“Ho trovato mio padre. Aderì al partito a 18 anni. Era nato nel 1926, quindi è cresciuto completamente indottrinato”.

“Non è stata una gran sorpresa: mio nonno paterno faceva parte del partito nazista. Lo sospettavo, ma adesso ne ho la prova nero su bianco”.

“Contrariamente alla convinzione che nella nostra famiglia nessuno fosse stato iscritto, ho già trovato due parenti stretti. A 71 anni dover cambiare prospettiva è uno shock”.

Queste storie non avrebbero dovuto essere raccontate. Nell’aprile del 1945 il reich di Adolf Hitler è in rovina. A Monaco di Baviera alcuni camion si fermano davanti alla Braunes haus, la casa bruna, sede del Partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi (Nsdap). Ora che non si può più salvare la situazione bisogna distruggere tutte le tracce. Si caricano tonnellate di carta: sono schede, alcune verdi, altre blu, e costituiscono l’archivio degli iscritti al partito nazista. Lo schedario è disponibile in doppia copia: una è ordinata alfabeticamente, l’altra geograficamente, a seconda del distretto di appartenenza. Milioni di schede finiscono alla rinfusa sui camion, che partono in fretta e furia e attraversano le macerie di Monaco bombardata.

Su uno dei camion, in quella montagna di carta, c’è la tessera di Wilhelm Steinert, nato il 14 gennaio 1912 a Schweinfurt, numero 5.899.925, data d’iscrizione 1 maggio 1937. È uno dei 10,2 milioni di tedeschi che tra il 1925 e il 1945 aderirono al partito nazista. La redazione di Die Zeit ha ricevuto un’email dal nipote di Steinert. Ottantuno anni dopo il trasferimento dell’archivio, ha trovato il nome di suo nonno grazie al motore di ricerca dei documenti che dal 2 aprile 2026 è disponibile sul sito del settimanale. Steinert scrive che dopo la caduta del muro di Berlino ha viaggiato con suo nonno in tutta l’ex Germania Est. “All’epoca avevo circa venticinque anni, lui tra i settanta e gli ottanta. Abbiamo visitato anche il campo di concentramento di Buchenwald”. Alla fine, però, il nipote ha visitato il memoriale del lager da solo. “Mio nonno è rimasto in albergo”, spiega.

Quando Steinert è tornato sconvolto hanno avuto una conversazione come non ne avevano mai avute. “È emerso chiaramente che mio nonno aveva sostenuto l’ideologia nazista ed era anche iscritto al partito, cosa che oggi è confermata”.

All’epoca il nipote si era molto stupito del fatto “che evidentemente in famiglia ero stato il primo a informarmi sul ruolo del nonno durante il periodo nazista”, dice. “Nessuno dei suoi tre figli aveva idea di ciò che avevo scoperto”. Ma questa è un’esperienza postbellica “molto comune in Germania”. Per la maggior parte delle famiglie tedesche, infatti, affrontare la propria storia è stato un percorso lungo e decine di migliaia di persone si confrontano solo oggi con il passato. Il percorso compiuto dalla scheda del nonno di Stefan Steinert è stato altrettanto lungo: portata via da Monaco nel 1945, adesso è disponibile sotto forma di pdf di una copia su microfilm proveniente dagli Stati Uniti e resa leggibile con l’aiuto dell’intelligenza artificiale.

I camion che nel 1945 partono dalla Braunes haus si dirigono verso la cartiera Josef Wirth nel quartiere Freimann di Monaco. L’ordine è distruggere l’archivio, ma Hanns Huber, il titolare della cartiera, dopo una breve esitazione ferma tutto. Il 30 aprile Hitler si toglie la vita e quello stesso giorno le truppe statunitensi marciano su Monaco. Huber nasconde i resti dell’archivio sotto la carta da macero e segnala la sua scoperta agli americani. Ci vuole un po’ prima che qualcuno se ne prenda la responsabilità, ma finalmente quel tesoro di informazioni viene recuperato e all’inizio del 1946 viene affidato al Berlin document center.

Del cosiddetto Zentralkartei o schedario centrale sono rimaste circa quattro milioni e mezzo di schede, di quello per distretto 8,2 milioni; in origine erano dieci milioni ciascuno. Secondo le stime del politologo Jürgen Falter, che ha analizzato in modo approfondito l’archivio per il suo studio Hitlers Parteigenossen (I compagni di partito di Hitler), corrispondono a quasi il 90 per cento di tutti gli iscritti.

Senza questi documenti il tentativo avviato tra il 1945 e il 1949 di denazificare il paese, cioè liberarlo da ogni traccia dell’ideologia nazista, sarebbe stato impossibile. Anche se, alla fine, la maggior parte dei tedeschi a cui gli alleati avevano imposto il divieto di esercitare la professione ha invece potuto proseguire la propria carriera fino ai vertici dello stato. Ma questo è un altro discorso.

Segreti di famiglia

A differenza di quanto accaduto tra Stefan Steinert e suo nonno dopo la visita a Buchenwald, in molte famiglie per decenni non c’è stato alcun confronto. In tante si è taciuto; in altre i discendenti si sono accontentati di vaghi ricordi.

Perché dubitare della tradizione familiare? Perché rischiare una rottura? Così molti si sono lasciati sfuggire l’occasione d’interrogare criticamente la “generazione dei testimoni” e hanno evitato il conflitto in cui si è trovato Stefan Steinert dopo che suo nonno gli aveva raccontato di essere stato anche nelle milizie del partito, le Sa.

“Avevo pensato di interrompere i rapporti”, scrive Steinert, “soprattutto perché la mia compagna era francese e la sua famiglia aveva sofferto sotto il regime nazista. Alla fine però ho deciso di non tagliare i ponti”.

Per quasi mezzo secolo l’archivio dell’Nsdap è rimasto sotto custodia statunitense presso il Berlin document center. Nel 1994 le schede originali sono state acquisite dall’Archivio federale tedesco e le copie su microfilm trasferite agli Archivi nazionali di Washington. Sono seguiti anni movimentati. Nei primi anni cinquanta l’allora cancelliere tedesco Konrad Adenauer, che aveva sofferto a sua volta sotto il regime hitleriano, dichiarò ai tedeschi dell’ovest: “Dovremmo smetterla con questa caccia ai nazisti”. A est, nel frattempo, i tedeschi vissero in un regime di antifascismo imposto che nel 1961 diventò un pretesto per trasformare il paese in una prigione.

I tedeschi hanno visto l’Ss Adolf Eichmann processato a Gerusalemme e hanno seguito i processi di Francoforte sui crimini commessi ad Auschwitz. Sono stati sconvolti dalla visione della serie tv Olocausto e del film Schindler’s list. Il dibattito sulla costruzione del memoriale dell’Olocausto e sulla mostra sulla Wehrmacht è durato anni. E tuttavia, in un numero sorprendente di casi, non hanno messo in discussione la storia della propria famiglia.

Un archivio più accessibile

◆ Fino a poco tempo fa si poteva scoprire se un proprio familiare era stato iscritto al Partito nazionalsocialista di Adolf Hitler solo contattando gli archivi federali tedeschi o il sito degli Archivi nazionali degli Stati Uniti, che hanno reso disponibili online le copie su microfilm dei fascicoli di iscrizione al partito. Tuttavia era difficile rintracciare i singoli nomi e il sito spesso non era raggiungibile a causa del traffico. Il settimanale tedesco Die Zeit ha acquisito l’intera banca dati, l’ha elaborata e resa disponibile online: bit.ly/4ts97v2


In cerca di verità

Da qualche tempo ormai le richieste di accesso agli archivi aumentano, mentre gli ultimi che possono ancora raccontare stanno morendo. Nel 2021 l’archivio federale ha registrato circa 42mila richieste relative a persone del periodo nazista; nel 2024 sono state 75mila. Alla fine del 2025 gli Archivi nazionali degli Stati Uniti hanno cominciato a pubblicare online la loro copia dell’archivio dell’Nsdap. Quando a marzo di quest’anno è stata annunciata la pubblicazione, la redazione dati di Die Zeit ha salvato i documenti per renderli facilmente consultabili.

Da allora lo strumento di ricerca è stato consultato milioni di volte e condiviso migliaia di volte. Ogni minuto riceviamo messaggi dai lettori. Molti cominciano con la frase: “Ho sempre sospettato che…”. Alcuni sono sollevati di avere finalmente una certezza, altri sono scioccati da ciò che hanno scoperto. “Doloroso” è una parola che ricorre spesso in questi messaggi. “Ho appena scoperto che mio padre era iscritto al partito. In questo momento non mi sento a mio agio con questa consapevolezza”.

