Jebel Irhoud, Marocco, 1961. In una miniera di bario ai piedi dei monti dell’Atlante, un minatore fa una macabra scoperta: un cranio umano quasi completo incastrato nei sedimenti. Gli archeologi chiamati a studiarlo scoprono che è antico, ma non poi così tanto. Lo mettono da parte e se ne dimenticano. Hinxton, Regno Unito, 2019. Robert Foley, un paleoantropologo dell’università di Cambridge, sta tenendo il discorso d’inaugurazione di un convegno sull’evoluzione umana. “La cosa di cui sono abbastanza sicuro è che, alla fine della prima giornata, circa il 20 per cento di quello che sto per raccontarvi sarà sbagliato”, dice rivolgendosi al pubblico. “Alla fine della seconda giornata sarà sbagliato il 50 per cento e, alla fine del convegno, spero che qualcosa di quello che ho detto all’inizio sarà ancora vero”. Fino a poco tempo fa si pensava che la storia delle nostre origini fosse stabilita per sempre: l’Homo sapiens si era evoluto in Africa orientale circa 150mila anni fa, aveva cominciato ad avere comportamenti tipici degli esseri umani moderni 60mila anni fa e poi aveva lasciato l’Africa per colonizzare il mondo, sostituendo completamente tutte le altre specie umane arcaiche che incontrava. Ma nuovi fossili, utensili e analisi dei genomi antichi e moderni stanno mettendo in discussione questa teoria. Il cranio di Jebel Irhoud ha aperto la strada a un nuovo paradigma che sta lentamente emergendo. Anche se la polvere non si è ancora posata, oggi la domanda è: quante delle nostre vecchie ipotesi restano ancora in piedi? “Dovremmo concepire un modello totalmente diverso?”, si chiede Foley. “Abbandonare l’idea che tutto sia cominciato in Africa?”. Allacciate le cinture, perché sarà un lungo viaggio. Il paradigma basato sull’Africa come culla dell’umanità a cui Foley si riferisce è ormai così consolidato che è facile dimenticare quando sia recente. Prima che emergesse, per decenni la ricerca sulle nostre origini era stata dominata dai primi personaggi apparsi sulla scena: per esempio l’Homo erectus, compreso “l’uomo di Pechino”, scoperto nel 1929; o l’australopiteco, la famosa “Lucy” ritrovata in Etiopia nel 1974. C’era un certo dibattito su dove fossero apparsi i primi esseri umani moderni, ed erano diffuse le ipotesi su un’origine africana recente, ma i reperti fossili sembravano supportare il cosiddetto modello del multiregionalismo, secondo cui gli esseri umani arcaici erano distribuiti un po’ in tutta l’Africa e l’Eurasia almeno un milione di anni fa e si erano evoluti in parallelo. Poi, nel 1987, è scoppiata la bomba. Un’équipe di genetisti dell’università della California a Berkeley ha sequenziato 147 genomi mitocondriali di persone di tutto il mondo. I mitocondri delle cellule sono ereditati solo dalla madre, e lo studio indicava che tutti discendevano da un’unica donna – poi chiamata “Eva mitocondriale” – che probabilmente aveva vissuto in Africa circa 200mila anni fa. Il risultato di questo studio è stato molto importante, dice Foley, e si è presto consolidato in quello che chiama il “pacchetto africano recente”, cioè l’idea che gli esseri umani moderni siano apparsi improvvisamente nell’Africa orientale e meridionale tra i 150mila e i 200mila anni fa, e da lì siano partiti alla conquista del mondo. Questa nuova teoria ha introdotto anche la distinzione tra modernità anatomica e modernità comportamentale. La forma della testa Sulla base delle prove archeologiche, sembra che gli esemplari dell’Homo sapiens avessero un corpo simile al nostro ma a livello mentale non fossero così avanzati. Solo più tardi, tra i 50mila e i 60mila anni fa, avrebbero completato la loro evoluzione – forse a causa di una mutazione casuale – e questo avrebbe reso possibile la loro dispersione fuori dall’Africa. Questa nuova affascinante teoria è stata denominata “la rivoluzione umana”. Per un po’ di tempo i reperti fossili hanno cortesemente confermato quest’ipotesi. Anche se non esistevano resti del periodo cruciale di 150mila anni fa, c’erano diversi crani umani più antichi che sembravano confermarla. Uno dei tratti più caratteristici degli esseri umani moderni è la forma della testa. Rispetto ai nostri antenati estinti, noi abbiamo il viso piccolo, piatto e delicato, il mento sporgente e la scatola cranica sferica. Un cranio con tutte o quasi tutte queste caratteristiche di solito viene classificato come appartenente alla nostra specie. Due dei crani completi più antichi con un’anatomia simile a questa sono stati scoperti nel 1967 da Richard Lea­key e dalla sua équipe a Omo Kibish, nell’Etiopia meridionale. Chiamati Omo I e Omo II, sono stati fatti risalire a 200mila anni fa e hanno un misto di tratti arcaici e moderni, esattamente quello che ci aspetteremmo da un essere umano arcaico poco prima dell’evoluzione anatomica moderna. Diversi altri esempi ritrovati in Africa orientale e meridionale sembrano confermare quest’ipotesi. Un’ulteriore conferma è arrivata nel 1997, quando nella depressione di Afar, in Etiopia, i paleontologi hanno trovato tre crani umani, di due adulti e un ragazzo. I cosiddetti ominini di Herto risalgono a un periodo che va dai 154mila ai 160mila anni fa, e anche loro hanno un misto di tratti facciali e craniali arcaici e moderni. Sono stati trovati insieme a utensili che usano sia la vecchia sia la nuova tecnologia dell’età della pietra. La loro età, il luogo dove sono stati ritrovati e questi strumenti sono in perfetta sintonia con l’ultimo modello africano e hanno convinto i ricercatori che si trattava dei “probabili antenati diretti degli esseri umani anatomicamente moderni”. Allora è tutto sistemato, penserete voi. Invece sembra che sia solo la punta dell’iceberg. Da allora è stato difficile, se non impossibile, fare nuove scoperte che si inserissero perfettamente in questo modello. Ma i fossili di Jebel Irhoud hanno stravolto il vecchio ordine più di qualsiasi altro ritrovamento. Nel 1961 gli archeologi avevano notato che il cranio aveva caratteristiche facciali moderne – il viso piatto e delicato e il mento sporgente – ma anche una scatola cranica allungata di tipo arcaico. Quando era stato datato intorno ai 40mila anni fa, era stato classificato come appartenente a un neandertal africano o come una reliquia di una popolazione di altri ominini arcaici, e relegato ai margini della storia. Ma erano rimasti alcuni dubbi sulla sua datazione e, nel 2004, un’équipe diretta da Jean­-Jacques Hublin dell’istituto tedesco Max Planck per l’antropologia evolutiva ha riaperto il sito. I ricercatori speravano di poterlo datare in modo più preciso – e l’hanno fatto – ma hanno trovato anche altri fossili, tra cui un secondo cranio quasi completo. Anche quello aveva la faccia moderna e la scatola cranica arcaica. Dai risultati dell’analisi è emerso che risale a 315mila anni fa, con uno scarto di 34mila anni in più o in meno. Questo ha messo seriamente in dubbio la vecchia tesi. Dal punto di vista anatomico, il cranio è moderno quanto quelli trovati a Herto, considerati all’apice dell’umanità moderna. “È una creatura anatomicamente molto vicina a un essere umano moderno”, dice Foley. Eppure è vissuta 130mila anni prima della presunta evoluzione dell’Homo sapiens, in un’epoca in cui i nostri antenati diretti spaccavano ancora le pietre nell’Africa orientale e meridionale. Inoltre era ai margini del continente, a migliaia di chilometri dalla presunta culla dell’umanità. Quando nel 2017 sono state rivelate, le nuove datazioni di Jeber Irhoud hanno innescato un ripensamento su altri reperti fossili più o meno dello stesso periodo. E si è scoperto che confermavano la nuova tesi. Il cranio di Florisbad, per esempio, trovato in Sudafrica, ha circa 260mila anni, ma una faccia sorprendentemente moderna. E lo stesso discorso vale per alcuni crani ritrovati a Laetoli, in Tanzania, e in due località del Kenya, Guomde e Eliye Springs. Hanno tutti un mosaico di tratti arcaici e moderni ma, stranamente, sono anche molto diversi tra loro. Cambio della guardia Un altro vecchio sito che racconta una storia diversa è Olorgesailie, in Kenya. Originariamente scavato a metà degli anni ottanta, Olorgesailie è il letto di un antico lago, noto per il ritrovamento di pietre più che di ossa, e in particolare per un gran numero di utensili preistorici. Sembra cogliere il momento cruciale del passaggio da un metodo per fabbricare utensili – la cultura acheuleana, che usava grandi asce grezze a mano – a uno più sofisticato. Il sito è caratterizzato da una serie di strumenti più raffinati e vari su “nucleo preparato”: un blocco di selce lavorato in modo da permettere di staccarne lame e punte più piccole con un solo colpo. La preparazione di quel nucleo richiede un alto livello di pensiero astratto e una capacità di programmazione che sono considerati tipici della mente moderna. Gli utensili acheuleani, invece, appartengono decisamente all’epoca precedente all’Homo sapiens, sono stati inventati dai nostri lontani antenati della specie Homo erectus, circa 1,2 milioni di anni fa. Un tempo si pensava che il passaggio alla tecnologia del nucleo preparato fosse relativamente recente, coerente con il modello della rivoluzione umana, ma la nuova datazione dei reperti di Olorgesailie dimostra qualcosa di diverso. Lì quel passaggio è avvenuto almeno 305mila anni fa, se non addirittura 320mila. Vi ricorda qualcosa? Il sito di Olorgesailie non è l’unica prova di un progresso tecnologico precedente a quello che ci si aspettava. Anche i fossili di Jebel Irhoud sono associati alla fabbricazione di utensili. Inoltre, a Olorgesailie sono stati trovati utensili fatti di una pietra vulcanica lucida chiamata ossidiana, che non si trova in quella zona. Il suo deposito più vicino è a 25 chilometri di distanza, il che farebbe pensare a una rete di scambi. Il sito rivela anche chiari segni del fatto che pietre ricche di ferro venivano lavorate per ottenere pigmenti rossi e neri, presumibilmente a scopi artistici, altra indicazione di una maggiore sofisticazione comportamentale e culturale. Sembra che il passaggio alle capacità cognitive moderne sia avvenuto proprio all’inizio del viaggio dell’Homo sapiens, se non addirittura prima. Questo smentisce la teoria secondo cui l’umanità diventò prima fisicamente moderna e che la modernità comportamentale arrivò molto più tardi. “Penso che il modello a due fasi non sia più valido”, dice Foley. Popolazioni sparse Dalle pietre e ossa di Jebel Irhoud, Olorgesailie e altre località emerge una nuova visione delle origini umane che sta prendendo piede sempre di più. Il “multiregionalismo africano” non sovverte completamente il modello preesistente. Il continente rimane sempre la culla dell’umanità – anche se, come fa notare Foley, “dire che gli esseri umani sono nati in Africa non significa tanto, è un continente molto vasto” – e l’umanità è sicuramente partita dall’Africa per poi stabilirsi in tutto il mondo. Ma l’idea di un’origine recente e localizzata all’interno di una popolazione precisa ormai è stata messa da parte. Al suo posto c’è un’ipotesi molto più complessa che parte da 300mila, o forse addirittura mezzo milione di anni fa. “Se vogliamo individuare un periodo di tempo in cui inquadrare l’evoluzione dell’essere umano moderno, potrebbe essere il mesolitico”, dice Foley, cioè il periodo che va da 300mila a centomila anni fa. All’inizio di quel periodo, nell’intero continente africano – forse addirittura nella Grande Africa, che comprende parti del Medio Oriente – sembrano esserci state popolazioni di esseri umani arcaici sparse qua e là. Spesso erano separate da confini geografici o ambientali come i deserti e le foreste, e per lo più si sono evolute indipendentemente, anche se hanno avuto sporadici contatti e ibridazioni, probabilmente quando le condizioni climatiche cambiavano e i confini si spostavano. Questa situazione fluida è andata avanti per almeno 150mila anni, e si è lasciata alle spalle quei crani a mosaico che ormai conosciamo. Gli studi genetici puntano nella stessa direzione, dice Carina Schlebusch dell’università svedese di Uppsala. Lei e i suoi colleghi hanno analizzato una serie di genomi contemporanei provenienti da tutta l’Africa per cercare di capire le origini dell’Homo sapiens. “Non indicano nessun posto in particolare”, dice, “indicano l’Africa meridionale, orientale e occidentale. Praticamente tutte le zone in cui sono stati trovati reperti. Secondo me, il passaggio dagli esseri umani arcaici e quelli moderni si è verificato in diverse parti del continente africano”. Il multiregionalismo africano rappresenta un importante cambiamento di paradigma. Non c’è stata un’unica popolazione ancestrale, ma molte, sparse in una regione enorme, che si sono fuse, divise e poi fuse di nuovo come ruscelli che s’intrecciano, evolvendosi a ritmi diversi e in direzioni diverse. L’insieme di caratteristiche anatomiche e comportamentali che definiscono l’umanità moderna non è emerso tutto insieme, ma si è andato formando gradualmente in lunghi tratti di spazio e di tempo. “Non c’è mai stato un centro unico”, dice Chris Stringer del Museo di storia naturale di Londra. Siamo una “combinazione”, dice. “Penso che quest’idea sia veramente importante e profonda”, dice Richard Potts della Smith­sonian institution di Washington, che ha diretto gli scavi di Olorgesailie. La diversità anatomica di questi esseri umani compositi ha inevitabilmente sollevato il dibattito su quali appartengono alla nostra specie e quali no. Alcuni fossili sono ampiamente riconosciuti come appartenenti all’Homo sapiens, in particolare gli ominini Omo I e Herto (anche se sono abbastanza diversi tra loro e alcuni preferiscono considerare i secondi una sottospecie). Sui fossili di Jebel Irhoud le opinioni sono divise, alcuni paleoantropologi li accettano come parte della famiglia, altri no. Questi esclusi di solito sono definiti piuttosto vagamente “arcaici africani”, che in fondo è un modo per aggirare la questione. Alcune di queste potrebbero essere specie separate. Qualcuno ha suggerito, per esempio, che i fossili di Florisbad rientrino nella categoria Homo helmei, anche se, come vedremo in seguito, nuove scoperte mettono in discussione questa ipotesi. Definizioni concorrenti Può darsi comunque che tutto questo sia irrilevante, che sia solo un modo per rimanere aggrappati a concetti ormai superati su cosa costituisce una specie. Di solito si ritiene che sia un gruppo di organismi che possono incrociarsi tra loro. Ma questo concetto di “specie biologica” è solo una di decine di definizioni in concorrenza tra loro. Alcune sono basate sulla presenza di antenati comuni, altre su comportamenti, geni o tratti anatomici condivisi. Come fa notare Stringer, il concetto di specie biologica non si adatta a molte specie viventi di mammiferi. I coyote e i lupi grigi, per esempio, possono incrociarsi per produrre una terza specie, il lupo rosso. E allora perché non gli umani? Secondo questa ipotesi emergente, quella del primo Homo sapiens non è tanto una specie quanto un clade: un insieme di organismi appartenenti a vari gruppi tassonomici, che discendono da un antenato comune e condividono molti tratti ma presentano anche numerose varianti fisiche. Il nuovo modello è ancora in corso di elaborazione: tutti ammettono che è incompleto