Che Sanremo sia la copia del paese è opinione condivisa. Ma a questo giro la coincidenza tra kermesse e vita pubblica sfiora il plagio, con Amadeus in cerca di “costruttori” per salvare la sua compagine canora, stretto tra il recovery fund degli inserzionisti e le spaccature interne all’azienda, le convocazioni da Franceschini e Fiorello che rivolge al conduttore la battuta giusta (“sarò il tuo Ciampolillo”). La pretesa del direttore artistico di garantirsi il pubblico in sala ha scatenato la reazione di buona parte del mondo dello spettacolo, spezzato dalla pandemia. O tutti o nessuno, dicono in molti, da Emma Dante a Moni Ovadia a Gabriele Lavia. Se va in onda Sanremo, che riaprano anche i teatri e i cinema. Un appello sacrosanto che tuttavia sottovaluta un aspetto: l’Ariston, nei giorni del festival, non è un teatro, ma uno studio televisivo. E il pubblico, come avviene in molti show, restituisce l’immagine di un evento. Non significa “aprire le porte” ma spendere soldi (e Sanremo può permetterselo) per garantire figuranti tamponati e contrattualizzati. Sanremo non è un concerto dal vivo. È la messa in scena di un concerto dal vivo. Questa è la tv, una messa in scena per un pubblico a casa. Trattarla al pari di altre forme d’intrattenimento rischia di apparire pretestuoso. Mentre sfruttare la forza muscolare del festival e il giorno dopo inchiodare il governo all’assunto “se si vuole si può” potrebbe fare del bene a tutti. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1394 di Internazionale, a pagina 74. Compra questo numero | Abbonati