lo studio ha rilevato una significativa consanguineità all’interno di ciascuna popolazione, soprattutto in Scandinavia, dove la caccia è ancora consentita, e nella penisola iberica. Uno studio parallelo su mille genomi di lupo provenienti da tutta l’Eurasia ha riscontrato consanguineità anche in queste regioni. Malgrado la recente crescita, anche la popolazione tedesca ha una limitata diversità genetica, poiché discende da una manciata di esemplari. La consanguineità può rendere le popolazioni vulnerabili a caratteri recessivi dannosi e aumenta anche il rischio che si perdano tratti potenzialmente vantaggiosi, come la resistenza alle malattie.

La popolazione più sana, nell’Europa sudorientale, deve fare i conti con un’altra minaccia: l’incrocio con i cani, che può avvenire nelle regioni con un alto numero di randagi. Questo fenomeno ha contribuito all’estinzione della popolazione di lupi della Spagna meridionale.

Un cane da guardiania. Rincine (Firenze), 2026 (Yago Soria, Yago Soria)

La ripresa del lupo alla lunga potrebbe compensare gli effetti della consanguineità, permettendo a popolazioni precedentemente separate di entrare in contatto e scambiarsi geni. Nel 2017, per esempio, un maschio proveniente dalla popolazione alpina italiana si era accoppiato con una femmina della popolazione dell’Europa centrale in un parco nazionale tra la Repubblica Ceca e la Germania meridionale. I loro cuccioli in seguito hanno fondato nuovi branchi in entrambi i paesi. Ma se le nuove misure venatorie interromperanno i contatti, “torneremo al punto di partenza”, spiega Shyam Gopalakrishnan, il genetista dell’università di Copenaghen che ha guidato lo studio sui genomi. “Sarebbe un danno per la conservazione del lupo”.

Alternative costose

Un metodo diverso è stato tentato a maggio, quando una dozzina di volontari si è riunita in una fattoria della famiglia von Cramer, a sud di Wolfsburg, in Germania. I von Cramer hanno una scuderia di quaranta cavalli e allevano polli tra le colline della Bassa Sassonia, e nell’ultimo decennio hanno avvistato regolarmente dei lupi dalle finestre del soggiorno, a volte fino a otto. “È stupendo vederli,” dice Daniela von Cramer.

Pensavano che non costituissero una grossa minaccia per i cavalli. Ma una sera di agosto del 2025 il figlio si è accorto che i cavalli erano insolitamente nervosi. Quattro lupi stavano osservando la mandria e i cavalli, percependo il pericolo, sono fuggiti al galoppo. La famiglia è riuscita a scacciare i lupi, ma un cavallo è rimasto ferito.

È stato allora che hanno deciso di contattare la Protezione del bestiame della Bassa Sassonia, un’organizzazione che aiuta gli allevatori a tenere lontani i lupi. Il responsabile del gruppo, Peter Schütte, ha consigliato i von Cramer sulla recinzione e i materiali da usare e ha organizzato l’installazione di una recinzione elettrificata alta 1,7 metri. Malgrado l’aiuto dei volontari, il progetto è costato alla famiglia circa 35mila euro, racconta von Cramer, e anche la manutenzione della recinzione sarà costosa. Ma ne vale la pena, aggiunge: “Dopo l’attacco non abbiamo più dormito sonni tranquilli”.

Insieme alle recinzioni elettrificate, i cani hanno protetto perfettamente il gregge di Tüllmann

Le recinzioni non offrono una garanzia assoluta. All’inizio di maggio, nella Germania nordoccidentale, i lupi hanno attaccato un gregge di quattrocento pecore che pascolava su 1.200 ettari di brughiera protetta da recinzioni elettrificate. In due notti almeno 57 pecore sono state uccise e più di cento ferite. Le autorità hanno autorizzato l’abbattimento di due lupi della zona. Non è chiaro cosa non abbia funzionato: forse era saltata la corrente elettrica oppure la recinzione era stata danneggiata, ipotizza Schütte.

Le recinzioni sono comunque utili: uno studio condotto di recente nei Paesi Bassi ha rilevato che più del 90 per cento degli attacchi ha riguardato bestiame non protetto. Ma le piccole fattorie con pochi animali restano un problema. Il Belgio ha meno pecore dei Paesi Bassi, ma “molte persone hanno grandi giardini con qualche pecora, pony o alpaca”, vulnerabili agli attacchi dei lupi, osserva Diemer Vercayie dell’associazione Natuurpunt. Nella provincia del Limburgo, per esempio, nel territorio occupato da un singolo branco vivono circa quattromila proprietari di animali, aggiunge.

I cani da guardiania, che sono usati sempre più spesso, possono aggiungere un altro livello di protezione. Diversamente dai cani da pastore, che impediscono alle pecore di disperdersi, quelli da guardiania sorvegliano il gregge e sono pronti a respingere qualunque minaccia. Accompagnano i pastori da millenni, una tradizione che continua in paesi come la Romania e l’Italia, dove i lupi non sono mai stati completamente sterminati. Ne esistono più di trenta razze, tra cui il cane da pastore abruzzese e il pastore dei Carpazi romeno.

Secondo Ray Dorgelo, un pastore ed esperto di prevenzione della predazione che assiste gli allevatori nell’impiego dei cani da guardiania, questi animali possono creare difficoltà nelle regioni non abituate alla presenza dei lupi. Le pecore devono pascolare più vicine di quanto avvenga normalmente nei Paesi Bassi, e i cani devono imparare che gli escursionisti e i loro animali non sono una minaccia. “Non è sempre facile”, ammette. Ognuno di quest cani costa circa 2.200 euro all’anno tra alimentazione e cure veterinarie.

Un sondaggio ha riscontrato un ampio sostegno alla presenza del lupo, con poche differenze tra i vari paesi e tra aree rurali e urbane

Jan Tüllmann, che lavora con i cani da guardiania per proteggere un migliaio di pecore che pascola sugli argini del fiume Elba, racconta che abbaiano non solo ai lupi, ma anche ai cervi, ai ricci e alle automobili di passaggio. “La gente telefona dicendo che non riesce a dormire per colpa dei cani che abbaiano tutta la notte,” dice.

Ma Tüllmann, che possiede dieci cani da guardiania, compresi alcuni giovani ancora in fase di addestramento, è convinto che sia un buon investimento. Insieme alle recinzioni elettrificate, i cani hanno protetto perfettamente il suo gregge da quando i lupi sono tornati nella regione quindici anni fa. Oggi nelle aree dove pascolano le sue pecore vivono cinque branchi. Tüllmann preferisce questo tipo di convivenza ai tentativi di creare zone libere dai lupi, che a suo dire sarebbero inutili perché i predatori possono percorrere centinaia di chilometri alla ricerca di un nuovo territorio. “Io mi sento più tranquillo sapendo che ci sono dei lupi ma che i miei animali sono protetti, invece di lasciarli senza protezione e chiedermi di continuo se potrebbe arrivare un lupo”, dice.

Qualcosa è cambiato

Malgrado le modifiche alla normativa europea, creare zone libere dai lupi nelle regioni dove sono tornati probabilmente resterà illegale, dice Arie Trouwborst, esperto di diritto della conservazione presso l’università di Tilburg. Gli stati europei sono comunque tenuti a garantire al lupo uno “stato di conservazione favorevole”, e secondo una recente sentenza giudiziaria questo significa che devono poter svolgere il ruolo di superpredatori in tutta la loro area di distribuzione geografica, dice Trouwborst. Ma ogni paese deve decidere come adeguare le proprie politiche, un processo che si sta già rivelando controverso.

A marzo il parlamento tedesco ha autorizzato la caccia al lupo in tutto il territorio nazionale, anche se ogni stato sta elaborando le sue norme. La principale organizzazione venatoria del paese sta facendo pressioni perché ogni estate sia consentito l’abbattimento del 40 per cento dei cuccioli. Un cambiamento concreto già entrato in vigore, osserva Kluth, è che ora ogni lupo morto è proprietà del titolare dei diritti di caccia nella zona, compresi gli animali investiti dalle automobili o morti per cause naturali. Per gli scienziati, dice, sarà più difficile raccogliere dati preziosi sulla genetica, l’età e lo stato di salute degli animali.

Nel 2024 il governo olandese ha incaricato i ricercatori del Wenr di stimare quanti lupi dovrebbero vivere nel paese per soddisfare il requisito dello “stato di conservazione favorevole”. Il rapporto, pubblicato nel 2025, ha concluso che i Paesi Bassi dovrebbero ospitare dai 23 ai 56 branchi, contro i 13 censiti l’anno prima.

Questa raccomandazione è “irresponsabile e molto pericolosa”, secondo Harold Zoet, del consiglio esecutivo della Gheldria, una provincia prevalentemente rurale nell’est dei Paesi Bassi dove vivono otto branchi di lupi. “Abbiamo raggiunto la capacità massima e forse l’abbiamo superata”, dice Zoet, esponente del Movimento agricoltori-cittadini, un partito che rappresenta soprattutto gli interessi del mondo agricolo e rurale. Zoet teme che altri lupi possano diventare come Bram.

Nove famiglie
Le popolazioni di lupi geneticamente distinte presenti in Europa (Commissione europea)

“È facile dire ‘Che bello, è tornato il lupo’ quando vivi ad Amsterdam”, osserva Zoet. “Credo che molti sottovalutino gli effetti sulla vita quotidiana delle persone”. Prima della cattura di Bram, per esempio, le famiglie erano state avvertite di non lasciare che i figli usassero una popolare pista ciclabile. In un villaggio la scuola era rimasta chiusa per un giorno dopo l’avvistamento di un lupo. Il governo olandese ha commissionato un secondo studio per stimare quanti lupi il paese possa tollerare sul piano politico e sociale, e i suoi risultati contribuiranno a definire le politiche da adottare dopo la riclassificazione del lupo decisa dall’Unione europea.

Mergeay, coautore del rapporto del Wenr, riconosce che il lupo suscita passioni molto forti. Gli accesi dibattiti pubblici “possono arrivare agli estremi”.

Tra questi estremi ci sono le voci che circolano online – in alcuni casi riprese da esponenti politici – secondo cui alcuni attivisti avrebbero trasportato lupi dalla Slovenia ai Paesi Bassi, oppure quella secondo cui i lupi olandesi sarebbero in realtà ibridi tra lupo e cane che non meritano alcuna protezione, una tesi smentita dalle analisi genetiche. Le associazioni venatorie prevedono una strage di cervi se il numero dei lupi continuerà ad aumentare e sostengono che è più umano abbattere i cervi con il fucile.

Le foto di questo articolo

In cerca del lupo e del santo è un progetto di Yago Soria nato dalla collaborazione tra Cortona on the move e l’Institut d’estudis baleàrics. All’inizio del duecento Francesco d’Assisi mise fine al conflitto tra un lupo e gli abitanti di Gubbio chiamando l’animale “fratello”. Ispirandosi a questa vicenda, il fotografo spagnolo ha visitato le comunità del Casentino, in provincia di Arezzo, dove vivono più di una dozzina di branchi stabili di lupi, documentando le tensioni tra pastori, ambientalisti e istituzioni.


All’estremo opposto, dice Mergeay, ci sono gli “amanti della natura in versione Disney”, che ricorrono ai tribunali per bloccare qualunque intervento, perfino contro lupi come Bram. “Dicono: ‘Oh no, povero lupo! Non è colpa sua. È colpa degli umani’”.

Ma secondo Mergeay esistono soluzioni di compromesso. Una recente indagine condotta su diecimila persone in tutta l’Unione europea ha riscontrato un ampio sostegno alla presenza del lupo, con poche differenze tra i vari paesi e tra residenti delle aree rurali e urbane. Poco dopo l’avvistamento dei primi lupi in Belgio, nel 2018, lui e i suoi colleghi avevano contattato le associazioni di agricoltori e cacciatori, spiegando che gli studi genetici dimostravano come gli animali non fossero ibridi e che era molto più plausibile una migrazione naturale dalla Germania. “Oggi, prima di diffondere un comunicato sui lupi, l’associazione dei cacciatori ci chiede di verificarne l’accuratezza”, racconta. “Sono diventati alleati affidabili in tutto questo dibattito”.

Mergeay racconta che nelle Fiandre il portavoce dell’associazione dei cacciatori va a osservare i lupi insieme al direttore di un’organizzazione chiamata Welkom Wolf. “I loro iscritti forse non sono sempre d’accordo, ma si rispettano”, dice. “E quando c’è dialogo e comprensione reciproca si può lavorare sulle soluzioni”.

Schütte, che guida il gruppo impegnato nella costruzione delle recinzioni, si sente incoraggiato dalle conversazioni che sente in cantiere durante la pausa pranzo. Agricoltori e volontari spesso hanno opinioni profondamente diverse sui lupi, eppure alcuni progetti hanno fatto nascere legami duraturi, osserva. “Il commento che preferisco è quello di un allevatore che ha detto: ‘Dopo tutto sono simpatici, anche se stanno dalla parte dei lupi’”, ricorda.

Accettare l’imprevedibile

In definitiva, conclude Martin Drenthen, filosofo dell’ambiente dell’università Rad­boud che studia le implicazioni etiche del ritorno del lupo, per accettare la presenza di questo animale bisogna accettare anche una certa dose di imprevedibilità. Le società devono “imparare a convivere con il fatto che certe cose non si possono controllare fino in fondo, e forse devono imparare a convivere di nuovo con la natura selvaggia dei lupi”, dice.

Il lupo apparso al centro di Amburgo ne è un esempio, e secondo Kluth la reazione a quella vicenda è stata incoraggiante. “La polizia ha risposto con grande professionalità” per tenere la situazione sotto controllo, dice, e la maggior parte dei resoconti giornalistici riportava l’opinione di esperti che spiegavano come l’animale fosse giovane e disorientato. “Venticinque anni fa nessuno ne avrebbe saputo abbastanza da capire cosa stava succedendo. Ma il lavoro fatto da tante persone ha creato una situazione in cui la gente ascolta” gli scienziati, dice. “E questo mi dà un po’ di speranza”.

Ma mentre il grande ritorno del lupo continua, Kluth teme che il clima possa nuovamente peggiorare. Negli ultimi anni “abbiamo imparato moltissimo”, osserva. “Rischiamo di perdere le conoscenze che abbiamo acquisito sui lupi e su come convivere con loro”.◆ gc

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Questo articolo è uscito sul numero 1679 di Internazionale, a pagina 40. Compra questo numero | Abbonati