C’era un cavallo morto nel luogo dell’attacco aereo israeliano del 31 gennaio su Al Mawasi, nel sud della Striscia di Gaza. La scena era straziante: il corpo dell’animale era scheletrico e la bomba aveva certamente messo fine a una vita di sofferenze, le sofferenze di un cavallo affamato costretto ai lavori pesanti nella Striscia. Quando gli esseri umani patiscono, le loro bestie da soma lo fanno ancora di più. Tutto intorno pennacchi di fumo si alzavano dai brandelli delle tende in cui decine di migliaia di infelici sfollati avevano trovato un rifugio. Avevano creduto al cessate il fuoco; pensavano di essere in un’area sicura. Israele li ha ingannati su entrambe le cose.

Le immagini da Gaza erano orribili, come sempre: il corpo mutilato di una donna trasportata su una barella; un neonato con il viso sfigurato a cui stavano facendo la ventilazione manuale, forse inutilmente; corpi sparsi per terra e il pianto straziante in sottofondo, di una donna davanti a un cadavere avvolto in un lenzuolo scadente e sfilacciato.

Non si tratta più solo della sete di sangue e di vendetta israeliana, che non si è mai placata dal 7 ottobre. Oggi c’è il desiderio di ostacolare il piano di pace di Donald Trump, per tornare alla guerra

Già prima del 31 gennaio ad Al Mawasi sette componenti di una famiglia erano stati uccisi, tutti definiti “terroristi” da Israele. Il bilancio delle vittime più tardi è salito ad almeno 32, di cui sei bambini. È stato uno dei bombardamenti più letali da quando è entrato in vigore il cessate il fuoco. Stando al ministero della salute palestinese della Striscia, a Gaza Israele ha ucciso 523 persone dall’inizio della tregua il 10 ottobre. Numeri ufficialmente confermati da Tel Aviv, non ancora soddisfatta di questo bagno di sangue.

La tempistica degli attacchi di Al Mawasi non è stata casuale. Israele ha dichiarato che sono avvenuti in risposta a una violazione del cessate il fuoco da parte di Hamas. Ci vuole una sfacciataggine straordinaria per dire una cosa del genere dopo aver ucciso più di cinquecento palestinesi a Gaza, e per pensare che l’ulteriore massacro di civili sia legittimo solo perché alcuni uomini armati erano venuti fuori da un tunnel. È impossibile, però, ignorare la coincidenza tra le stragi del 31 gennaio e l’apertura del valico di Rafah prevista per il giorno successivo.

La riapertura del confine tra Gaza e l’Egitto dovrebbe segnare un nuovo inizio. Comincia la fase due del piano statunitense. Ma è davvero così? Israele farà tutto il possibile per sabotarlo. Forse 31 morti in un giorno non sono abbastanza, ma offrono uno sfondo adeguato al “piano di pace”. Hamas ha portato a termine la sua parte dell’accordo liberando tutti gli ostaggi, mentre Israele non ha smesso di uccidere neppure per un giorno.

Non si tratta più solo della sete di sangue e di vendetta israeliana, che non si è mai placata dal 7 ottobre. Oggi c’è il desiderio di ostacolare il piano di Donald Trump, per tornare alla guerra. Qualche giorno fa su Haaretz il giornalista Amos Harel ha scritto che la politica di Benjamin Netanyahu si basa sulla speranza che la tregua naufraghi e che il presidente degli Stati Uniti dia a Israele il via libera per riconquistare Gaza. È questo che vuole Tel Aviv.

La restituzione del corpo dell’ultimo ostaggio avrebbe dovuto segnare la fine della guerra più atroce che lo stato ebraico abbia mai scatenato e l’emergere di una nuova speranza. È stata anche la guerra più fallimentare, perché alla fine la situazione di Israele si è rivelata peggiore dell’inizio, nel 2023. La restituzione degli ostaggi e la sete di vendetta appagata sono stati gli unici risultati ottenuti. I danni, invece, si sono accumulati.

Tragicamente, anche chi è consapevole di questi danni invoca ulteriori massacri. Come un giocatore d’azzardo che ha perso la sua fortuna, il governo di Netanyahu vuole giocare un’altra partita. Se la forza non funziona, ne serve di più. Ma quanta forza si può usare contro la Striscia devastata?

La maggior parte degli israeliani non sembra preoccupata da questa domanda. Del resto non è mai scesa massicciamente in piazza per impedire l’ennesima fase del genocidio.

Una pillola di perfidia: nell’articolo dell’Associated Press sulla strage del 31 gennaio a Gaza compariva una pubblicità in ebraico: “La chicca di questo inverno: una vasca idromassaggio, importata dagli Stati Uniti. Jacuzzi e benessere nel giardino di casa tua”. Israele, 2026. ◆ fdl

Questo articolo è uscito sul quotidiano israeliano Haaretz.

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Questo articolo è uscito sul numero 1651 di Internazionale, a pagina 40. Compra questo numero | Abbonati