L’ordine animale dei chirotteri, cioè i pipistrelli, gode di scarsa reputazione tra gli umani. E uso un eufemismo: in realtà i pipistrelli sono calunniati e maltrattati da secoli. Alcuni, di solito da una comoda posizione di distanza e ignoranza, li trovano repellenti e inquietanti. Altri li temono, con o senza motivi razionali. A volte i pipistrelli vengono sterminati in massa, indifesi come sono sui loro posatoi collettivi, quando le persone li considerano minacciosi, fastidiosi e nocivi, oppure quando li vedono come un cibo appetibile. Ora, l’idea di una zuppa di pipistrello o di un pipistrello arrosto farà anche accapponare la pelle ai sensibili consumatori occidentali. Ma è una ben magra consolazione per le decine di migliaia di volpi volanti (così si chiamano comunemente le specie della famiglia degli pteropodidi, o pipistrelli della frutta, i più grandi del vecchio mondo) che in questi ultimi anni sono stati cacciati legalmente in Malaysia sia per sport sia per consumarne la carne. O anche per le volpi volanti delle Marianne, condannate all’oblio non solo dalla perdita del loro habitat, a Guam e nelle isole vicine, ma anche dall’introduzione di un serpente che vive sugli alberi e se ne ciba, nonché dalla tradizione locale dei chamorro, che li consumano durante i pasti celebrativi.

In tutto il mondo ci sono quasi duecento specie di pipistrelli a rischio. E la pandemia di covid-19 non farà che aggravare l’avversione nei loro confronti (visto che le prove molecolari li indicano come probabile origine del nuovo coronavirus), a meno di riconoscere non solo i pregiudizi di cui questi animali sono vittime, ma anche i loro meriti e perfino la loro bellezza.

La letteratura dell’antichità e il folclore tramandano un lungo elenco di capi d’accusa contro i pipistrelli: si sono comportati da voltagabbana nella battaglia primordiale tra uccelli e bestie; fanno andare a male le uova di cicogna; staccano a morsi la carne dei prosciutti appesi a stagionare; s’impigliano nei capelli delle donne; sono complici di Satana nel suo tentativo di assumere il controllo dell’animo umano; il loro sangue è un antidoto al morso dei serpenti velenosi e altre stupidaggini simili.

Piccoli vampiri

Non è un mito, invece, l’associazione tra pipistrelli e vampirismo. Tre specie di piccoli e infidi pipistrelli del nuovo mondo si sono adattate a cibarsi esclusivamente del sangue di uccelli e mammiferi; inizialmente si lanciavano su animali selvatici, ma ora anche su vacche, cavalli ed esseri umani che, per distrazione, si addormentano con i piedi scoperti. Delle tre specie, la più degna di nota è il comune pipistrello vampiro (Desmodus rotundus), diffuso dall’Uruguay al Messico e in modo particolare nel sudest del Brasile. Questi pipistrelli sanguivori sono in grado di localizzare una concentrazione di capillari grazie ai sensori del calore che hanno nel naso, e di lacerare la carne delle vittime grazie ai loro affilatissimi incisivi. E la loro saliva ha proprietà anticoagulanti. Non gli manca proprio niente. Sono come zanzare pelose. L’aggettivo rotundus (corpulento) si riferisce al fatto che, dopo aver strisciato a terra per andare ad azzannare le caviglie dei quadrupedi, e dopo averne bevuto il sangue, quel pasto notturno (ci scappa un “burp”) li rende talmente grossi che, per poter spiccare il volo e tornare ai loro posatoi, devono urinare via il plasma trattenendo i globuli rossi. Da qui a “Dracula”, il passo è breve.

Alcuni, poi, accusano i pipistrelli di essere portatori di pericolosi agenti patogeni, tra cui il precursore del nuovo coronavirus sars-cov-2, che potrebbe esserci stato trasmesso da uno dei vari tipi di rinolofo (pipistrello dal naso a ferro di cavallo) diffusi nel sudest della Cina. Ma se è così, probabilmente quell’evento fatale ha avuto a che fare con qualcosa che un umano voleva dai pipistrelli, più che con qualcosa che un pipistrello voleva dagli umani.