e che nuove scoperte potrebbero farlo saltare in aria. Nonostante questo, sta già esercitando effetti a catena su altre parti della storia delle origini umane. Una di queste è la ricerca del nostro ultimo antenato diretto, la specie dalla quale si è evoluto l’Homo sapiens. In base alla teoria della partenza dall’Africa, si riteneva che fosse l’ultimo antenato che abbiamo condiviso con la nostra specie sorella, quella dei neandertal, quindi relativamente recente. “Le date erano vaghe, ma si parlava di un periodo dai 150mila ai 300mila anni fa”, dice Foley. La favorita era una specie chiamata Homo heidelbergensis, vissuto in Africa e in Europa da 700mila a 300mila anni fa. Questa ipotesi la collocava nel posto giusto al momento giusto. E dal punto di vista anatomico, l’Homo heidelbergensis sembra un buon punto di partenza per entrambe le specie. Oggi sappiamo che quasi sicuramente non è così. Prima di tutto, è ormai chiaro che non c’è stato un antenato comune tra gli umani e i neandertal. L’Homo di denisova, un’altra stirpe umana scoperta nel 2010, è perfino più vicino ai neandertal di noi. Questo significa che la nostra ultima antenata diretta sarebbe stata la specie che ha dato origine a noi e ai neandertal/denisova. Ma la data di questa suddivisione è stata spostata molto più indietro. Le ultime stime si basano su uno straordinario deposito di fossili chiamato ominini di Sima, i resti di almeno 28 esseri umani trovati in una fossa chiamata Sima de los huesos (Voragine delle ossa) tra i monti di Atapuerca, nella Spagna settentrionale. Hanno 430mila anni e a lungo si è ritenuto che appartenessero alla specie Homo heidelbergensis. Ma nel 2016 il loro dna – il più antico dna umano mai sequenziato – ha rivelato che in realtà erano neandertal, e ha spostato indietro la divisione tra esseri umani moderni e neandertal/denisova tra i 550mila e 765mila anni fa. Questo esclude quasi del tutto l’Homo heidelbergensis e indica una specie anteriore. “Per circa 35 anni ho sostenuto che l’Homo heidelbergensis rappresentava l’ultimo antenato comune più ragionevole tra neandertal e umani moderni”, dice Stringer. “Ma ora non lo credo più”. E allora? Il miglior candidato alla carica è l’Homo antecessor, che visse circa 900mila anni fa e aveva un viso molto moderno. Ma sono stati trovati pochi reperti fossili, tutti in Spagna, sempre nelle montagne di Atapuerca. La genetica indica chiaramente che gli umani moderni si sono evoluti in Africa, non in Europa, quindi per confermare la possibilità di una discendenza diretta dagli ominini bisognerebbe trovare resti della stessa specie in Africa o nella Grande Africa. L’antenato X I candidati sono tre: l’Homo rhodiensis, che potrebbe essere semplicemente un Homo heidelbergensis africano, il fossile di Florisbad o forse perfino l’Homo erectus. Ma non possiamo esserne sicuri. “A mio avviso, al momento non possiamo sapere chi sia questo antenato né quando e dove visse”, dice Stringer. Per ora lo conosciamo solo come antenato X. Anche se è sempre più difficile accertare l’identità del nostro antenato diretto, il modello del multiregionalismo africano ha spostato l’attenzione su una questione diversa e probabilmente più interessante. Se, come fa pensare la nuova ipotesi, il mesozoico africano brulicava di gruppi di esseri umani più o meno moderni, che si sono evoluti in modo indipendente, quali di questi hanno dato origine all’attuale popolazione umana? “Questa è la biforcazione alla quale dovremmo pensare per individuare il passaggio agli esseri umani moderni”, dice Foley. “E quando si è verificata?”