Negli anni novanta, in un saggio famoso e molto criticato, il politologo Francis Fukuyama teorizzò che la storia era finita: con il crollo del blocco sovietico e il liberalismo rimasto quale unica ideologia, lo sviluppo economico e tecnologico sembravano i soli progetti da perseguire, mentre le lotte e i conflitti parevano già legati a un passato lontano. Secondo Gabriele Segre, esperto di relazioni internazionali, la fine ipotizzata da Fukuyama era in realtà l’auspicio di una fase e questa fase, se mai c’è stata, è tramontata a sua volta. La pandemia e le guerre hanno aperto una nuova epoca caratterizzata dalla fine di certezze e punti di riferimento a lungo mantenuti, delle soddisfazioni e del benessere soggettivo, dell’ordine internazionale: tutti elementi che la fase della “fine della storia” riteneva sarebbero durati in eterno. Con parole semplici Segre ipotizza che la causa del nostro malessere sia stata proprio quella rimozione di responsabilità avvenuta in quel momento che ha condotto al “dominio del dato”, al mercato come garanzia e a un “diritto” (inteso come normativa) visti come soluzioni tecniche a ogni problema. Psicologizzando la società, Segre suggerisce di mettere fine all’illusione di poter “stare bene” senza mai capire a che prezzo. Anche perché, se c’è una certezza in questo tempo incerto, è che tanto bene non stiamo. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1665 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati