Con il tempo e il talento, Fiorello si è conquistato un ruolo particolare, forse paragonabile solo ad alcune stagioni di Pippo Baudo. Non tanto per il potere editoriale e produttivo che gli viene riconosciuto, quanto per una forma di timore reverenziale che la politica, e a cascata la Rai, nutre nei suoi confronti. Da un lato la capacità di colpire senza schierarsi, che lo rende inattaccabile; dall’altro l’onda lunga dei suoi one man show d’inizio secolo, vera educazione sentimentale televisiva di una generazione oggi al comando, grata a chi da giovincella la fece ridere. Poi c’è il rapporto particolare e ricambiato con Giorgia Meloni, che in passato fu baby-sitter della figlia. “Più che al Quirinale, andrei a lavorare per Fiorello”, ha detto di recente, rimarcando involontariamente come la sua sia una delle pochissime trasmissioni radiofoniche rimaste indenni in una Radio2 smottante: titoli storici cancellati, palinsesti riscritti, cambi di orario privi di una spiegazione pubblica. Fiorello è consapevole di questa condizione d’intangibilità, tanto da ammettere con divertita compostezza: “Non ci toccano perché hanno paura di noi”. Una frase che ha una solennità sindacale, e il cui senso andrebbe collettivizzato per il bene di tecnici e colleghi, oltre i limiti dell’oasi felice. Fiorello sarebbe forse l’unico a poter aprire una discussione vera sul destino del servizio pubblico, sottraendola alla logica riduttiva degli ascolti e delle carriere. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1648 di Internazionale, a pagina 76. Compra questo numero | Abbonati