I virus dei pipistrelli non ci “salgono addosso”, ci “cadono” addosso. Non sono loro che vengono a cercarci: in genere il salto di specie si verifica quando noi ci intromettiamo nell’habitat dei pipistrelli. Quando andiamo a spalarne il guano per usarlo come fertilizzante, quando li catturiamo, li uccidiamo o li trasportiamo ancora vivi verso i mercati; insomma, quando agiamo in modo invadente o distruttivo nei loro confronti. Gli scienziati non hanno ancora scoperto, e forse non scopriranno mai, quale di questi incontri abbia portato il genere umano a contatto con il sars-cov-2. Ma potete star certi che non è accaduto perché un Rhinolophus rouxii è volato fino a Wuhan per mordere l’alluce di un povero disgraziato.

Un habitat sicuro

Tra tutti i virus di cui sono portatori i pipistrelli, il più letale per le persone è quello della rabbia, e ormai si sa che appartiene a un gruppo disparato, quello dei lyssavirus (da Lissa, la divinità greca della rabbia e del furore), quasi tutti associati proprio ai pipistrelli. La rabbia è nota agli umani almeno dai tempi di Democrito, quindi dal quinto secolo aC. L’abbiamo vista nei nostri cani, che talvolta fa impazzire (come Zanna Gialla) e occasionalmente in qualche malcapitato che viene morso. Se il soggetto esposto non viene subito vaccinato, il virus della rabbia ha un tasso di letalità pari a quasi il 100 per cento, e a tutt’oggi questa malattia uccide decine di migliaia di persone all’anno.

Rhinolophus ferrumequinum (DeAgostini, Getty Images)

Ma da quale fonte originaria il virus della rabbia è entrato nei cani, negli orsetti lavatori, nelle puzzole e negli altri carnivori che poi mordendoci lo fanno colare nella ferita mescolato alla loro saliva? Il primo indizio è emerso nel 1911, quando il virus della rabbia fu isolato nei pipistrelli da Antonio Carini, uno scienziato italiano che lavorava in Brasile e che notò un particolare strano: apparentemente, il virus non faceva ammalare i pipistrelli. Questo lo indusse a ipotizzare che il rapporto tra pipistrello e virus avesse un’origine molto lontana nel tempo, e che i due fossero arrivati a un accordo reciprocamente vantaggioso: un habitat sicuro per il virus, niente sintomi per l’ospite.

Se la rabbia ha dominato il dibattito scientifico per gran parte del novecento, altri virus portati dai pipistrelli sono stati scoperti, per lo più incidentalmente, da scienziati che studiavano cose diverse. Penso al virus rio bravo, scoperto nel 1954 in alcuni pipistrelli della California e legato al virus della febbre gialla; oppure al virus tacaribe, trasmesso sia dai pipistrelli sia dalle zanzare di Trinidad. Questi virus hanno generato articoli scientifici, ma non titoli di giornale, perché non uccidevano esseri umani.

Presto sarebbero comparsi anche nuovi virus killer, benché privi (all’inizio) di legami accertati con i pipistrelli. Tra la fine degli anni sessanta e gli anni settanta, con i primi focolai umani accertati, il virus marburg e quello della specie Zaire ebolavirus, cioè il più letale e temuto di tutti i virus ebola, causarono malattie e morti raccapriccianti. Ma ci è voluto del tempo prima che fossero scientificamente dimostrati i loro legami (comprovati nel caso del Marburg, probabili nel caso dell’ebola) con i pipistrelli come portatori.

Eumops bonariensis, dal Venezuela (Merlintuttle.org/Science photo library/Agf)

Poi, nel 1994, arriva uno strano nuovo microrganismo da certe volpi volanti dell’Australia orientale, seminando orrore e devastazione in un allevamento di cavalli da corsa e uccidendo uno dei tre uomini che affannosamente, lavorando immersi fino alle spalle in una schiuma sanguinolenta, avevano tentato di salvarli. Il secondo dei tre era uno stalliere che si ammalò gravemente ma sarebbe sopravvissuto. Il terzo era un veterinario, uno spilungone che risponde al nome di Peter Reid.

“Eccolo lì”, mi avrebbe detto Reid una decina d’anni dopo, mentre eravamo seduti nella sua auto, in mezzo a una distesa di casette tutte uguali in un sobborgo di Brisbane, a contemplare l’albero di fichi al centro di una rotatoria: “Eccolo, l’albero maledetto”. Nel 1994 quel sobborgo di Brisbane era un pascolo frequentato da cavalli, e i pipistrelli ci andavano per mangiare i fichi. La prima a essere contagiata era stata una giumenta che, all’ombra del fico, aveva brucato l’erba impiastrata di feci di pipistrello contenenti il virus. Dalla giumenta, il virus era passato agli altri cavalli e poi agli stallieri. Lo avrebbero chiamato hendra, dal nome del sobborgo di Brisbane dove i quadrupedi erano morti. Tutto ciò avveniva prima che diventasse politicamente inaccettabile dare il nome di una località a un virus nuovo e cattivissimo.

Spuntava dai pipistrelli – in Malaysia nel 1988 – anche il nipah. Anche il nipah passò attraverso un ospite amplificatore (un maiale), uccise esseri umani, e fu chiamato con un toponimo, quello del villaggio di Sungai Nipah, dove abitava l’allevatore di maiali di 51 anni nel cui fluido cerebrospinale venne isolato per la prima volta.

Euderma maculatum, nello Utah, Stati Uniti (Merlin D. Tuttle, Science photo library/Agf)

Il virus sars originario apparve poco più tardi, nel 2002. Anche quello veniva da un pipistrello, era forse passato attraverso gli zibetti delle palme, aveva cominciato a far ammalare le persone a Shenzhen, in Cina. Poi, nel 2003, si propagò con allarmante rapidità in altri paesi, con vari eventi di superdiffusione e con un alto tasso di letalità, ma grazie a rigorose misure di salute pubblica venne messo sotto controllo, uccidendo “solo” 774 persone.

L’epidemia di sars del 2002-2003 è stato un evento che infervorò gli studiosi delle malattie, d’accordo sul fatto che sarebbe bastato poco perché si scatenasse una pandemia disastrosa, per esempio una reazione più lenta dei responsabili della sanità pubblica, o misure di contenimento non ben organizzate. O un coronavirus analogo, ma capace di diffondersi a partire da malati asintomatici. Vi ricorda niente? Dovrebbe. Due anni dopo, la scoperta del nesso tra pipistrelli e sars avrebbe trasformato la ricerca su chirotteri e virus, a detta dell’eminente virologo Charles H. Calisher, “da fortuita, frammentaria e locale a ben pianificata, metodica e globale”. Tradotto, gli scienziati si dedicarono sempre di più a studiare il ruolo dei pipistrelli come serbatoi per virus molto pericolosi. L’elenco delle ostilità, delle volgarità, dei rancori e delle accuse nei confronti dei pipistrelli è lungo. Ma cosa si può dire in difesa di queste creature temute e detestate? Un sacco di cose.

Dalla parte dei pipistrelli

Per cogliere la maestà dei pipistrelli cominciate immaginando questo: siete a bordo di una piccola imbarcazione che avete noleggiato per 25 dollari e navigate tranquillamente in mare aperto diretti a sud, zigzagando tra le isolette a est di Komodo. Si tratta di un angolo isolato e inospitale dell’arcipelago indonesiano, una zona scarsamente popolata, con pochissimi villaggi, per non parlare degli alberghi. Cala la sera e vi affrettate a cercare un luogo sicuro dove gettare l’ancora sottovento, così da pernottare insieme al capitano dell’imbarcazione e all’equipaggio, composto dai suoi due figli maschi. Appena prima che faccia buio, un grande stormo di volpi volanti arriva da occidente. Saranno forse un migliaio e tutte delle dimensioni di un corvo. Probabilmente si tratta di Acerodon mackloti, pipistrelli endemici delle isole della Sonda, in Indonesia. I virus di cui possono eventualmente essere portatori, a quanto ne sappiamo, finora non hanno causato danni a esseri umani.

Lophostoma schulzi, dalla Guyana (Merlintuttle.org/Science photo library/Agf)

Battendo le ali con ritmo tranquillo ma con determinazione, i pipistrelli volano in processione, come oche migratrici, diretti verso chissà quale isola più a est per andare a caccia di cibo. Il sole calante accende il cielo di un’ultima pennellata color pesca. La luna è una falce sottile contro cui si stagliano, una dopo l’altra, le silhouette di quei pipistrelli. Sono magnifici. Le volpi volanti delle isole della Sonda sono una delle oltre 1.400 specie viventi di pipistrelli classificate dagli studiosi. I chirotteri, insomma, sono più numerosi di qualsiasi altro ordine, a eccezione dei roditori, e costituiscono circa il 20 per cento di tutti i mammiferi. Pensate: di tutti i mammiferi che popolano la Terra, uno su cinque è un pipistrello. Si vede che questi animali hanno capito tutto.

Ma in base a un altro parametro, considerando la varietà delle loro caratteristiche ecologiche, fisiologiche e comportamentali, i pipistrelli sono più diversificati anche dei roditori. Vivono su tutti i continenti salvo l’Antartide, dal nord estremo del circolo polare artico fino alla Terra del Fuoco, e anche su alcune delle isole più irraggiungibili del mondo.

Fanno parte del loro regime alimentare insetti, piccoli mammiferi, rettili, anfibi, pesci catturati sfiorando l’acqua radente, frutta, fiori, nettare, polline, foglie, scorpioni e sangue.

Rhinolophus philippinensis achilles (B. G. Thomson, Science photo library/Agf)

Alcuni pipistrelli migrano coprendo lunghe distanze in cerca di alimenti stagionali o di temperature miti. Alcuni vanno in letargo, in particolare nelle caverne, per evitare i rigori dell’inverno. Molti pipistrelli delle zone temperate, per risparmiare energia, possono contare su uno stato di torpore diurno: restano cioè inattivi, così la loro temperatura corporea cala e con lei anche il consumo di ossigeno. Ma quando si svegliano e spiccano il volo, il loro metabolismo può aumentare rapidamente anche di quattordici volte. Sono tutte caratteristiche legate alle due grandi avventure che l’evoluzione ha regalato ai pipistrelli delle origini: colonizzare l’aria e abbracciare il buio. Oggi i pipistrelli dormono di giorno e volano di notte, ma sono stati i primi e sono ancora gli unici mammiferi capaci di volare. È un fattore decisivo: a permettere all’ordine dei chirotteri una diversificazione tanto straordinaria potrebbe essere stato proprio il volo, che gli ha dischiuso una terza dimensione spaziale, una nuova, sterminata sfera di attività quasi inesplorata dagli altri mammiferi.

C’è poi un altro fattore: il loro antichissimo lignaggio. Il primo fossile di pipistrello conosciuto risale a circa cinquanta milioni di anni fa, e la sua forte somiglianza con i pipistrelli moderni porta a pensare che questi animali fossero già presenti da molto tempo. Trenta o quaranta milioni di anni dopo, quando è comparso, probabilmente, il primo scoiattolo volante, i pipistrelli erano ormai i mammiferi padroni dell’aria.

