È marzo in Florida, e sto passeggiando per il villaggio di Hogsmeade nel Wizarding World of Harry Potter, al parco tematico Universal Orlando. È una cartolina di Natale che prende vita: un luogo pittoresco con vetrine deliziose, strade acciottolate e finti edifici in mattoni innevati con i camini storti. Un capotreno vestito con un abito marrone mi saluta con un accento britannico. Dietro di lui, gli entusiasti frequentatori del parco si affollano dentro e fuori da un negozio di dolci, con in mano bicchieri di plastica di burrobirra. Io e le mie amiche scattiamo foto dei tetti del villaggio, ammirando questo luogo che attira milioni di visitatori ogni anno.
Vogliamo vedere Hogwarts, quindi c’incamminiamo verso Harry Potter and the forbidden journey (Harry Potter e il viaggio proibito), un’avventura volante che si svolge all’interno del castello. Attraversiamo il cancello d’ingresso e l’atmosfera diventa buia e suggestiva: ci sono ovunque pareti fredde di pietra e finestre dai vetri colorati, e il caldo bagliore delle lanterne gialle illumina la strada. Ritratti animati ci parlano mentre c’inoltriamo nel castello, e spuntano oggetti magici sparsi. In alto vediamo il professor Albus Silente, che ci dà il benvenuto. “Potreste incontrare una serie di cose che nel vostro mondo non sono comuni”, avverte.
Mentre ci avviciniamo alla fine della coda, compaiono Harry, Hermione e Ron, e c’invitano a guardare una partita di quidditch. Una carrozza tipo quelle delle montagne russe si ferma accanto a noi. “Ah”, dico alla mia amica, “mi sa che è la giostra dove mi sono sentita male l’altra volta”. Saliamo sulla piattaforma in movimento e prendiamo posto. È tutto molto veloce, e non c’è tempo per ripensarci. Tiro giù l’imbracatura di sicurezza che si blocca con un clic. La panca si muove bruscamente di lato e vengo sollevata in aria, i piedi penzoloni. Mi ritrovo sballottata in alto e di lato allo stesso tempo, e perdo l’equilibrio.
Mi pento all’istante. Il cuore mi batte forte, sto accumulando saliva, e dopo pochi secondi sono già stordita e nauseata. Sono iperconsapevole del mio corpo mentre si sposta e oscilla alla mercé di un braccio robotico che mi fa sobbalzare, m’inclina, mi gira. Mi aggrappo con la forza della disperazione.
Mi hanno detto che il giro dura circa quattro minuti, ma mi sembra di essere entrata in un portale per un’altra dimensione dove il tempo va avanti in circolo. Prego solo di uscirne viva. O meglio ancora, forse morirò e l’agonia finirà. Mi viene improvvisamente in mente la burrobirra che ho bevuto prima di salire. Ops. Chiudo gli occhi, so che sto per vomitare. Non posso evitarlo, ma forse posso ritardarlo. Faccio respiri profondi ma incerti. Cerco di anticipare i movimenti improvvisi. Poi lascio che accada l’inevitabile.
Mi arrendo al destino programmato del giro in giostra. La sua forza è più grande e imponente della mia, ed è anche progettata meglio. Vengo sbatacchiata come una bambola di pezza. Maledico Harry Potter e i suoi amici, chi ha inventato la giostra, gli amanti del brivido e soprattutto me stessa, per aver deciso di salite qui. Mi aggrappo il più a lungo possibile, ma la panca mi spinge in avanti e apro gli occhi. Poi vomito tutto sulle mie gambe. Sulle mie mani. E per aria.
Amo i parchi di divertimento e adoro le giostre. Però purtroppo mi fanno vomitare. Non solo le giostre: una volta ho passato sei ore nella cabina di una barca per la pesca dell’aragosta in preda alle onde, e spesso mi sento disorientata quando viaggio in auto. Ma non ho mai ammesso di soffrire di cinetosi. Ho sempre pensato che fingere ignoranza è la cosa migliore: quindi ho letto in auto, ho preso gli aliscafi e sono salita su ogni genere di giostra. Non sono mica messa così male, mi dicevo.
Questo fino all’inverno scorso, quando mi sono ritrovata a vagare per le Islands of Adventure (Isole dell’avventura) del parco Universal Orlando alla ricerca di un nuovo paio di pantaloncini, portandomi dietro una busta di plastica con dentro i miei vestiti inzuppati di vomito. Solo allora, all’età di 27 anni, mi sono resa conto che la cinetosi era una cosa con cui avrei dovuto convivere. E anche se ho sempre amato andare sulle giostre, fin da quando ero una bambina, non sono mai riuscita a godermi completamente quello che dovrebbe essere il loro obiettivo: darmi un brivido spensierato e inebriante.
Gli amanti del brivido cercano una scarica estrema di adrenalina, ma anche un viaggio emotivo. I parchi a tema sono progettati per offrire entrambe le cose. La paura e la soddisfazione che proviamo sulle giostre è simile a quella che cerchiamo nei film horror o in una salsa troppo piccante. Sono tutte forme benigne di masochismo.
I parchi a tema e le loro emozioni prefabbricate esercitano un fascino intramontabile. Nel 2019, più di cinquecento milioni di persone li hanno visitati in tutto il mondo, attraversando le porte di luoghi magici come Walt Disney World, Legoland e gli Universal studios di Hollywood e Orlando, dove sono andata incontro al mio destino su quella giostra di Harry Potter. L’industria globale dei parchi a tema, valutata quasi 55 miliardi di dollari, è costruita su divertimento in famiglia, esperienze condivise ed escapismo. “La gente vuole allontanarsi dalla quotidianità e scomparire in un mondo diverso”, dice Sabrina Mittermeier, autrice di A cultural history of the Disneyland theme parks (Storia culturale dei parchi a tema Disneyland). Non c’è tempo per pensare ai nostri piccoli problemi quando il nostro corpo si libra nell’aria contro ogni legge della fisica.
Un parco a tema è anche un’illusione: uno spazio fantastico e chiuso che trasporta i visitatori in mondi lontani. “È tutta una questione di controllo”, dice Scott A. Lukas, un antropologo culturale che studia i parchi a tema. “Ti stiamo dando l’illusione che puoi fare quello che vuoi. Invece controlliamo tutto”. Il vero trucco è assicurarsi che i frequentatori del parco non abbiano idea degli sforzi coordinati che avvengono dietro le quinte. L’obiettivo è l’immersione totale.
Ma cosa succede quando un giro che dovrebbe emozionarci o stupirci non raggiunge quell’equilibrio perfetto tra divertimento e paura?
Quando ero più piccola, in primavera, l’arrivo del carnevale itinerante nel parcheggio del nostro centro commerciale di Sydney, nella provincia canadese della Nuova Scozia, segnava la fine dell’anno scolastico. Era il 2006, avevo quasi undici anni. Per circa 15 dollari io e la mia migliore amica Erika compravamo dei braccialetti per salire su tutte le giostre del parco. Giravamo per il circo con altri bambini non sorvegliati del nostro quartiere, stordite dall’eccitazione. Sotto tendoni logori, i giostrai montavano lo zucchero filato e c’invitavano a tentare la fortuna. Noi però li ignoravamo e correvamo alle giostre. C’erano alcune attrazioni imperdibili: Zipper ti rivoltava a testa in giù, Tilt-a-Whirl ti faceva girare in tondo e il Gravitron ti sollevava le gambe da terra come per magia. Le facevamo tutte.
Un giorno abbiamo aspettato in fila per Star Trooper, che sfrecciava sopra le nostre teste in una macchia viola e acquamarina. Quando è arrivato il nostro turno ci siamo sedute sui sedili a forma di ombrello. Ci siamo alzate in volo, scalciando con i piedi mentre la giostra ci portava sempre più in alto. Poi, a metà strada, ha rallentato e ha fatto marcia indietro. Sono scesa, pallida come la morte, e ho vomitato in un bidone della spazzatura. Ci siamo messe a ridere, i ragazzi più grandi mi hanno preso in giro e siamo andate avanti come se niente fosse. Magari la ruota panoramica, che si muoveva lentamente, sarebbe andata meglio. Quando abbiamo raggiunto la cima, però, ho vomitato sui passeggeri della carrozza di sotto. Ancora una volta ci siamo messe a ridere. Era solo un’altra giornata di divertimento.
