Da un paio d’anni, per ragioni di scrittura e di lavoro, mi capita spesso di dover rispondere a sollecitazioni su cosa sia il sud, che sia il Mezzogiorno o il tanto discusso Global south. Ormai reagisco quasi sempre citando la frase di Tolstoj sulle famiglie infelici a modo loro, ma girandola: il sud pare sempre infelice allo stesso modo, mentre il suo riscatto (termine di per sé odioso) è un’anomalia che però deve assecondare delle regole. Il problema è che anche quando si vuole parlare del sud per opporsi a questa svalutazione, si fa leva su immaginari stanchi e che rafforzano l’idea di un luogo dove andare a meditare per rigenerarsi, e così si scrivono canzoni infelici: è il caso di una probabile hit estiva tra vecchia pubblicità di Dolce & Gabbana e uno spot sovvenzionato dalle pro loco cantata da Levante, Serena Brancale e DELIA, che oltre a non avere molta sostanza musicale mi appare problematica proprio perché dimostra che non basta l’appartenenza ai luoghi per non ferirli, o per non commercializzarli. Per fortuna esistono progetti opposti, antifolcloristici per vocazione, che meritano un approfondimento anche su un piano simbolico; progetti che hanno maturità politica e ispirazione poetica, e in questo caso anche un artwork e una foto di copertina notevole (di Giulia Parlato). È l’esordio dei Lero Lero, collettivo palermitano che ha lavorato sull’archivio sonoro siciliano per proporre una risemantizzazione dei canti di lavoro e di lotta. È importante ricordare che non ci sono solo dolore e miseria, ma anche ingegno, anche voglia. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1660 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati




