Peiraiki, Atene, 2024 (Martin Parr, Magnum/Contrasto)

Qualche tempo fa il New York Times ha chiesto a varie persone quali sono le cose che adesso ci sembrano normali ma che le generazioni future troveranno assurde. Un po’ come pensare oggi agli interventi chirurgici senza anestesia o allo schiavismo. Chiunque può divertirsi a fare una sua lista.

In quella di Kevin Kelly, studioso di cultura digitale, c’erano tra le altre: che siano i genitori a scegliere il nome di un bambino o di una bambina; mangiare animali morti con entusiasmo; avvolgere il cibo nella plastica; pensare di aver bisogno di un permesso per visitare un altro paese; seppellire i cadaveri umani nel terreno; imprigionare le persone a vita; voler vivere nello spazio; considerare normale l’uso delle bombe in guerra; indossare la cravatta al lavoro; lasciare che gli esseri umani guidino le macchine in autostrada; bruciare i rifiuti non riciclati.

Ian McEwan fa qualcosa di simile nel suo ultimo romanzo, Quello che possiamo sapere, ambientato nel 2119 in un Regno Unito post-apocalittico.

Il protagonista, uno studioso di letteratura che sta facendo una ricerca su un misterioso poema del 2014, racconta a un certo punto di aver letto un libro di storia scritto molti anni prima in cui si parlava dei “bagni di sole”: “Dagli anni settanta del novecento in poi, milioni di britannici bianchi avevano approfittato di voli economici per spostarsi a sud in estate e passare ore ogni giorno sdraiati a bordo piscina o in spiaggia sotto un sole feroce. Lo scopo era quello di far diventare scura la pelle chiara e ottenere un aspetto giudicato sano ed esteticamente migliore. Il fatto che quest’idea convivesse con il razzismo bianco costituiva, secondo l’autore, uno degli affascinanti misteri della storia sociale. Perfino dopo che la scienza medica ebbe accertato gli effetti cancerogeni e l’invecchiamento precoce causati da un’eccessiva esposizione ai raggi solari, la pratica si protrasse ancora ben oltre l’inizio del ventunesimo secolo”. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1664 di Internazionale, a pagina 5. Compra questo numero | Abbonati