Ci piaceva avere paura. A casa, nel seminterrato, facevamo le sedute spiritiche per evocare i morti. Ci rannicchiavamo davanti alla tv mentre guardavamo la gente tagliarsi braccia e gambe in Saw (dopo ho vomitato sul tappeto). E ci facevamo tutte le giostre.
Ogni estate, io ed Erika prendevamo il traghetto per Prince Edward Island, dove c’era un torneo di calcio. Dopo le partite andavamo al parco di divertimento locale e salivamo sulle vecchie montagne russe di legno o sulle barche autoscontro. Era tutto un po’ sgangherato, ma c’erano anche giostre più impegnative. Una volta siamo salite sulla Rok-n-Rol, una giostra su una piattaforma rialzata dove per poco non siamo svenute. Eravamo sedute una di fronte all’altra e all’improvviso ci siamo ritrovate a testa in giù e abbiamo cominciato a girare in tondo. Ci siamo divertite un sacco. Erika mi ha supplicato di salirci di nuovo. Avevo dentro una vocina che mi diceva di no, ma ero bravissima a ignorarla quando si trattava di divertirsi. Siamo risalite, e ho sentito tornare su il mio panino al pollo e pesto. Ho vomitato addosso a tutte e due. “A quel punto per me era quasi normale”, dice Erika. “È strano che non abbiamo mai approfondito la cosa”.
Una persona su tre soffre di cinetosi (mal d’auto, mal di mare eccetera). È la risposta del corpo ai vari tipi di movimento che causano sbilanciamento: una sensazione d’instabilità, perdita di equilibrio e disorientamento spaziale. I sintomi sono nausea, vertigini, mal di testa, sudori freddi, malessere generale e anche il vomito. Può colpire chiunque, quindi non è considerata né una malattia né un disturbo vero e proprio. Qualcuno l’ha definita “una risposta naturale a condizioni innaturali” e in effetti, detta così, suona quasi rassicurante. Colpisce anche i bambini piccoli e le donne ne soffrono più degli uomini. Altri soggetti particolarmente esposti sono gli emicranici o le persone con problemi all’orecchio interno. A volte, per scatenarla basta l’ansia: chi ha già avuto episodi in passato può avvertire sintomi peggiori semplicemente perché si aspetta di sentirsi male.
La cinetosi può manifestarsi ovunque: a terra, in mare, in aria, perfino nello spazio. Negli ultimi anni, ai classici mezzi scatenanti come l’auto, il treno, l’aereo e la barca si sono aggiunte le nuove tecnologie che imitano i veicoli: simulatori di volo, visori per la realtà virtuale, videogiochi e giostre che simulano il movimento. Non c’è modo di sfuggirgli.
Fin dall’antichità, filosofi e studiosi hanno teorizzato e scritto sulla cinetosi. Aristotele fu il primo a descrivere il mal di mare come uno squilibrio dei fluidi nel corpo. Ippocrate scrisse: “Navigare in mare dimostra che il movimento disturba il corpo”. Charles Darwin soffrì di mal di mare durante tutto il viaggio sull’Hms Beagle, durato quasi cinque anni. Nel 1835 scrisse: “Odio ogni onda dell’oceano, con un fervore che voi, che avete visto solo le acque verdi della riva, non potrete mai capire”. Se l’era proprio legata al dito.
La causa di questa patologia è semplice: il movimento. Ci sono diverse teorie su cosa succede esattamente all’interno del nostro corpo. Secondo la teoria del conflitto sensoriale, il malessere nasce da un disallineamento tra ciò che vedono gli occhi e le informazioni che il cervello riceve dal meccanismo di equilibrio dell’orecchio interno (il sistema vestibolare, che rileva il disorientamento nello spazio). In parole povere, gli occhi dicono al cervello che una persona è ferma, per esempio che è seduta su una barca, ma il sistema vestibolare percepisce i movimenti della testa causati dalle onde: secondo la teoria tradizionale, questi segnali contrastanti sono la causa della cinetosi.