“Per più di quarant’anni mi sono chiesto se il mio trisavolo […], che andava sempre su tutte le furie quando gli si parlava della guerra, fosse stato iscritto al partito. Adesso ho la risposta e ne sono grato, anche se fa malissimo”.

“Si diceva che mio nonno avesse sempre votato per il Partito socialdemocratico. E invece era iscritto all’Nsdap dal 1 maggio 1933. […]. Questo mi colpisce profondamente”.

“Si è appena dissolta nel nulla la leggenda secondo cui un nostro familiare era stato iscritto al partito nazista”.

“Molto illuminante, specie quando ci si rende conto di essere stati ingannati per decenni”.

Quando gli alleati, dopo la guerra, distribuirono ai cittadini tedeschi i moduli per la procedura di denazificazione, la prima domanda dopo i dati anagrafici era: “È mai stato iscritto all’Nsdap?”. Oggi questa domanda torna con forza d’attualità. E ciò fa luce anche sulla natura della tanto lodata cultura tedesca della memoria. È forse possibile che i tedeschi siano passati da un vergognoso silenzio al riconoscimento della colpa e della responsabilità solo nel dibattito pubblico, ma non all’interno delle famiglie? Il grande risultato della politica della memoria, in particolare il ricordo delle vittime dell’Olocausto, ha fatto perdere di vista la storia dei carnefici? Oppure, più in generale, quando si tratta della storia nazista, esiste una discrepanza tra la conoscenza percepita e quella effettiva? Tra l’errata convinzione di aver già affrontato più volte il nazismo a scuola e la reale ignoranza perfino sul proprio passato familiare?

Quali che siano le ragioni, è impressionante che tante persone si confrontino solo adesso con i fatti storici. Questo è motivo di speranza in un’epoca, la nostra, in cui si rafforza sempre più l’opinione che ormai queste vicende siano state raccontate a sufficienza. Chi si mette alla ricerca dimostra che “voltare pagina” non è un’opzione. Per la maggior parte delle persone lo schedario dell’Nsdap sarà piuttosto un punto di partenza. Le informazioni riportate sulle tessere di iscrizione al partito nazista sono scarse: nome, data di nascita, luogo di nascita, residenza, professione. Ma per quanto riguarda i motivi dell’adesione, un indizio è la data d’iscrizione: quelli veramente convinti arrivano prima del 1933; quelli che si iscrivono dopo spesso sono mossi da ragioni di opportunismo. Insomma, fra i tesserati non tutti erano nazisti convinti; così come non tutti i nazisti, tutti i carnefici o tutti coloro che trassero profitto dalle atrocità erano iscritti al partito. In linea di principio vale quanto segue: nessuno era obbligato a iscriversi; la domanda era valida solo se firmata di proprio pugno dal richiedente; nessuno veniva ammesso, come si è poi spesso affermato, senza averlo voluto.

Ogni iscritto era un pilastro del regime. Ma chi ha agito per carrierismo? Chi si è sentito sottoposto a una pressione sociale? Chi era disposto a calpestare i cadaveri? Chi credeva nella “vittoria finale” ed era un fervente antisemita? Chi si è reso colpevole di qualcosa oltre all’adesione sulla carta?

Per rispondere a questi interrogativi bisogna continuare a indagare. Pochissimi, però, possono ancora confrontarsi con i propri padri, nonni o bisnonni. Dunque queste ricerche tardive conducono a un paradosso: il fatto che molte persone coinvolte non siano più in vita facilita le domande all’interno delle famiglie, ma al tempo stesso rende più difficile ottenere delle risposte. Ormai solo le fonti possono parlare. E l’enorme successo del motore di ricerca dimostra che a volte basta una buona occasione per affrontare una questione, per ottenere un facile accesso a una verità difficile.

Alla fine della guerra lo schedario del partito nazista è stato salvato da un fabbricante di carta. Oggi si ricorre agli informatici per garantire che gli schedari del nazionalsocialismo non raccolgano polvere sugli scaffali degli archivi, ma siano resi accessibili in formato digitale a chiunque voglia consultarli. Così, nel 2026, grazie alle tecnologie più moderne, il confronto con il periodo nazista torna alle sue origini: le fonti storiche. ◆ ma

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1662 di Internazionale, a pagina 56. Compra questo numero | Abbonati