Tra i partecipanti alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina ci sarà anche Ghali in quanto portavoce dell’inclusività e dell’armonia. Al di là dell’invecchiamento precoce del concetto di inclusività – rafforza un establishment disposto ad ascoltare e accogliere la differenza dandole una pacca sulla spalla –, va detto che Ghali con l’armonia ha poco a che fare. Dietro il portamento elegante e la fortuna melodica della sua scrittura c’è un artista responsabile, dove responsabilità sta per la capacità di non aggirare il conflitto con le forze reazionarie, un musicista che usa i palchi nazionalpopolari senza pronunciare nulla di scontato. Pare che non parlerà di cose “personali”, come se aver denunciato il genocidio a Gaza a Sanremo fosse uno sfogo privato. Se dirà qualcosa, magari sarà in linea con il discorso di Bad Bunny ai Grammy dopo aver vinto il premio come miglior album dell’anno, ovviamente rispetto al contesto italiano: non c’è bisogno di imitare la resistenza contro l’Ice e di mutuare quell’immaginario della protesta. I problemi qui sono autentici, anche se non originali, e del razzismo e della repressione contro le minoranze Ghali ha scritto in forme tutt’altro che concilianti. O forse non dirà niente e basterà il gesto, un simbolo. Del resto ho trovato straordinariamente commovente il silenzio di Bad Bunny all’annuncio della vittoria, quando ha chiuso gli occhi e non si è alzato per un minuto: lì dentro c’era la gioia stanca e tutta l’incredulità spossata di un popolo, nella nazione che gli appartiene. ◆
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1651 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati




