La madre è infinita. La madre cattiva di più. Ne scriveva già Euripide, consegnando all’eternità Medea, assassina dei suoi stessi figli per vendetta contro il padre Giasone. Secoli dopo Charles Perrault lasciava che in una fiaba la moglie del taglialegna, d’accordo con il marito, abbandonasse Pollicino e i fratelli nel bosco. La madre è un tema e un personaggio inesauribile. Continuiamo a scrivere di lei, a leggere di lei. È la persona, il corpo, il luogo da cui più a lungo che in tutte le altre specie il neonato dipende dopo la nascita. Sono da poco usciti in italiano due libri di autrici che ancora riescono a stupirci nel loro modo di trattare la madre: Ann d’Inghilterra di Julia Deck, Il mio rifugio e la mia tempesta di Arundhati Roy. Il primo dà conto di che mistero indecifrabile possa essere per una figlia la madre, in vita e oltre. Ma è un mistero impossibile da eludere, poiché “le figlie non escono mai dal corpo della madre”. Il secondo restituisce fin dal titolo la misura della complessità e dell’ambivalenza di una relazione che può ricadere, di momento in momento, in un punto qualsiasi all’interno di due estremi anche molto lontani tra loro. Scrive Roy: “Ho imparato molto presto che il posto più sicuro può essere il più pericoloso”. E subito dopo: “E anche quando non lo è, io lo rendo tale”. Se non di cattive madri siamo tutti figli di madri per forza imperfette. Abbiamo ancora bisogno che ci siano raccontate.

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Questo articolo è uscito sul numero 1648 di Internazionale, a pagina 12. Compra questo numero | Abbonati