Marjane Satrapi a Denver, Stati Uniti, 2007 (Andy Cross, The Denver Post/Getty Images)

Quel sabato sera la fila fuori dal cinema Apollo di Ferrara era così lunga che decidemmo di fare un’altra proiezione a mezzanotte. Persepolis, il film d’animazione di Marjane Satrapi tratto dalla sua storia a fumetti, non era ancora uscito in Italia e lei aveva deciso di presentarlo in anteprima alla prima edizione del festival di Internazionale, nel 2007. Il distributore si arrabbiò moltissimo per la seconda proiezione, ma Marjane lo ignorò.

Aveva cominciato a collaborare con Internazionale nel 2003. Persepolis era uscito in Francia da un po’ e le avevamo chiesto di disegnare ogni settimana una pagina per raccontare la guerra degli Stati Uniti contro l’Iraq.

Abbiamo raccolto in un supplemento speciale, allegato al giornale, quelle e altre storie realizzate da Marjane Satrapi per noi. È un modo per farle conoscere anche a chi all’epoca non leggeva Internazionale e per ricordare un’autrice e un’amica preziosa. Faraz Arif Ansari, regista di origini indiane, ha scritto qualche giorno fa:

Continuo a rileggere il comunicato della famiglia di Marjane Satrapi. Non perché sia lungo. Ma perché contiene una frase che sembra impossibile. Marjane Satrapi è morta di tristezza. Poco più di un anno dopo aver perso suo marito, Mattias Ripa, l’amore della sua vita. E non riesco a smettere di pensarci. Perché viviamo in un mondo che venera la guarigione. Il rimettersi in sesto. L’andare avanti. Il voltare pagina. Come se il dolore fosse qualcosa da sconfiggere. Come se l’amore potesse essere convinto ad andarsene.

Ma la vita di Satrapi racconta un’altra storia.

Ha passato decenni a scrivere di rivoluzioni, esilio, dittature, confini, sradicamenti. Eppure sotto tutto questo c’era una domanda che tornava sempre: cosa facciamo con le persone che non riusciamo a smettere di portarci dentro?

Persepolis non è mai stato semplicemente la storia dell’Iran. Era la storia della casa che manca.

Delle versioni di te che mancano. Delle persone che mancano. Era una storia sulla perdita, travestita da memoir. E forse è per questo che apparteneva al mondo intero. Perché tutti siamo esuli da qualcosa. Un paese. Un’infanzia. Un genitore. Una lingua. Un primo amore. La persona che eravamo prima che accadesse la cosa peggiore. Credo sia per questo che la sua morte mi ha colpito così nel profondo”. ◆

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1669 di Internazionale, a pagina 5. Compra questo numero | Abbonati