Il malessere può nascere da un eccesso di stimoli. Queste informazioni possono sommarsi e moltiplicarsi, a seconda dell’ambiente in cui ci si trova. Io ho provato una specie di cinetosi “ibrida” su quella giostra di Harry Potter per colpa degli stimoli contrastanti tra gli schermi e il movimento fisico. Ma la cinetosi da giostra non è certo una novità. Nel 1893, il progettista Amariah Lake inventò un “congegno illusionistico” chiamato The haunted swing (L’altalena stregata). I visitatori dell’epoca entravano in una stanza e si sedevano su un’altalena. Gli addetti gli davano la spinta e, come scriveva un giornale australiano, “l’altalena sembra capovolgersi completamente, mentre i presenti urlano convulsamente e si abbracciano”. Il trucco era nella meccanica: le persone erano convinte di muoversi, ma in realtà erano ferme, era la stanza intorno a loro a ruotare. La gente rimaneva a bocca aperta ed era sopraffatta dall’esperienza fisica, a volte fino a vomitare. Ma il vero segreto, nelle giostre dei parchi a tema, è calibrare alla perfezione alti e bassi per evitare che la gente si senta male.
Gli amanti del brivido cercano una scarica estrema di adrenalina, ma anche un viaggio emotivo. I parchi a tema sono progettati per offrire entrambe le cose
Come ho scoperto quel giorno di marzo, la giostra di Harry Potter consiste in una panca da quattro posti tipo montagne russe, montata su un braccio robotico che scende, ruota, si contorce e si gira in tutte le direzioni. La panca non si capovolge mai del tutto, ma a un certo punto i passeggeri si ritrovano completamente sdraiati sulla schiena e, onestamente, che differenza fa? Il braccio robotico (che sembra avere vita propria, anche se in realtà è programmato) è progettato per “garantire un fattore brivido assicurato”, secondo la Kuka, l’azienda tedesca che lo produce.
Per me c’è troppo movimento: il braccio è montato su un binario che attraversa un set fisico con scenografie animate. Una serie di schermi di proiezione a cupola riempiono completamente il campo visivo del passeggero (tradotto: non c’è modo di guardare altrove). La giostra è stata la prima a mettere insieme “live action, tecnologia robotica avanzata e tecniche cinematografiche innovative”, creando un’esperienza immersiva del tutto nuova. Ed effettivamente, alla gente piace: su internet c’è un seguito quasi da setta, con fan che la definiscono una giostra rivoluzionaria, con una tecnologia all’avanguardia pazzesca, che ha dato nuova vita al genere.
Ma a chi soffre di cinetosi non piace per niente. Più di dieci anni fa, Steven Golden ci ha fatto un giro. Mi sono messa in contatto con lui su Reddit, dopo aver letto che si era lamentato della giostra. Ricorda ancora la sensazione d’impotenza che ha provato quando la barra di sicurezza gli si è chiusa sulle spalle. “Subito ho pensato: oddio, ho fatto un errore terribile”, racconta Golden. Dopo pochi secondi, si è sentito sballottato in tutte le direzioni. Ha provato a cercare il cartello dell’uscita o un punto fisso per spezzare l’illusione dell’immersione, ma non è riuscito a trovare nulla. “Non c’era assolutamente scampo”. Durante una videochiamata su Zoom, ci mettiamo a ridere, uniti dalla nostra sofferenza condivisa. Mai più.
Secondo un nuovo studio di Thomas Stoffregen, professore di cinesiologia della University of Minnesota, è il movimento instabile a provocare il malessere: punto e basta. La cinetosi, dice Stoffregen, non nasce nell’orecchio interno, ma da un’alterazione del sistema corporeo che regola la postura. Prima si perde l’equilibrio, poi arriva la cinetosi. In un ambiente instabile, il cervello non riesce a modulare i movimenti del corpo come farebbe normalmente.
