Negli anni io e mia madre abbiamo sviluppato un nostro sistema per affrontare qualsiasi tempesta politica imperversi in Svezia. Lei mi chiama, a volte in preda al panico, dopo aver visto un servizio al tg o aver letto un titolo di giornale su una nuova proposta che prende di mira le persone migranti. Io la rassicuro. Le dico che è solo una farsa politica, che non diventerà mai legge e che non riguarda noi. È vero, siamo immigrate, ma abbiamo passaporti svedesi, con diritti di residenza permanente conquistati da tempo. Siamo cittadine, in senso sia legale sia letterale del termine, anche se prima siamo state due rifugiate irachene. Dico e ripeto a mia madre che non ha niente da temere, ma le mie parole non hanno alcun effetto.

Quando all’inizio del 2025 è stata data la notizia di una nuova proposta che, in circostanze straordinarie, avrebbe consentito alle autorità di revocare la cittadinanza delle persone immigrate le ho detto nuovamente: non sarà mai approvata. È illegale e la Svezia non farebbe mai una cosa del genere. Ma quando la proposta è andata oltre i titoli dei giornali e ha cominciato a farsi strada nel dibattito politico, dentro di me ho sentito nascere un tipo diverso di paura. Dicevano che la misura avrebbe colpito solo i “criminali pericolosi” e che avrebbe richiesto una modifica della costituzione. Ma quando uno stato si attribuisce il potere di togliere la cittadinanza quel confine può sempre essere spostato. Per la prima volta ho sentito una piccola crepa aprirsi nella sicurezza che per anni mi aveva sostenuto. Invece di placare le paure di mia madre l’ho richiamata per riconoscere che questa volta riuscivo a malapena a mettere a tacere le mie.

Per decenni la Svezia ha occupato un posto quasi mitologico nell’immaginario globale: una piccola nazione nordica in cui l’uguaglianza non era un’aspirazione ma un dato di fatto, in cui donne e uomini vivevano in condizioni tra le più egualitarie al mondo. Un paese che si posiziona regolarmente in cima alla classifica dell’Indice sull’uguaglianza di genere dell’Unione europea, fin da quando è stato introdotto nel 2013. Quella svedese veniva citata come una società modello, sul piano politico, sociale e culturale, un luogo in cui la trasparenza, la democrazia e il welfare universale formavano un progetto morale coerente.

Chi si ricorda degli anni più bui della guerra in Iraq si ricorderà anche di come la Svezia fosse praticamente isolata in Europa. All’apice della crisi, nel 2006 e nel 2007, registrò quasi la metà di tutte le domande di asilo presentate nell’Unione da cittadini iracheni. Era uno straordinario atto di apertura umanitaria per un paese che all’epoca contava poco meno di nove milioni di abitanti. Questa generosità è diventata parte del marchio nazionale: la Svezia come superpotenza morale, lo stato che ha aperto le sue porte quando gli altri le hanno chiuse. Oggi il paese promuove ancora l’immagine di un’utopia progressista e democratica: funzionale, minimalista e senza attriti. Ma la situazione è cambiata e leggi che un tempo sarebbero state politicamente impensabili oggi sono diventate normali.

Dettare la linea

Nella nuova Svezia una famiglia che vive in una casa popolare rischia lo sfratto se uno dei figli commette un reato. Alla polizia sono stati concessi ampi poteri, come delle “zone di fermo e perquisizione” in cui le è permesso perquisire chiunque, anche senza un motivo dimostrabile. Insultare un agente durante un arresto può costare pesanti sanzioni e perfino il carcere. Allo stesso tempo il governo ha imposto una stretta senza precedenti sulle politiche migratorie. Ha ridotto la quota di persone rifugiate che può accogliere da cinquemila all’anno a un massimo di novecento.

Dal 2022 al governo c’è una coalizione di centrodestra guidata dal Partito moderato, che però dipende dal sostegno del partito di estrema destra Democratici svedesi (Sd), che non ha ministri ma nei fatti detta la linea politica su immigrazione e ordine pubblico. Sulla base di questo accordo il governo sta portando avanti una serie di proposte molto controverse, tra cui un progetto per detenere ragazzini anche di tredici anni in carceri per adulti invece di affidarli al sistema minorile. La maggioranza sta anche promuovendo l’ipotesi di un “contratto per i valori svedesi”, che prevede per i richiedenti asilo l’obbligo di firmare una promessa di fedeltà, e una proposta per negare e revocare i permessi di soggiorno in casi di “condotta sociale impropria”, un’espressione in cui potrebbero rientrare persone che mostrano “comportamenti molesti” o che non aderiscono ai valori svedesi.

Negli anni, vedendo inasprirsi questa retorica, ho spesso cercato d’identificare il momento in cui la traiettoria è cambiata. Quando chiedo alle persone di rintracciarlo la risposta è quasi sempre la stessa: quando i Democratici svedesi sono entrati in parlamento, nel settembre 2010. Quello è stato il giorno in cui la politica svedese si è trasformata e un partito con radici nel movimento neonazista ha superato la soglia del parlamento, imponendosi nel dibattito nazionale. Quello che per molto tempo era stato liquidato come un movimento marginale, da un giorno all’altro si è imposto. Da allora niente è stato più lo stesso.

Valori tradizionali

Ann-Cathrine Jungar, politologa dell’università di Soderton ed esperta dei partiti europei di estrema destra, ha descritto l’ascesa dell’Sd come “un caso da manuale di normalizzazione”, riferendosi al fatto che in Svezia l’attuale discorso politico è dominato dalle questioni che sono più rilevanti per i Democratici svedesi, che riguardano principalmente gli immigrati non bianchi. “Prima i grandi dibattiti erano su tasse, welfare, scuole, sanità. Quello sull’immigrazione non era uno scontro politico importante”, spiega.

Fondato nel 1988, con chiari legami con i movimenti suprematisti bianchi e di estrema destra, l’Sd per anni è stato relegato ai margini, tenuto alla larga da tutti i protagonisti della vita politica. Tuttavia, sotto la direzione di Jimmie Åkesson, diventato leader del partito nel 2005, ha lanciato un restyling strategico, sostituendo i bomber e le teste rasate con abiti eleganti e un accanimento sull’immigrazione come radice di tutti i problemi. Il partito predilige un approccio punitivo alla criminalità e la sua visione del mondo socialmente conservatrice esalta quelli che considera i “valori tradizionali svedesi”: idee radicate nella difesa della cultura, che insistono sull’assimilazione invece che sull’integrazione e sulla tutela della famiglia nucleare, opponendosi ai diritti lgbtq e al multiculturalismo.

Per l’Sd “i valori tradizionali svedesi” sono una formula politica per indicare conformità culturale e appartenenza alla nazione. Questi valori attingono a rituali condivisi come il Natale o le celebrazioni di midsommar (mezza estate), il consumo di carne di maiale e il rispetto dello jantelagen (un codice sociale non scritto che raccomanda di non primeggiare o mostrarsi migliore degli altri).

Il funerale di un giovane morto in una sparatoria, Uppsala, aprile 2025 (Mads Nissen, Panos)

In un senso più politico, l’espressione “valori tradizionali svedesi” si traduce anche nell’aspettativa di far rimanere la Svezia come l’Sd e i suoi sostenitori immaginano che fosse prima dell’immigrazione su vasta scala, che ha portato con sé i nuovi arrivati musulmani. L’espressione si riferisce a un’epoca in cui nel paese non c’erano ancora né moschee né donne con l’hijab ed essere svedese significava essere una persona bianca.

L’Sd ha attratto gli elettori facendo leva sulle loro paure legate all’immigrazione, alla segregazione e all’aumento della violenza di strada. I partiti principali hanno reagito adottando la stessa retorica. Lo spettro di ciò che è ritenuto politicamente accettabile è slittato a destra.

Come spiega Jungar “l’ascesa dell’estrema destra populista è la più grande trasformazione politica nella regione nordica degli ultimi vent’anni. La sua influenza è ovunque, nel modo in cui votano le persone, nel modo in cui parlano i politici e nel modo in cui si formano i governi”. Quando il partito ha conquistato per la prima volta dei seggi in parlamento, ottenendo il 5,7 per cento dei voti, la tv pubblica ha mostrato i video dei simpatizzanti del Partito socialdemocratico riuniti per la maratona elettorale che scoppiavano in lacrime vedendo che i risultati confermavano l’ingresso dell’Sd in parlamento.

Numerosi leader, tra cui Fredrik Reinfeldt, ex primo ministro e capo del Partito moderato (centrodestra), all’epoca avevano più volte ribadito che non avrebbero mai collaborato con l’Sd. Con questa presa di posizione Reinfeldt incarnava un’immagine che la politica svedese aveva a lungo dato di sé, per cui semplicemente non si collabora con un partito fondato su un’ideologia estremista.

Un passo alla volta

La sua promessa si sarebbe rivelata impossibile da mantenere, dal momento che nel 2014 l’Sd ha più che raddoppiato i consensi, diventando la terza forza in parlamento. Oggi i Democratici svedesi sono il secondo partito del paese e quello più influente nell’attuale maggioranza di governo. Dopo l’uscita di scena di Reinfeldt i moderati si sono gradualmente spostati a destra, hanno abbandonato la loro posizione liberale sull’immigrazione a favore di politiche più restrittive su asilo e frontiere, e in seguito hanno accettato di allearsi in parlamento con l’Sd.

Nel novembre 2025 il primo ministro Ulf Kristersson, del Partito moderato, è diventato il primo leader politico del paese a salire sul palco del congresso nazionale dell’Sd. Kristersson ha ringraziato pubblicamente il partito di estrema destra e i suoi sostenitori per i tre anni di stretta collaborazione: “Un passo alla volta, insieme abbiamo preso le decisioni necessarie per cambiare il destino della Svezia”, ha detto.

L’influenza dell’Sd si vede non solo nei risultati elettorali ma anche nel modo in cui ha riconfigurato il panorama politico. Nell’ultimo decennio tutti i principali partiti si sono mossi nella sua direzione, e idee che un tempo erano confinate all’estrema destra sono state sdoganate.

All’estero l’immagine della Svezia è ancora definita dai suoi prodotti d’esportazione: le librerie Billy dell’Ikea, diffuse da Brooklyn a Bangalore; l’abbigliamento economico e alla moda di H&M che veste mezzo pianeta con il minimalismo scandinavo; e Spotify a offrire la colonna sonora. Questa versione da export della Svezia resta raffinata, efficiente ed egualitaria, intanto però il paese si muove nella direzione opposta.

Un giovane appartenente a una banda, Svezia, aprile 2025 (Mads Nissen, Panos)

La Svezia è più ricca che mai. Il suo pil pro capite è quasi raddoppiato rispetto ai primi anni duemila e Stoccolma ospita un numero di aziende tecnologiche multimiliardarie inferiore solo a quello delle città della Silicon valley: Spotify, Skype, Klarna, King, Mojang e Northvolt sono solo alcune delle più note nate in Svezia e con sede nel paese. Tuttavia, la ricchezza generata da queste multinazionali è concentrata in pochissime mani.

Nel suo libro del 2023 Girig-Sverige (Svezia avida), il giornalista e scrittore Andreas Cervenka sostiene che le politiche fiscali svedesi hanno creato in sordina quello che lui definisce “un paradiso” per miliardari. Nei primi anni duemila il governo ha abolito l’imposta di successione, quella sul patrimonio e infine quella sulla proprietà; oggi accumulare e trasferire fortune nel paese è più facile che in qualsiasi altro posto d’Europa. Gli effetti sono sconcertanti.

Nel 1996 la Svezia ospitava appena 28 miliardari (in corone svedesi, cioè persone con un patrimonio superiore a 80 milioni di euro), per la maggior parte frutto di eredità familiari. Nel 2019 erano 206, due anni dopo erano diventati 542. La loro quota della ricchezza nazionale è aumentata in modo altrettanto significativo: nel 1996 rappresentava il 6 per cento del pil, nel 2019 il 23 per cento, nel 2021 era arrivata al 68 per cento. La Svezia, che oggi conta dieci milioni di abitanti, ha la più alta proporzione al mondo di miliardari in dollari pro capite. Nel 2024 Forbes ha inserito nella sua classifica delle persone più ricche 43 svedesi, che avevano un patrimonio di almeno un miliardo di dollari.

Poveri svedesi

Questa prosperità fiscale è aumentata in modo parallelo alla disuguaglianza sociale. Negli ultimi vent’anni l’aumento nella disparità di redditi è stato tra i più significativi dell’area Ocse (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico). Mentre i miliardari si moltiplicavano, la povertà tra le fasce meno abbienti aumentava.

