Il 9 aprile, al momento di presentare la selezione ufficiale di quest’anno, la presidente del festival di Cannes Iris Knobloch ha parlato della “grande incertezza” in cui si trova il mondo attuale. Ha senso vedere film sulla Croisette mentre la Russia bombarda l’Ucraina, Israele distrugge il Libano meridionale e in Sudan continua la guerra civile? Come prestare attenzione ad altre immagini se non a quelle che ci arrivano dalla realtà di questi conflitti?

“Il festival di Cannes è nato nel 1939, in un momento di grande incertezza”, ha detto Knobloch, ex responsabile della divisione francese della Warner Bros. “Quando il mondo perde i suoi riferimenti, mostrare film provenienti da ogni orizzonte non è banale. Difende ciò che l’umanità ha di più prezioso: la sua capacità di sognare e di pensare liberamente”.

Le condizioni del mondo

Nel corso della stessa conferenza stampa Thierry Frémaux, delegato generale del festival, ha ricordato che fin dalla prima vera edizione dell’evento, nel 1946, “con i film di Roberto Rossellini e di René Clément, il cinema era lì per testimoniare le condizioni del mondo”. E, a giudicare dai tanti film selezionati che evocano le due guerre mondiali (tra gli altri quelli di László Nemes, Emmanuel Marre, Lukas Dhont, Paweł Pawlikowski, Antonin Baudry), non mancheranno richiami ai conflitti attuali.

Ma il modo in cui Frémaux e la sua équipe hanno scelto i 22 film in corsa per la Palma d’oro solleva diversi interrogativi. Senza discutere sulla qualità di questi film, un elemento risulta evidente: non vengono “da tutti gli orizzonti”. Anzi, questo concorso è il più ristretto degli ultimi quindici anni se si guarda alle nazionalità dei registi.

Finora si è discusso molto sull’assenza di grandi film statunitensi, in particolare di quelli di Steven Spielberg (Disclosure day uscirà il 10 giugno) e di Christopher Nolan (Odissea uscirà il 16 luglio). Ma la mancanza delle major non si riflette in una competizione più cosmopolita. Gli europei sono la maggioranza (14, di cui quattro film francesi e tre spagnoli), seguiti da giapponesi e sudcoreani (quattro) e statunitensi (due). Solo due autori provengono da altri “orizzonti”: l’iraniano Asghar Farhadi, il cui film Histoires parallèles è stato girato a Parigi con stelle francesi (Isabelle Huppert, Catherine Deneuve, Pierre Niney e così via); e il russo Andrej Zvjagincev (Minotaur), che vive in esilio in Francia. Anche se i 2.541 film proposti al comitato di selezione quest’anno – circa mille titoli in più rispetto a dieci anni fa – vengono da 141 paesi, in concorso non ci sono film latinoamericani, tailandesi o cinesi. Dall’inizio dell’era Frémaux, nel 2001, è la seconda competizione meno diversificata della rassegna.

Il delegato generale ha scelto di relegare la diversità nella sezione Un certain regard, che negli ultimi anni è diventata più coerente, meno eterogenea e più attenta in particolare al cinema africano (per esempio con il film My father’s shadow del nigeriano Akinola Davies Jr.). Frémaux spiega di aver riorientato questa sezione “verso opere prime e verso un cinema più internazionale, più universale”. Quindi al festival si vedranno anche quest’anno lavori di paesi rari sulla mappa del cinema, dal Nepal al Costa Rica. Tuttavia la riduzione geografica nella selezione più prestigiosa sorprende di fronte al caos geopolitico in corso.

Akinola Davies Jr., Cannes, 24 maggio 2025 (Stephane Cardinale, Corbis/Getty)

Ci si può chiedere se la direzione di Cannes voglia essere prudente. Persiste il ricordo del 2025, quando Frémaux scartò il film dell’israeliano Nadav Lapid, Yes! – pamphlet sulla società israeliana post 7 ottobre, finito nella Quinzaine des cinéastes – e un trio di film sulla Palestina, scoperti in altri festival – La voce di Hind Rajab di Kaouther Ben Hania (Venezia), Memoria di una rivolta di Anne-Marie Jasir (Toronto) e Tutto quello che resta di te di Cherien Dabis (Sundance).

Se l’edizione 2025 è rimasta nella memoria come un’edizione piuttosto politica, in sintonia con i tumulti del mondo, lo si è dovuto soprattutto al lavoro delle selezioni parallele. In particolare la Quinzaine des cinéastes aveva mostrato, oltre al film di Nadav Lapid, un importante documentario girato da tre giovani ucraini, Militantropos, mentre l’Acid (la sezione parallela del festival che dà visibilità ai film indipendenti, senza distribuzione) ha puntato su Put your soul on your hand and walk di Sepideh Farsi, sulla figura di Fatima Hassouna, la fotoreporter palestinese uccisa in un bombardamento.

Lascia perplessi la decisione d’includere a margine della selezione ufficiale (le séances spéciales) alcuni documentari su argomenti non proprio scottanti: da Éric Cantona (David Tryhorn e Ben Nicholas) a John Lennon (Steven Soderbergh), passando per Richard Avedon (Ron Howard) e il Che (Christophe Dimitri Réveille).

Un viaggio improbabile

Il disagio si fa ancora più profondo quando Frémaux si avventura in generalizzazioni sui temi affrontati dai lungometraggi selezionati quest’anno, ricorrendo a un’acrobatica categoria “nord-sud”: “Il mondo occidentale ha bisogno di dolcezza, di canzoni, di natura. Al contrario i cosiddetti ‘paesi del sud’ – espressione che metto tra virgolette doppie se non triple –, i paesi che non appartengono alle società occidentali hanno bisogno di sicurezza, di prosperità, che ci si prenda cura dei bambini e delle famiglie”.

In un’intervista alla rivista Trois Couleurs, pubblicata dalla casa di produzione MK2, Frémaux ha cercato di riformulare la sua visione: “Ciò che colpisce quest’anno è la differenza d’ispirazione tra i paesi del nord e quelli del sud. I paesi del nord mostrano film con problemi di gente dei paesi del nord. Mentre i paesi del sud, forse più concentrati sulla sopravvivenza, mostrano interrogativi legati alla sicurezza, alla guerra e così via. L’insieme di tutto questo permette di organizzare un viaggio a cui invitiamo chi verrà ad assistere al festival”.

Così, mentre le guerre si moltiplicano e interi paesi vengono distrutti, il responsabile del più grande festival cinematografico del mondo invita il suo pubblico a un “viaggio” tra “nord” e “sud”.

Il contrasto con altre manifestazioni culturali di primo piano è stridente. La Berlinale, il festival cinematografico organizzato in febbraio a Berlino, è ormai alle prese con ricorrenti e dolorose polemiche (come dimostrano quest’anno le dichiarazioni del regista Wim Wenders, presidente della giuria: “Dobbiamo rimanere fuori dalla politica”).

Ma anche la Biennale d’arte di Venezia, inaugurata venerdì 8 maggio, è al centro di vive polemiche legate alla presenza dei padiglioni russo e israeliano. A quanto pare la strategia discreta di Frémaux sembra dare i suoi frutti: finora sulla Croisette le polemiche legate alla politica internazionale sono rimaste limitate. ◆ adr

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Questo articolo è uscito sul numero 1665 di Internazionale, a pagina 83. Compra questo numero | Abbonati