In breve, quando saliamo su una giostra il rapporto tra ciò che proviamo a fare con il nostro corpo e ciò che gli succede materialmente è imprevedibile, e questo porta a una destabilizzazione. Pensate a me, poveretta, legata a un sedile e proiettata nello spazio. “Provi a stabilizzare la testa contro movimenti che non puoi controllare”, mi ha spiegato Stoffregen. “Ecco perché ti senti male”.
I parchi a tema sono da sempre un terreno minato per chi soffre di cinetosi, ma continuano ad attirare visitatori da decenni. Gli amanti del brivido cercano esperienze divertenti, fantastiche, mai provate prima. Dreamland, uno dei primi parchi a tema, aprì a ConeyIsland e fu attivo dal 1904 al 1911. Con un biglietto d’ingresso di soli 35 centesimi, i visitatori – molti dei quali arrivavano in nave – potevano provare una delle prime giostre con simulazione di movimento: si chiamava Under and over the sea, un viaggio simulato in sottomarino nell’oceano Atlantico. La giostra sembrava una nave da guerra, con tanto di scialuppe, torrette e ponte. Guardando attraverso gli oblò, i passeggeri vedevano calamari giganti e squali. Altre giostre dell’epoca simulavano viaggi sulla Luna.
All’epoca, erano un’esperienza fisica completamente nuova. In un articolo del 1981 pubblicato su The Journal of Popular Culture, lo storico statunitense Russel B. Nye descriveva il fascino dei parchi di divertimento come un “rischio senza rischio, un luogo in cui si possono correre pericoli che in realtà non ci sono”.
Gli amanti del brivido vogliono che il loro senso cinestetico venga destabilizzato: è proprio questo il bello. Ma se si esagera, c’è il rischio che una persona non voglia mai più ripetere l’esperienza. Chi progetta le giostre deve camminare su un filo sottile tra sicurezza e pericolo, cercando al tempo stesso di dosare lo stress fisico sul corpo. La verità è che le giostre più emozionanti sono pensate per provocare un certo livello di disagio. Ma qual è il limite? Il vomito? Il colpo di frusta? La perdita dei sensi?
Le giostre moderne, che mettono in scena esperienze uniche in mondi fantastici e galassie lontane – come volare su una panca magica tra i corridoi di Hogwarts, librarsi sul dorso di una creatura alata su Pandora o unirsi alla resistenza in una battaglia epica contro il Primo Ordine – sfruttano tecnologie sempre più multisensoriali e immersive: aptica, odori, realtà virtuale. Al contempo, devono calibrare con precisione la giusta dose di paura e divertimento, evitando di far correre tutti i passeggeri verso il primo cestino disponibile.
Ieri come oggi, alcune giostre esagerano. La prima montagna russa al mondo con un giro della morte, la Flip flap railway di Coney Island, era tristemente famosa per far perdere i sensi ai passeggeri (aveva un loop perfettamente circolare, quindi la forza di gravità era molto intensa). Nel 1910, un’altra montagna russa storica di Coney Island, la Rough riders, fece volare fuori dal vagone 16 passeggeri; quattro di loro morirono.
Anche se non si muore, ancora oggi alcune giostre sono famose per far venire la nausea. Basta leggere le recensioni online di Mission: Space a Epcot, della Simpsons ride agli Universal studios o di Star tours ai Disney’s Hollywood studios: ci sono un sacco di persone che dicono di essere quasi svenute o di aver rischiato di vomitare. Dopo il mio piccolo incidente, ho vagato per Hogsmeade in cerca di un po’ di cioccolato, finché un commesso non mi ha gentilmente consigliato di evitare le giostre dei Minions e dei Transformers, giusto per stare tranquilla. L’anno scorso, il New York Post ha scritto che i dipendenti di Epcot distribuivano sacchetti per il vomito all’uscita della nuova attrazione Guardians of the Galaxy: Cosmic Rewind, una montagna russa che ruota a 360 gradi e prevede il primo lancio all’indietro mai fatto da Disney su una giostra (la cosa mi sorprende? Assolutamente no). Sui forum, i visitatori dei parchi si scambiano consigli su quando prendere il Dramamine e su quali giostre da voltastomaco è meglio evitare.
Le nuove attrazioni dotate di simulatori di movimento, come Star Wars: Rise of the Resistance (che comprende una dark ride senza binari, un simulatore di movimento, un percorso a piedi e una caduta libera), stanno avendo molto più successo. Nel 2020, Theme Park Insider l’ha definita la migliore nuova attrazione dell’anno: “L’ultimo capolavoro Disney fonde quattro sistemi di guida con animatronics e attori dal vivo per creare l’esperienza a tema più immersiva dell’anno”. La Disney ha fatto centro anche all’Animal Kingdom, nel parco di Walt Disney World. In Avatar Flight of Passage, un simulatore di volo in 3d, i visitatori cavalcano una creatura meccanica e possono addirittura sentirla respirare tra le gambe.
Nella mia full immersion tra blog e forum dedicati ai parchi a tema, ho scoperto che c’è davvero fame di attrazioni immersive ben fatte, che non ti costringano a rimettere il costosissimo pranzo del parco. Perché il punto è questo: nei parchi a tema, la gente si sente male in continuazione. Darren Kwong, che soffre di cinetosi fin da bambino, ha provato la giostra di Harry Potter qualche anno fa. Le ha dato una sola stella. “Non sono riuscito a godermela per niente”, racconta. Ha chiuso gli occhi pochi secondi dopo l’inizio e ha cominciato a respirare profondamente per non dare di stomaco. È riuscito a resistere fino alla fine senza vomitare sulla sua ragazza, ma c’è mancato poco.
Un altro passeggero, Laurin Jeffrey, si era preparato con un piano ben preciso. Aveva sentito dire che la giostra era impegnativa, quindi prima di salire ha preso delle pillole di zenzero, Gravol e Pepto-Bismol. Eppure, anche con tutti quei farmaci nello stomaco, si è sentito male perché i movimenti sullo schermo non erano coordinati con quelli del braccio robotico. “Ti sposti di lato mentre vai all’indietro e nel frattempo il braccio t’inclina e davanti agli occhi hai una cosa che si muove in avanti”, racconta. “Se dovessi progettare un Vomit-Tron, sarebbe esattamente così”. Un post su Penny Arcade mi ha colpito in particolare: “Dopo i primi cinque secondi di Harry Potter and the forbidden journey ho capito che ero nei guai. Quando mi sono accorto che il vomito non era una possibilità ma una certezza, ho cominciato a concentrarmi su come dare di stomaco nel modo migliore”. Ci sono passata anch’io, fratello.
Si può provare a combattere la cinetosi, ma una volta che si manifesta, è già troppo tardi. Il modo migliore per fermarla è evitare le situazioni che potrebbero provocarla. Ma se siete come me e non potete fare a meno di salire sulle giostre, i miei consigli sono: 1) guardate l’orizzonte; 2) provate la Xamamina; 3) tentate con la digitopressione; 4) non mangiate e non bevete nulla prima o dopo il giro in giostra (o, in caso contrario, assicuratevi che sia qualcosa di leggero); 5) cercate di non irritarvi quando la vostra amica vi dice: “A me non è sembrata così tremenda”.
Ma a volte, nemmeno la prevenzione funziona. Un recensore ha provato la scopolamina, un farmaco che in passato aveva funzionato su altre giostre. “Con questa medicina miracolosa sono riuscito a salire ovunque, ma stavolta ha appena attenuato i sintomi. Senza sarei stato perduto”. Un’altra lettrice ha preso un farmaco ed è salita sulla giostra per vedere se faceva effetto. “Non ha funzionato per niente” racconta. “Ho 44 anni e non avevo mai vomitato in un parco giochi”.