Grida silenziose

Per funzionare di notte, per fare le picchiate a capofitto che servono a cacciare insetti volanti, senza però ridursi alla fame né intontirsi andando a sbattere di continuo contro rami o pareti rocciose, i pipistrelli hanno acquisito un’altra capacità decisiva: l’ecolocalizzazione. Si tratta della capacità di emettere, a volte dal naso, impulsi sonori ad alta frequenza, simili a grida silenziose, e di ricevere gli echi di ritorno grazie a orecchie ultrasensibili. Ciò consente al cervello dei pipistrelli di comporre immagini dinamiche delle dimensioni, della forma, della distanza e del movimento degli insetti di cui si nutrono, che siano falene dal volo zigzagante oppure cavallette capaci di balzi vertiginosi. Ad alcuni di questi “urlatori dalle narici”, tra cui i rinolofi e i pipistrelli dal naso a foglia, l’evoluzione ha poi fornito elaborate strutture nasali, utili a concentrare i loro impulsi sonori; ad altri ha regalato orecchie enormi. Il pipistrello dalle orecchie lunghe descritto da Tomes, che è originario delle foreste dell’America centrale e meridionale, riunisce in sé entrambe le caratteristiche: orecchie lunghissime e ampie, la cui forma ricorda quella della vela detta spinnaker, più un naso che sembra la prua di una nave vichinga. Il tutto conferisce a questo povero animaletto, che se ne serve semplicemente per localizzare il cibo, un aspetto particolarissimo: un musetto, mi viene da dire, che solo una mamma potrebbe trovare grazioso, oltre ai chirottofili.

Alcuni sono graziosi, hanno il corpo color ruggine, le ali color terra d’ombra e, in qualche caso, un anello di pelo dorato intorno al collo

Ma i superlativi, sul conto dei pipistrelli, non finiscono qui. Oltre alla loro grande diversificazione collettiva, vantano anche un’elevata aspettativa di vita. Se un piccolo arriva al suo primo compleanno, ha buone probabilità di vivere fino a sette o otto anni, quindi molto più a lungo di un topo. Secondo uno studio scientifico, in media i pipistrelli vivono tre volte più a lungo dei mammiferi non volanti di pari dimensioni. Alcuni pipistrelli, anche selvatici, possono addirittura raggiungere i trent’anni. Questa longevità non si deve solo al torpore e al letargo, che consentono ai pipistrelli lunghi periodi di riposo. Anche i pipistrelli che non vanno in letargo raggiungono età ragguardevoli. In parte, forse, perché il volo gli permette di sfuggire ai predatori. Ma forse anche perché sfuggire ai predatori gli ha allungato la vita, dando così alla selezione naturale darwiniana il tempo e i motivi per eliminare eventuali mutazioni negative che avrebbero potuto causare malattie congenite ai pipistrelli di mezz’età: un ciclo di retroazione positiva, insomma. Sono solo ipotesi, però, e vanno studiate più a fondo.

Al centro delle ricerche sui chirotteri c’è oggi anche un altro enigma potenzialmente prezioso per la salute degli umani: come fa il sistema immunitario dei pipistrelli a tollerare con tanto aplomb le infezioni virali? Questi animali sono portatori di numerosi virus, eppure in genere non hanno sintomi. Almeno in alcuni casi, la concentrazione di virus nel loro sangue è bassa. I pipistrelli non mostrano le stesse risposte infiammatorie di altri mammiferi, il che è un bene per la loro longevità, perché un’eccessiva risposta infiammatoria può essere pericolosa: a volte, infatti, la reazione è talmente peggio della causa dell’infiammazione da distruggere l’organismo. Gli studiosi che hanno sequenziato il genoma di varie specie di pipistrelli hanno scoperto che sono portatori di circa la metà dei geni legati all’immunità presenti negli esseri umani. Ma perché l’evoluzione avrebbe attutito la risposta immunitaria dei pipistrelli? Secondo un’ipotesi, per compensare la capacità di volare. Questa attività infatti comporta un tale stress fisiologico che un sistema immunitario vigile potrebbe reagire contro le molecole instabili prodotte dall’animale sotto sforzo. Ma se è davvero così, per il pipistrello è meglio ignorare la presenza di virus che subire sintomi autoimmuni causati dal volo. Quindi, i pipistrelli possono aiutare gli scienziati e i medici a comprendere le malattie autoimmuni umane? La domanda attende ancora una risposta.

Tanti meriti

Mentre i pipistrelli più antichi erano piccoli mangiatori di insetti, quelli che abbiamo chiamato volpi volanti si sono differenziati almeno 35 milioni di anni fa, quando il caso e l’opportunità evolutiva li indussero, per la maggior parte, a cedere l’ecolocalizzazione in cambio di una vista acuta, come anche a rinunciare alla loro agilità e alla loro predilezione per gli insetti in cambio del vegetarianesimo e di grandi quantità di cibo.

La sindrome del naso bianco è una catastrofe sanitaria per i pipistrelli, che ha avuto origine chissà dove, scatenata anch’essa dagli umani

Vediamo. I pipistrelli più grandi per dimensioni sono gli pteropodidi (le volpi volanti, appunto), creature maestose dalla grande apertura alare, dal muso simile a quello di un cane, dai molari adatti a triturare la polpa dei frutti e dalla lingua lunga a sufficienza, in certe specie, per succhiare il nettare. Alcuni sono graziosi, hanno il corpo color ruggine, le ali color terra d’ombra e, in qualche caso, un anello di pelo dorato intorno al collo. Fanno il nido prevalentemente sugli alberi, per esempio sugli svettanti karoi che circondano un magazzino abbandonato nel sud del Bangladesh.

È qui che nel 2009 Jonathan Epstein, veterinario esperto di specie selvatiche, ha scoperto, con l’aiuto della sua squadra di ricercatori sul campo e di chi scrive, una colonia stanziale di pteropodidi originari dell’India che contava dai quattro ai cinquemila membri. Il dottor Epstein era andato in Bangladesh a catturarne alcuni per studiare il virus nipah. Nel pomeriggio del primo giorno, mentre i suoi due agili collaboratori addetti alla posa delle reti si arrampicavano su nel folto di un albero, i pipistrelli si sono svegliati, hanno cominciato a muoversi e poi, spaventati ma con una cautela almeno apparentemente calma, hanno spiccato il volo uno dopo l’altro per sfuggire ai disturbatori. Di lì a poco tutto lo stormo era in volo descrivendo cerchi sempre più ampi verso nordest, poi più stretti, poi di nuovo più larghi e così via, cavalcando le correnti ascensionali con minimi battiti d’ala: ricordavano detriti galleggianti che vorticano in un grande mulinello sulla superficie del fiume. Li stavo guardando rapito quando il dottor Epstein mi ha ricordato (non ricordo se proprio in quel momento o un po’ dopo) che tenere la bocca spalancata mentre in cielo svolazza uno stormo di quei pipistrelli poteva essere il miglior modo di ingoiare guano condito con il nipah.

Nelle primissime ore del mattino siamo tornati sul posto, ci siamo arrampicati su per una traballante scaletta a pioli di bambù e abbiamo raggiunto il tetto del magazzino. Eravamo tutti bardati di mascherine, occhialini, guanti e torce da minatore, e avevamo già assunto le rispettive posizioni, quando sulla rete è andato a sbattere il primo pipistrello di ritorno dalla caccia notturna. Allora il dottor Epstein, che portava guanti da saldatore per proteggere le mani dai loro artigli e denti acuminati, ha afferrato saldamente l’animale alla nuca, mentre un collega lo districava dalla rete. Il pipistrello è stato riposto in un sacchetto di stoffa, dove altri cinque lo hanno raggiunto prima dell’alba. Dopo di che, in un laboratorio da campo improvvisato, i ricercatori, stando ben attenti a non fargli male, hanno prelevato campioni di sangue e di saliva dai pipistrelli, opportunamente anestetizzati.

Siamo usciti dal laboratorio a giorno fatto. Nel frattempo si era radunata una piccola folla di adulti e bambini, incuriositi da quella strana attività. Con delicatezza, il dottor Epstein ha liberato i pipistrelli tendendo il braccio verso l’alto e lasciando che ognuno aprisse le ali e le zampe cadendo e, arrivato a pochi centimetri da terra, aprisse le ali per poi volare via. A quel punto il dottore, facendosi tradurre da uno dei suoi aiutanti, si è rivolto alla folla di curiosi dicendo: “Siete proprio fortunati ad avere tanti pipistrelli”. Ha spiegato che questi animali impollinano le piante, disperdono i semi, fanno crescere alberi da frutto. Il messaggio sottinteso era: se li lasciate in pace, se vi tenete a debita distanza, probabilmente non vi prenderete il nipah.

Epstein è uno studioso multidisciplinare: ha una laurea in veterinaria, un dottorato in ecologia e un master in sanità pubblica. È diventato uno dei vicepresidenti di un’organizzazione chiamata EcoHealth Alliance, che si occupa di ricerca e conservazione nel campo della salute animale e umana. Durante uno dei nostri recenti colloqui, mi ha ricordato, come aveva fatto con gli abitanti di quel villaggio del Bangladesh, i molti meriti dei pipistrelli. Questi animali svolgono un ruolo importantissimo nella riproduzione delle foreste tropicali di legno duro, e divorano ogni anno una quantità enorme di insetti. Per esempio, in Thailandia i Chaerephon plicatus, anche detti pipistrelli dal labbro rugoso, proteggono le risaie da un pericoloso parassita. In Indonesia riducono il carico di insetti delle piante di cacao coltivate in ombra. Nel Midwest degli Stati Uniti, un’unica colonia di grossi pipistrelli bruni divora ogni anno 600mila crisomele del cetriolo, impedendo così a 33 milioni di loro larve di mangiare il raccolto dell’anno seguente. In Texas è il pipistrello molosso del Messico che fa piazza pulita delle Helicoverpa armigera, le farfalline fitofaghe che minacciano importanti colture come il cotone e il granturco. Secondo una stima, a partire dal 2011 l’attività predatoria dei pipistrelli nei confronti degli insetti avrebbe fatto risparmiare agli agricoltori statunitensi ben 23 miliardi di dollari all’anno. Il totale mondiale è incalcolabile. Conclusione del dottor Epstein: “I pipistrelli sono troppo importanti per rischiare di perderli”.

Le dovute scuse

Eppure, a causa della distruzione del loro habitat e delle uccisioni dirette, in molte parti del mondo li stiamo perdendo. Nel Nordamerica, poi, in questi ultimi 14 anni, li abbiamo persi a un ritmo catastrofico per via di un nuovo problema: una malattia contagiosa. Si chiama sindrome del naso bianco ed è causata da un fungo patogeno arrivato, a quanto pare, dall’Europa. In questo caso i vettori sono gli esseri umani, mentre i pipistrelli sono le vittime.

Winifred Frick è capo scienziato dell’organizzazione Bat conservation international e studia la sindrome del naso bianco quasi dall’inizio. La malattia è comparsa per la prima volta nel febbraio del 2006 ad Albany, nello stato di New York, in una caverna molto frequentata dai turisti. Lì uno speleologo ha fotografato alcuni pipistrelli in letargo che avevano il muso coperto di micelio, una lanugine bianca dall’aspetto polveroso che ricorda un po’ la brina sulla barba di uno sciatore. Un anno dopo, in una grotta vicina, i biologi dell’università di quello stato hanno scoperto migliaia di pipistrelli morti con il muso coperto di micelio.

Nel 2008 la dottoressa Frick è stata tra i vari scienziati impegnati nello studio di questo problema, che ha assunto le proporzioni di una vera emergenza per i pipistrelli in letargo del Nordamerica. “La malattia si diffondeva molto rapidamente”, mi ha detto su Skype, mentre si allenava sul suo tapis roulant. Sapevo di trovarmi davanti a una studiosa multitasking. L’avevo incontrata la prima volta alla cena conclusiva di un convegno internazionale sui pipistrelli. La cena si svolgeva in un grandioso salone per ricevimenti di Berlino, e Winifred si era portata dietro il suo bambino di quattro mesi, Darwin. In quell’occasione mi aveva informato che la sindrome del naso bianco era ormai presente in 33 tra stati americani e province del Canada, dove aveva ridotto del 90 per cento le popolazioni conosciute di tre specie di pipistrelli, oltre a provocare gravi perdite in almeno altre quattro specie. I chirotteri erano morti a milioni, e secondo Winifred una delle tre specie più colpite, gli orecchioni del nord, era “completamente sparita” nel giro di tre anni da alcune regioni dov’era solita stare in letargo. Era possibile che le popolazioni di pipistrelli ibernanti del Nordamerica fossero state quasi o del tutto annientate.

Il fungo prospera in ambienti freddi e umidi come le caverne e s’insedia sui pipistrelli durante i periodi di torpore e di letargo, quando il loro sistema immunitario è meno vigile non solo nei confronti dei virus, ma anche di altre infezioni. “In quelle circostanze”, mi ha detto Frick, “puoi quasi pensare ai pipistrelli come a delle piastre di Petri fredde”. La crescita sostenuta del fungo provoca irritazione. Perciò i pipistrelli si svegliano dal letargo nel bel mezzo dell’inverno, spiccano il volo e, a forza di cacciare insetti per cibarsi, consumano le loro indispensabili riserve di grasso. Ma siccome d’inverno gli insetti non ci sono, i pipistrelli muoiono.

Lo stesso fungo è comune tra i pipistrelli europei, ma su di loro ha effetti relativamente blandi, e non ci sono evidenze di mortalità di massa, forse perché quelle popolazioni sono in contatto con il fungo da molto tempo e si sono adattate. Ma nel Nordamerica come ci è arrivato? A sentire Winifred Frick, nessuno lo sa con certezza. “Non abbiamo una pistola fumante”, mi ha detto, ma “la spiegazione più semplice è che sia arrivato sulle scarpe di qualcuno”. Potrebbe essere bastata un’invisibile strisciata di spore fungine sulla scarpa di un turista disattento, oppure di uno speleologo serio, tornato da poco da un’esplorazione delle grotte del nordest della Francia o della Germania. I pipistrelli non possono certo volare dall’Europa all’America, ma gli umani sì.

Da sapere
Insidie e pericoli
Le principali minacce alle specie di pipistrelli a rischio (Fonte: Annals of the New York academy of sciences, 2019)

Di sicuro avrete colto l’analogia, l’orribile simmetria che non consola nessuno: il covid-19 è una catastrofe sanitaria per le persone, che probabilmente ha origine dai pipistrelli ma è stata scatenata dalle azioni degli esseri umani; la sindrome del naso bianco è una catastrofe sanitaria per i pipistrelli, che ha avuto origine chissà dove, scatenata anch’essa dalle azioni degli umani.

Noi umani siamo un’unica specie, abbondante, formidabile e potente; i pipistrelli sono tante specie, varie, formidabili e vulnerabili, e questo ci carica di una certa responsabilità. Ormai, la nostra vita e la nostra salute sono indissolubilmente intrecciate con quelle dei pipistrelli.

Dunque, se potessimo parlarci e proporgli un armistizio per ritrovare la concordia, suggerirei di cominciare con queste quattro parole: “Grazie. Senza rancore. Scusate”. ◆ ma

David Quammen è uno scrittore e giornalista statunitense che si occupa di scienza e natura. Ha scritto Spillover, l’evoluzione delle pandemie (Adelphi 2017)

e Perché non eravamo pronti (Adelphi 2021).

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1393 di Internazionale, a pagina 54. Compra questo numero | Abbonati