. Purtroppo a questo punto la pista finisce nel nulla. “I reperti fossili sono molto scarsi”, dice Foley. Sono stati trovati frammenti di ossa, ma è difficile collocarli in un quadro generale. Anche la genetica è piuttosto confusa. L’analisi più recente colloca l’origine degli umani moderni tra i 260mila e i 350mila anni fa. Questa non è una barra di errore, ma riflette il lungo processo di evoluzione a mosaico attraverso vaste regioni dell’Africa, dice Schlebusch, che ha coordinato la ricerca. Ma potrebbe esserci un altro modo per arrivare a una soluzione. Nel 2019 Aurélien Mounier e Marta Mirazón Lahr, dell’università di Cambridge, hanno creato quello che hanno chiamato un “ultimo antenato comune virtuale” di tutti gli esseri umani viventi. Mappando la varietà morfologica dei crani antichi e moderni, compresi i neandertal ma esclusi gli africani arcaici, hanno ipotizzato come doveva essere il cranio di un presunto ultimo antenato comune all’inizio del mesozoico. Poi hanno confrontato questo cranio virtuale con i cinque quasi completi di quell’epoca. Il fossile che si avvicina di più all’antenato virtuale è quello di Florisbad, in Sudafrica, seguito da due di quelli trovati in Africa orientale, Eliye Springs e Omo II. Segue quello di Laetoli, in Tanzania. Il cranio nordafricano di Jebel Irhoud è il meno simile e si avvicina di più ai neandertal. Questo, dicono, fa pensare che discendiamo dagli africani arcaici dell’Africa meridionale e orientale, ma non da quelli del nord. In altre parole, i ruscelli intrecciati alla fine sono confluiti in un canale principale, pur mantenendo molti rami secondari. Inoltre, i reperti fossili indicano che quei rami secondari sono sopravvissuti fino a tempi incredibilmente recenti. Crani con il classico mosaico di tratti arcaici e moderni sono stati trovati a Ishango, nella Repubblica Democratica del Congo, a Lukenya Hill, in Kenya, e a Iwo Eleru, in Nigeria. Non sono molto diversi dagli africani arcaici, ma sono stati tutti fatti risalire a 14mila anni fa. Forse sono gli ultimi resti di quelle popolazioni isolate sparse in tutta l’Africa all’alba della nostra specie. È stato solo 12mila anni fa, quando l’agricoltura si è diffusa nel mondo, che questi ultimi rami del nostro ruscello intrecciato alla fine si sono prosciugati. ◆ bt

Ominine di Sima, classificato in precedenza come Homo heidelbergensis (Javier Trueba, Madrid Scientific Films)
Homo antecessor 900mila anni Molto probabilmente l’ultimo nostro antenato diretto (Markus Schieder, Alamy)
Ominine di Sima 430mila anni Neandertal, non un antenato diretto come si pensava (Juan Aunion, Alamy)
Uomo di Jebel Irhoud 315mila anni Il reperto di Homo sapiens più antico (Wikimedia commons)
Uomo di Florisbad 260mila anni Sorprendentemente moderno nell’aspetto per la sua età (Smithsonian National Museum of Natural History)
Omo I 200mila anni Presenta un misto di caratteristiche arcaiche e moderne (The Natural History Museum/Alamy)
Uomo di Herto 160mila anni Misto di arcaico e moderno ma diverso dall’Omo I (Agefotostock/Alamy)
Uomo di Laetoli 120mila anni Più moderno ma all’apparenza più arcaico (The Natural History Museum/Alamy)
Essere umano contemporaneo Somiglia più di tutti all’uomo di Florisbad (Chris Dodds, Flickr)
La grande salina di Makgadikgadi, Botswana (Shutterstock)
Da sapere
Molte origini
◆ L’idea che l’Homo sapiens si sia evoluto da una sola popolazione in Africa orientale è stata messa in discussione dai ritrovamenti di crani umani in varie parti del continente. La grande varietà delle loro caratteristiche e datazioni suggerisce che la nostra specie sia nata dall’incrocio occasionale di popolazioni distinte. (Fonte: New Scientist)

Da sapere
Antiche migrazioni
u Fino a poco tempo fa si pensava che l’Homo sapiens avesse lasciato l’Africa circa 60mila anni fa. Ma sono sempre più numerose le prove che non fu così. (fonte: new scientist)

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Questo articolo è uscito sul numero 1362 di Internazionale, a pagina 38. Compra questo numero | Abbonati