Stoccolma ospita un numero di aziende tecnologiche multimiliardarie inferiore solo a quello delle città della Silicon valley

Secondo un recente rapporto pubblicato dalla sezione svedese di Save the children, circa il 13 per cento dei bambini oggi cresce in famiglie classificate come povere. In Europa la percentuale è del 24,2 per cento, ma questo dato include anche i paesi più poveri entrati da poco nell’Unione, come la Romania, dove la povertà infantile è al 33,8 per cento, e la Bulgaria, dove supera il 35 per cento. La Svezia è uno degli stati più ricchi e meno popolosi d’Europa, eppure il problema della povertà si sta aggravando rapidamente. Secondo un’inchiesta del 2025 dell’emittente svedese Tv4, nel 2024 c’erano 700mila persone in stato d’indigenza, quasi il doppio rispetto al 2021.

Alcuni sostengono che la povertà in molti quartieri popolari e abitati prevalentemente da immigrati è collegata all’ondata di violenza che la Svezia ha conosciuto negli ultimi anni. Gli omicidi con arma da fuoco e gli attentati esplosivi in aree residenziali sono cresciuti drasticamente con l’intensificarsi degli scontri tra bande, frutto di una lunga e complessa guerra territoriale tra gruppi della criminalità organizzata. La tv svedese Svt ha calcolato che nel 2022 ci sono state 391 sparatorie, in cui 107 persone sono state uccise e 62 sono rimaste ferite; nel 2017 gli episodi di questo tipo erano stati 281. I dati mostrano inoltre che gli scoppi di ordigni sono aumentati da 149 nel 2023 a 317 nel 2024. Nel gennaio 2025 nelle città svedesi c’è stata in media un’esplosione al giorno. Questi episodi sono per lo più legati alle reti della criminalità organizzata, che assoldano bambini e adolescenti delle comunità emarginate per far detonare granate, uccidere qualcuno a colpi di pistola o piazzare ordigni artigianali. Questa violenza è spesso motivata da rivalità tra bande che vogliono estorcere il pizzo o imporre il proprio controllo sul territorio.

Nei quartieri con un’alta densità d’immigrati i minori cominciano fin dai dodici anni a essere coinvolti in questo tipo di crimini. Il governo ha risposto con politiche che prendono di mira persone sempre più giovani, invece di contrastare le organizzazioni che le arruolano. È una trasformazione particolarmente scioccante per una società che un tempo aveva costruito la sua identità sull’uguaglianza, sulla stabilità e sull’idea che i divari sociali potessero essere gestiti prima di diventare critici.

Questo ideale ha plasmato i decenni del dopoguerra, quando la Svezia era a tal punto impegnata ad abbattere le differenze di classe che avere qualcuno per i lavori di casa era considerato imbarazzante. Perfino i ricchi esibivano una sorta di modestia esteriore. Oggi quello dei servizi domestici è diventato un settore in enorme espansione, sovvenzionato da sgravi fiscali. Non è più insolito per le famiglie della classe media assumere persone per le pulizie, spesso donne immigrate, che si posizionano in fondo alla scala della retribuzione salariale.

Porte chiuse

Questa nuova disuguaglianza è in netto contrasto con la reinvenzione di sé che la Svezia ha realizzato alla metà del novecento. Il paese che negli anni trenta e quaranta aveva attivi gruppi simpatizzanti del nazismo, dopo la seconda guerra mondiale si era presentato come una potenza umanitaria, esportando un modello invidiato da tutta Europa. La svolta affondava le sue radici non solo nella religione, ma anche in un riorientamento morale e politico più vasto basato sul consenso. Era considerato un modo per espiare la neutralità del periodo bellico, il risultato di decenni passati a costruire un sistema socialdemocratico combinati a un’etica luterana laicizzata che traduceva la responsabilità collettiva in politiche statali.

Questa visione ha preso forma nel concetto di folkhemmet (la casa della gente), un’idea concreta di come la società dovrebbe funzionare secondo la socialdemocrazia. Nella pratica significava alloggi a prezzi accessibili, asili nido pubblici, istruzione universitaria gratuita, sindacati forti e assistenza sanitaria universale e gratuita.

Nel 1975 il sistema scolastico e i servizi per l’infanzia erano riconosciuti e apprezzati a livello internazionale. Le famiglie a basso reddito potevano accedere a protezioni sociali negate a molti europei. Il modello svedese era celebrato da alcuni come la dimostrazione che una tassazione alta può produrre una società che funziona molto bene e con un elevato livello di fiducia. Per altri era un esempio da non imitare perché dimostrava gli eccessi della socialdemocrazia. A ogni modo, la Svezia simboleggiava un audace esperimento di prosperità collettiva.

Ma il progetto morale che caratterizzava il folkhemmet è stato svuotato, intaccato da un divario economico crescente, uno stato sociale in crisi e da un clima politico in cui il contratto sociale è stato capovolto, in cui i ricchi godono di sicurezza mentre per tutti gli altri vige l’incertezza.

Questo declino, tuttavia, non è solo economico, è tangibile anche nello stato della democrazia.

Questa nuova disuguaglianza è in netto contrasto con la reinvenzione di sé che la Svezia ha realizzato alla metà del novecento

Per le persone immigrate e le minoranze i cambiamenti politici ed economici si sono tradotti in effetti concreti e punitivi. L’attuale governo ha fatto della riduzione dell’immigrazione una priorità, rendendo più restrittive le regole sui ricongiungimenti familiari, aumentando le espulsioni e riorientando il sistema verso dei permessi di soggiorno temporanei anziché permanenti.

Ha anche rafforzato gli incentivi per il rimpatrio volontario, stanziando l’equivalente di 235 milioni di euro per incoraggiare gli immigrati a rientrare nel loro paese di origine. A partire dal 2026 le persone con un permesso di soggiorno, comprese i rifugiati e chi ha una protezione sussidiaria, riceveranno 350mila corone svedesi a testa (circa 32mila euro) se accetteranno di tornare nel paese di provenienza. È un incremento drastico se paragonato alla somma offerta prima (circa 875 euro).

Discriminati per il nome

All’inizio di dicembre 2025, per la prima volta in quindici anni, circa centocinquanta attivisti di estrema destra, accompagnati da una massiccia presenza di polizia, hanno partecipato alla fiaccolata che si tiene nel sobborgo di Salem, a Stoccolma. Tra il 2000 e il 2010 la marcia era organizzata da alcuni gruppi neonazisti: la prima era stata organizzata in memoria di Daniel Westrom, un diciassettenne legato al movimento suprematista bianco. Westrom sarebbe stato picchiato e pugnalato a morte nel dicembre 2000 da adolescenti di origine straniera durante una lite scoppiata a una fermata dell’autobus.

Il rilancio della marcia di Salem avviene in un contesto che dà maggiore visibilità alle reti militanti di estrema destra come Aktivklubb, che si presenta come un club sportivo di ginnastica e combattimento ma che di fatto è una cellula neonazista i cui soci sono stati collegati ad atti di estrema violenza. Nell’agosto 2025, in tre episodi diversi, quattro giovani di Aktivklubb hanno aggredito tre immigrati scelti a caso nella metropolitana di Stoccolma. Mentre cercavano la loro prossima vittima facevano il saluto nazista in strada. Un’inchiesta dell’osservatorio antirazzista Expo ha rivelato che il figlio sedicenne di Johan Forssell, ministro svedese per le politiche sull’immigrazione e l’asilo, era legato ad Aktivklubb. Forssell, che fa parte del Partito moderato, ha riconosciuto che il rapporto di Expo era attendibile ma ha affermato che non era a conoscenza delle attività del figlio e non si è dimesso.

Parallelamente alla politica, in Svezia è cambiato anche il linguaggio usato per descrivere coloro che un tempo erano parte integrante del tessuto sociale. Questo cambiamento si manifesta anche nell’ambito più banale della vita quotidiana: le domande di lavoro. Tra tutti i paesi dell’Ocse la Svezia oggi ha il divario occupazionale più ampio tra chi è nato nel paese e chi all’estero. Se il divario di genere nelle assunzioni è ridotto, tra i candidati con nomi svedesi e quelli con nomi all’apparenza stranieri invece è molto ampio.

Una persona in cerca di occupazione che invia il curriculum con un nome svedese come Erik, prima di trovare un lavoro dovrà presentare circa dieci domande; un candidato con un nome straniero come Ahmed, con le stesse qualifiche, dovrà invece fare quindici tentativi. Tra le persone con nomi stranieri, gli uomini vengono scelti con una frequenza inferiore rispetto alle donne.

Minaccia o risorsa?

Il dibattito sull’immigrazione, una volta tecnico e amministrativo, è diventato qualcosa di viscerale. Oggi si parla di immigrati non più tanto come lavoratori o vicini di casa ma come problemi da contenere, intrusi culturali che minacciano un fragile senso di coesione. In nessun ambito questo è evidente come nel trattamento riservato ai musulmani.

Negli ultimi vent’anni l’islam è passato dall’essere una delle tante religioni della Svezia a simbolo ricorrente di pericolo. I politici mettono pubblicamente in guardia dal rischio di “islamizzazione”, parlando delle zone abitate da immigrati come di “società parallele” e presentando le differenze culturali come una minaccia esistenziale. Espressioni che un tempo erano appannaggio dell’estrema destra oggi circolano liberamente nel discorso comune.

Nel 2021 Kristersson, prima di diventare capo del governo, in un’intervista pubblicata dal quotidiano Aftonbladet dichiarava che “l’immigrazione in Svezia è diventata un fardello”, puntando il dito contro la criminalità, i cosiddetti delitti d’onore, i problemi sociali e il sovraffollamento nell’edilizia pubblica. Questa affermazione, che lui descriveva come un’osservazione “ovvia”, gli ha attirato dure critiche dall’opposizione.

Nel 2022 Magdalena Andersson, leader del Partito socialdemocratico, ha detto: “Non vogliamo delle Chinatown in Svezia, non vogliamo delle Somalitown”, usando un linguaggio volutamente schietto per criticare l’esistenza di quartieri con una maggioranza di persone immigrate. Nel 2023 Åkesson, leader dell’Sd, ha dichiarato che le moschee funzionavano da “centri di radicalizzazione” e ha chiesto di fermare la costruzione di nuove moschee nel paese, aggiungendo che la Svezia dovrebbe “confiscarle e demolirle” perché “contribuiscono all’islamizzazione”.

Nel 2024 Richard Jomshof (Sd), presidente della commissione giustizia del parlamento, ha avanzato l’idea di vietare i simboli islamici come i minareti e la mezzaluna negli spazi pubblici, paragonando questa sua proposta al divieto di usare la svastica.

Nel 2024 la vicepremier Ebba Busch, dei cristiano-democratici, ha dichiarato che “l’islam deve adattarsi ai valori svedesi”, sostenendo che i musulmani che non si adeguano “non dovrebbero ricevere l’asilo” e “dovrebbero andarsene”.

L’incertezza non è una cosa astratta. Ti si piazza nel petto come un altro cuore che batte. Non è solo ideologica, è esistenziale

I risultati sono inequivocabili: nel discorso politico i musulmani sono diventati il simbolo delle paure sulla criminalità, l’identità e il declino della nazione.

Quando sono state bruciate delle copie del Corano questa evoluzione non si poteva più ignorare. Protetti dalle leggi svedesi, molto permissive in materia di libertà di espressione, i roghi sono diventati degli spettacoli ricorrenti, organizzati davanti ad ambasciate o a moschee durante le preghiere del venerdì, oppure in quartieri ad alta densità d’immigrati, provocando contromanifestazioni e crisi diplomatiche con paesi a maggioranza musulmana, come la Turchia, l’Iraq e l’Arabia Saudita.

Le conseguenze si riflettono nella vita di tutti i giorni. I responsabili delle moschee raccontano di minacce e atti di vandalismo che raramente vengono raccontati dai mezzi d’informazione. Nelle conversazioni con i musulmani svedesi c’è un tema che torna spesso: la sensazione che anche solo la loro presenza, la loro fede e le loro consuetudini siano diventate il campo di battaglia di un conflitto politico molto più vasto.

Parlare con tutti

È questa realtà vissuta che mi ha portato a incontrare Kashif Virk, 37 anni, un imam della comunità di Malmö, una vivace città multietnica nel sud della Svezia. Negli ultimi otto anni Virk ha viaggiato in tutto il paese con una semplice campagna che ha chiamato “Chiedi a un musulmano”, un progetto nato dalla frustrazione per un dibattito pubblico in cui l’islam viene sempre più dipinto come un problema e i musulmani come simboli anziché cittadini. La congregazione organizza eventi pubblici in città grandi e piccole in tutta la Svezia. Finora Virk e i suoi compagni ne hanno visitate oltre 150, rispondendo alle domande di chiunque avesse curiosità su cosa significhi vivere da musulmano.

“Sentivo che dovevamo raggiungere più persone possibili. Le reazioni sono state molto positive, la gente viene e fa domande di ogni tipo”, ha detto. Il più delle volte, ha spiegato, si tratta di domande che riguardano i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere nell’islam. Altre volte le persone chiedono spiegazioni su cose che hanno visto in televisione, come i roghi del Corano o le azioni dei taliban in Afghanistan. La campagna è presente anche sui social media, ma lì le reazioni del pubblico sono molto diverse. La sezione dei commenti spesso è piena di attacchi di odio, che secondo lui sono guidati da una manciata di account coordinati.

In movimento
Numero di persone immigrate in Svezia o che hanno lasciato il paese, migliaia (Swedish Migration Agency)

Ho chiesto a Virk come ha vissuto i cambiamenti politici e come si sente a guidare una comunità religiosa in un momento in cui l’islam è tanto contestato. Nato in Svezia da genitori pachistani, l’imam indica due momenti che secondo lui hanno influenzato tutto ciò che è successo in seguito: gli attentati dell’11 settembre negli Stati Uniti e, restando più vicini, l’elezione dell’Sd in parlamento. “L’islam viene raccontato come una forza in espansione che vuole prendere il potere. Quando si parla di una religione in questo modo, quando adulti e bambini ascoltano costantemente questa narrazione, si crea una profonda ansia”, dice.

Nel lungo periodo il suo timore è che questa retorica e il clima ostile possano spingere i musulmani ancora più ai margini della società. Molti fedeli che vanno da lui dicono di sentirsi fuori posto. “Quando un paese ti fa capire che sei indesiderato smetti di volerti integrare. Quando le persone sono trattate come se questa non fosse casa loro, come se fossero sempre sospette, quella voglia svanisce”.

Per molti immigrati, compresi i miei genitori, la trasformazione politica è sempre stata avvertita nel corpo prima ancora che diventasse legge. L’incertezza non è una cosa astratta. Ti si piazza nel petto come un altro cuore che batte. Non è solo ideologica, è esistenziale. I miei non possono tornare in Iraq, non in modo sicuro o permanente, eppure vivono con una costante sensazione di precarietà, come se il terreno sotto i piedi potesse cedere all’improvviso. Questo è il paradosso fondamentale della nuova Svezia: un paese che incoraggia le persone ad andarsene, pur sapendo che il motivo per cui gli ha concesso la protezione era che non avevano nessun altro posto dove vivere.

Resta la sensazione di essere schiacciate da entrambe le parti, indesiderate nel paese di origine e sempre più sgradite nel paese in cui hanno ricostruito la loro vita. È una richiesta impossibile: restare grati ma diventare invisibili, essere parte di una società ma mai del tutto. Eppure, è la realtà che oggi definisce la vita quotidiana di molte minoranze svedesi.

Nel settembre 2026 in Svezia si voterà di nuovo. Questo è il momento critico, quello in cui un paese decide chi fa parte della società e chi no, e si fa strada la terribile consapevolezza che il nostro futuro dipende da come voteranno degli sconosciuti.

La Svezia una volta s’immaginava come una nazione immune dalle maree della storia. Ma quel mito ormai si è infranto. Oggi c’è un bivio: da una parte un sentiero che si restringe, dall’altra uno che si allarga. E il voto a quel punto non determinerà solo la linea politica: deciderà anche chi potrà tirare un sospiro di sollievo e chi dovrà continuare a trattenere il fiato. ◆ fdl

Nora Adin Fares è una giornalista freelance svedese di origine irachena. Vive a Roma e si occupa di migrazione, diritti umani e questioni femminili.

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Questo articolo è uscito sul numero 1659 di Internazionale, a pagina 56. Compra questo numero | Abbonati