Avere un alleato, uno che dica “vai bene come sei”, è utile. Per fortuna ne abbiamo uno sempre al nostro fianco, o meglio nella testa. Il cervello umano è un maestro nell’arte di nascondere informazioni spiacevoli. Che si tratti di lavoro, amore o educazione dei figli, ci piace convincerci che stiamo facendo la cosa giusta. Rigiriamo le cose in modo da sentirci a posto con la coscienza. È un atteggiamento che aiuta in un mondo pieno di verità scomode, in cui a ogni passo potremmo autocommiserarci e dubitare di noi stessi.
Le illusioni ci fanno sentire più leggeri e ci permettono di coltivare un’immagine positiva del nostro io. E magari questa percezione distorta di noi stessi può perfino motivarci e aiutarci a migliorare. D’altra parte, però, potremmo fallire miseramente. Corriamo il rischio di finire intrappolati nella ragnatela delle bugie che ci raccontiamo. Capire come siamo fatti davvero non è semplice, soprattutto perché siamo i diretti interessati. Allora dobbiamo chiederci: fino a che punto è sano illudersi?
Prologo: io non ho visto niente!
La psicologa Susann Fiedler, dell’istituto di ricerca Max Planck, studia i comportamenti di fronte a un dilemma morale: per esempio, decidere se soccorrere qualcuno che sta subendo un’ingiustizia. In genere le persone sanno bene quanto sarebbe importante aiutare le vittime in situazioni di questo tipo. Eppure non sempre fanno quello che ritengono giusto: troppa fatica, troppo disagio o troppo rischio. Di ragioni per farsi gli affari propri se ne trovano tante. Quello che interessa Fiedler è capire come si possa giustificare un comportamento simile di fronte a se stessi.
In un suo esperimento i volontari osservano su uno schermo una scena in cui qualcuno sta subendo un’ingiustizia. Hanno due opzioni: intervenire o meno. Molti non intervengono e si lasciano distrarre da un piccolo, provvidenziale labirinto che compare in un angolo. È un alibi: “Concentrarsi sul labirinto gli consente di illudersi: come, c’è stata un’ingiustizia? Ma se io non ho visto niente!”, spiega Fiedler. Così non devono ammettere che dare una mano gli risultava troppo faticoso. Altrimenti cosa dovrebbero pensare di se stessi? È solo un piccolo esperimento, ma ha permesso a Fiedler e alle sue colleghe di studiare un antichissimo trucchetto praticato dalla nostra specie: quando la situazione diventa impegnativa, ci giriamo dall’altra parte. Non vogliamo rischiare di essere disturbati dai rimorsi o da qualche altro sentimento fastidioso, ne potrebbe risentire perfino l’immagine che abbiamo di noi stessi.
Se le nostre esigenze non sono in linea con la realtà, l’anima scricchiola. In altre parole, si verifica una dissonanza cognitiva e, per risolverla, mentiamo a noi stessi. È un “riflesso intuitivo”, spiega Fiedler, e spesso non ne siamo neanche consapevoli. Giustifichiamo i nostri comportamenti, ignorando le informazioni che ci costringerebbero a formulare pensieri scomodi. E puntualmente abbocchiamo al nostro stesso amo.
Capitolo 1: tutto sotto controllo
Chi vuole scoprire i propri angoli bui dovrà armarsi di un po’ di coraggio: potrà imparare molto su di sé, ma non è detto che sarà piacevole. Per fortuna però potrà avvalersi di guide esperte come Rainer Sachse, direttore dell’istituto di psicologia e psicoterapia di Bochum. Sachse ha costantemente a che fare con gente che mente a se stessa: uomini e donne convinti di potercela fare sempre e comunque o magari intrappolati in relazioni infelici perché incapaci di riconoscere che chi hanno accanto non è la persona giusta. Sachse deve decidere se sia il caso di smascherare le loro illusioni: non è detto che siano gravi o che richiedano una terapia. “Alcune di queste illusioni hanno perfino degli effetti positivi”, osserva.
La maggior parte delle persone, infatti, sopravvaluta il controllo che è in grado di esercitare sull’ambiente circostante e sulla propria vita. E fin qui tutto bene: infatti l’impressione di poter smuovere le cose e di non essere in balia degli eventi ci spinge ad andare avanti, a continuare a sperare, anche se dovessimo sopravvalutare un pochino questa capacità. Per capire quanto quest’illusione possa essere utile, basta considerare chi non la nutre: le persone depresse. Queste, infatti, tendono a sottovalutare il controllo che possono esercitare sulla loro vita, magari aggravando la sensazione della propria inutilità. “Spesso i depressi hanno un’idea sorprendentemente realistica di quanto possono incidere”, racconta Sachse: non si fanno alcuna illusione. Ma questo non li rende di certo felici. “A volte ci creiamo delle illusioni per proteggerci dalla sensazione di essere in balia degli eventi”, spiega Sachse.
Capitolo 2: punti di forza
Dal momento che si è occupato a lungo di psicologia del traffico, Sachse sa bene che i narcisisti – veri professionisti dell’arte dell’autoinganno – tendono ad avere un certo tipo di incidenti. “Mettiamo che ci siano dei lavori in corso e che il limite di velocità sia di 80 chilometri all’ora. Il narcisista si convince di poter andare a 180 perché lui ha tutto sotto controllo”, racconta Sachse. Spesso questo genere di autoillusione va a schiantarsi contro il guardrail. Il narcisista è l’esempio tipico dell’illusione. Quasi tutti ne conoscono uno e potrebbero parlarne male per ore, anche se in realtà sopravvalutare un poco le proprie capacità e i propri pregi è più che normale. È spesso al volante che ci sentiamo eccessivamente sicuri. Secondo uno studio uscito nel 1993 sul British Journal of Psychology, molti pensano che il rischio di incidenti diminuisca se ci sono loro alla guida e, secondo un ormai leggendario sondaggio pubblicato sul Journal of Applied Psychology nel 1965, la maggior parte degli automobilisti è convinta di saper guidare meglio della media, e non cambia idea neanche se ha appena causato un incidente.
L’autoinganno può diventare un problema enorme, per esempio quando ci poniamo obiettivi esagerati o corriamo rischi eccessivi
Gli psicologi rilevano continuamente fenomeni di questo genere. In uno studio del 1977 il 94 per cento dei professori interpellati dichiarava di insegnare molto meglio della media dei colleghi. In un altro studio del 2014 alcuni detenuti, in prigione per rapina o violenze, si credevano più onesti, gentili e degni di fiducia della media. Nel singolo caso potrebbe anche essere vero, e dal punto di vista matematico è molto probabile che una buona parte di un campione si collochi al di sopra della media del campione stesso. Però, ecco, un’immagine di sé è comunque quantomeno sospetta.
In realtà le persone tendono a sopravvalutare i propri pregi e a non vedere i propri difetti. “Se ci chiedono di scegliere tra un giudizio realistico e uno lusinghiero, la maggior parte di noi sceglie il giudizio lusinghiero”, afferma lo psicologo Michael Dufner, dell’università tedesca Witten/Herdecke. Tendiamo a dimenticare più in fretta i giudizi negativi, soprattutto se riguardano questioni a cui teniamo molto. Piuttosto tendiamo ad attribuirci i successi e a cercare negli altri le ragioni dei nostri insuccessi. Molti di noi preferiscono paragonarsi a persone che ritengono inferiori oppure, quando ottengono risultati scarsi, preferiscono evitare paragoni. Infine, tendiamo a ricordare le nostre buone azioni più facilmente di quelle che ci mettono in cattiva luce.
Per evitare che le famigerate dissonanze mettano in imbarazzo il nostro ego, nel cervello agiscono meccanismi raffinatissimi. Il cervello è un servo fedele, non della verità, ma di chi se lo porta in giro nella propria scatola cranica. Il vantaggio è evidente: in genere chi ha un’immagine ottimistica di sé è più soddisfatto. “Essere soddisfatti di sé fa bene, e non importa se si tratti o no di una visione realistica”, spiega Dufner. “Per esempio sappiamo che avere una percezione realistica della propria intelligenza non è poi molto utile al nostro benessere psicologico”. Sopravvalutare se stessi può avere perfino un effetto motivazionale quando si persegue un obiettivo e per raggiungerlo si deve tenere duro. “Una volta passato il Rubicone ha poco senso chiedersi: ‘Ma sarò in grado di farcela?’”, spiega Dufner. Inoltre, chi ha fiducia in se stesso fa anche un’impressione migliore negli altri. Secondo il sociobiologo statunitense Robert Trivers, quello che ci spinge a illuderci su noi stessi è il fatto che rende più facile convincere anche gli altri. Nel suo libro La follia degli stolti. La logica dell’inganno e dell’autoinganno nella vita umana (Einaudi 2013), Trivers scrive che “nascondiamo la realtà al nostro io cosciente per nasconderla meglio anche a chi ci osserva”. Se siamo noi per primi a credere in quello che diciamo, tecnicamente non stiamo mentendo e, dato che dal punto di vista cognitivo mentire è faticoso, in questo modo risparmiamo un bel po’ di energia. È tutto molto bello, certo, ma è solo una parte della verità. L’autoinganno può diventare un problema enorme, per esempio quando ci poniamo obiettivi esagerati e poi falliamo senza capirne il motivo. Oppure quando corriamo rischi eccessivi mettendo in pericolo noi stessi e gli altri. O quando sopravvalutiamo i nostri meriti senza apprezzare quelli altrui. Quando sul lavoro e in famiglia ci prodighiamo fino all’esaurimento perché nutriamo aspettative troppo grandi nei confronti di noi stessi. In certi casi autoilludersi significa proprio autoingannarsi. Oltre una certa soglia, un ego ipertrofico non fa più sorridere nessuno, perché certe illusioni hanno un prezzo: per il diretto interessato e per chi gli sta vicino.
Chi vuole scoprire i propri angoli bui dovrà armarsi di un po’ di coraggio: potrà imparare molto su di sé, ma non è detto che sarà piacevole
Per questo Dufner consiglia di confrontare costantemente i propri obiettivi con i risultati effettivamente ottenuti. Avevo dei piani, sono riuscito a metterli in pratica, almeno in parte? E quanto ci ho messo? Quante volte ho davvero lavorato fino a tarda notte? Cercare il giudizio degli altri è fondamentale, ma deve venire dalle persone giuste, perché la gente spesso è troppo cauta, spiega Dufner. Spesso perfino i superiori, pur di non avere grane, evitano di affrontare le questioni più spinose. Ma nelle rare occasioni in cui ci criticano scattiamo subito sulla difensiva, quantomeno interiormente. Smettiamo di ascoltare, troviamo delle ragioni per non dover prendere sul serio quello che ci viene detto, svalutiamo l’interlocutore: il capo è talmente incompetente che non potrebbe mai riconoscere le mie qualità.
È un problema che Sachse riscontra anche nei percorsi psicoterapeutici. “Di solito nessuno ti ringrazia quando tenti di minare la sua convinzione di essere indistruttibile o fantastico”, osserva. I peggiori sono i narcisisti che non hanno avuto successo: per ogni fallimento hanno una spiegazione pronta che non ha mai niente a che vedere con loro. Da bambini era la maestra che non capiva quanto fossero geniali e crescendo si sono messi in affari con quel tale che poi ha mandato tutto all’aria.
È possibile evitare di proteggere il proprio ego trincerandosi dietro convinzioni di questo tipo? Se lo sono chiesto due psicologi californiani, e i loro esperimenti li hanno condotti a una scoperta interessante: secondo Geoffrey Cohen e David Sherman, un’eventuale minaccia alla nostra autostima è più sopportabile se prima abbiamo preso carta e penna per spiegare a quali valori teniamo di più. Sembra che in questo modo acquisiamo sicurezza e fiducia nella nostra integrità e che di conseguenza sopportiamo meglio informazioni che potrebbero potenzialmente minare l’autostima. Per dimostrarsi ragionevole, l’ego deve sentirsi al sicuro.
Le nostre resistenze però non sono dovute esclusivamente a una scarsa propensione a sopportare le critiche: “Non sempre vogliamo davvero conoscere noi stessi”, spiega Dufner. Piuttosto vogliamo vedere confermata la nostra immagine di noi stessi, che spesso è distorta in positivo. È curioso che lo stesso meccanismo si riscontri anche nei depressi, i quali però non tendono affatto a sopravvalutarsi. Al contrario, osserva Dufner, spesso rifiutano i giudizi positivi perché contraddicono l’immagine che hanno di sé. Per questo è difficile fargli dei complimenti o lodare quello che hanno fatto: i depressi non si fanno convincere. Anche loro mentono a se stessi, ma in senso inverso.
Capitolo 3: soffrire va bene
È importante capire che tutti tendiamo a illuderci, ma la forma che diamo a queste illusioni dipende dalle nostre condizioni esistenziali e dal nostro carattere. Il pericolo rappresentato dalle bugie che ci raccontiamo si coglie particolarmente bene osservando una certa categoria di persone, a cui Sachse ha dedicato un capitolo del suo libro Die Psychologie der Selbsttäuschung (La psicologia dell’autoinganno). Sono persone che si sottomettono sempre agli altri e si raccontano che va bene così.
Sachse parla di stile dipendente di personalità per indicare chi sente di dover dipendere sempre dagli altri: si tratta di persone che nelle relazioni di coppia sono estremamente servizievoli e si accontentano di molto poco. Sono soprattutto donne, che per amore del partner mettono i propri bisogni in secondo piano. E sono loro – non i narcisisti, innamorati della propria immagine riflessa – le vere maestre dell’autoillusione.
“Sono persone che si sottomettono al partner nella ferma convinzione che faccia loro perfino bene”, dice Sachse. Spesso la paura della solitudine gli impedisce di separarsi e le costringe a ignorare ogni umiliazione, a farsene una ragione o a reinterpretarla al punto di illudersi che le loro relazioni sono improntate all’armonia, non riuscendo a vedere lo stato di desolazione in cui si trovano. “In realtà nessuno può vivere così senza subire dei danni”, spiega Sachse. “A un certo punto ti arriva il conto”. Ma sono proprio queste maestre dell’autoinganno a non saper rinunciare facilmente alle menzogne che si raccontano. Perché spesso le menzogne celano grandissime insicurezze: “Dentro di loro dilaga un buco nero che le divora a poco a poco”, spiega Sachse. “Le illusioni positive che si fanno sulla propria vita a volte sono l’unico contrappeso che riescono a mettere in campo”. Sono prigioniere dell’illusione. E non è raro che per liberarsi abbiano bisogno dell’aiuto di un professionista.
Epilogo: scricchiolio dell’anima
Illudendoci su noi stessi produciamo una “rappresentazione infinita”, come scrive Trivers nel suo libro: uno “spettacolo senza fine di grandi e piccole sciocchezze, commedie e tragedie”. Anche se è possibile affinare la vista del nostro io cosciente, Trivers dubita che riusciremmo a sfuggire alla percezione distorta che abbiamo di noi stessi.
In ogni caso per riuscirci ci servono buoni amici, che facciano da spettatori, spesso cogliendo al volo quello che noi non riusciamo a vedere. Un altro motivo per cui abbiamo bisogno di supporto morale è che l’illusione riguarda soprattutto quei settori dell’esistenza a cui siamo particolarmente legati. “Se la musica non t’interessa, difficilmente ti crederai un novello Beethoven”, dice Sachse. Ma nei campi a cui teniamo particolarmente abbiamo il 95 per cento delle probabilità di farci delle illusioni.
È possibile imparare a sopportare le dissonanze spiacevoli? Dopo quarant’anni da psicoterapeuta, Sachse è giunto alla conclusione che è possibile. Quando il percorso terapeutico arriva a questo punto, Sachse fa una serie di domande al suo paziente. Poniamo che sia una persona del tutto incapace di sopportare gli insuccessi sul lavoro e che per questo faccia di tutto per ignorare i giudizi negativi. “Allora gli dico: vediamo un po’, per quale motivo non riesce a sopportare quest’idea?”, racconta Sachse, che poi prosegue: “Che opinione vorrebbe avere esattamente di se stesso? E perché? E sarà poi vero che non è in grado di sopportare una critica o un insuccesso?”.
Questo genere di domande serve agli psicoterapeuti per far emergere le convinzioni profonde dei pazienti. Nella psicoterapia cognitivo-comportamentale è un metodo affermato: bisogna spingere i pazienti ad affrontare le proprie paure fin nel minimo dettaglio, a concretizzare in situazioni che siano analizzabili quella sensazione sfuggente di pericolo. Di conseguenza una domanda imprescindibile è questa: nel peggiore dei casi cosa potrebbe succedere?
Spesso un presunto pericolo si rivela molto meno minaccioso quando lo si guarda da vicino, senza girarsi dall’altra parte. Forse è questa la chiave per risparmiarsi autoinganni: partire mettendo già in conto i propri limiti, senza interpretare ogni critica come un attacco alla propria persona e senza temere l’imperfezione. Chi sa accettare i propri difetti ha meno motivi di mentire a se stesso. E in fondo ogni giudizio che ci arriva dall’esterno porta in sé anche un’opportunità: quella di imparare qualcosa. ◆ sk
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Questo articolo è uscito sul numero 1392 di Internazionale, a pagina 58. Compra questo numero | Abbonati