Quando vomiti in un mondo di magia e meraviglia, l’incanto svanisce. Il sedile era curvo, quindi il vomito ha formato una pozza tra il mio sedere e le mie gambe. “Chi lo pulirà, adesso?”, ho pensato. Mi sono alzata, stordita e ricoperta di vomito, e ho guardato la panca allontanarsi. Mi sono trascinata verso il primo muro fermo che ho trovato, mi sono accovacciata e ho cominciato a respirare profondamente, mentre le mie amiche osservavano la scena in silenzio. Il pavimento fresco sembrava un ottimo posto dove sdraiarsi per un po’. Poi ho sentito una voce: “Signora, ho una stanza per lei”.
Ho alzato gli occhi, c’era un dipendente gentile che mi guardava. Dalla sua espressione ho capito subito che aveva già visto scene del genere e che sapeva esattamente cosa fare. Mi ha accompagnata a una porta con scritto “riservato al personale autorizzato” e l’ha aperta. Era una stanza segreta dedicata alle anime sfortunate come me, quelle che non riescono a superare la giostra senza sentirsi male.
C’era una vaschetta quadrata che sembrava un piccolo gabinetto pieno d’acqua. Era un lavandino speciale per il vomito, con una maniglia argentata per lo scarico. Mi ci sono chinata sopra per un attimo, ma ormai avevo già vomitato tutto. Due delle mie amiche sono entrate poco dopo e una di loro, ispirata dalla scena, ha cominciato a vomitare anche lei.
La stanzetta aveva un lavandino normale, sapone, sacchetti per il vomito e salviette di carta. Mi sono pulita i pantaloncini e le gambe e mi sono sfilata la maglietta, che era completamente rovinata. L’addetto ha bussato alla porta e mi ha chiesto se avevo bisogno di qualcosa. Una maglietta nuova. Un paio di pantaloncini. Un po’ d’acqua. È tornato con una maglietta azzurra, taglia large, con una stampa del castello di Hogwarts: un souvenir da 27 dollari, gratis, al prezzo di un conato di vomito. “I pantaloncini non li ho trovati”, ha detto.
Mi sentivo grata per il suo aiuto e sollevata che esistesse questa stanza segreta. C’era un mobiletto di legno con decine di magliette e infradito. Mentre le guardavo, pensavo a tutte le persone che erano passate di lì prima di me, che si erano vomitate sulle scarpe. Anche loro avevano visto questo spazio nascosto, che a suo modo ha qualcosa di magico.
Io e le mie amiche ci siamo messe a cercare in giro, aprendo pensili a caso e sbirciando dietro le tende, dove abbiamo trovato prodotti per le pulizie e sacchi della spazzatura. Dopo essermi lavata alla meglio e aver indossato la mia nuova maglietta, ho accettato dall’addetto la bottiglia d’acqua più piccola che avessi mai visto: un altro premio di consolazione.
“Succede tante volte?”, gli ho chiesto.
“Abbastanza spesso”, mi ha risposto.
Ho appallottolato la mia vecchia maglietta e il mio cappello tutto rovinato e li ho infilati in una busta di plastica. Tremavo ancora un po’, ma dopo aver bevuto un po’ d’acqua a piccoli sorsi ero pronta ad andarmene.
Sono uscita barcollando tra la folla del negozio di souvenir con in faccia il sole della Florida, stordita, circondata da gente vestita in stile Hogwarts. Mi sono messa una mano sudata sulla guancia e mi sono scattata un selfie su Snapchat insieme al sacchetto per il vomito. “Il sacco della vergogna”, ho postato.
Mentre me ne stavo rintanata all’ombra e mia sorella correva in giro cercando un paio di pantaloncini nuovi per me, pensavo a quanto possa spezzarsi in fretta l’illusione nei parchi a tema: rimani bloccata a testa in giù; si accendono le luci dopo un guasto, rivelando tutta la struttura d’acciaio della giostra. Oppure sei ricoperta di vomito. E l’incantesimo svanisce. ◆ fas
Emily Latimer è una giornalista freelance. Lavora nella Nuova Scozia, in Canada. Questo articolo è uscito sul giornale online statunitense Longreads con
il titolo “I think I’m going to be sick”.
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Questo articolo è uscito sul numero 1628 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati