Il paesaggio, la mandria di renne, le rare presenze umane, la foresta. Tutto è intriso di una luce grigia, che immobilizza ogni cosa in un tempo indefinito. Anche perché le immagini sono rovinate, graffiate, macchiate dal nero di una cancrena che si attacca qua e là alla loro superficie e ne disturba l’impeccabile composizione. Sono foto documentarie e senza effetti particolari, ma ben definite nella loro ricostruzione dello spazio. Sembrano arrivare da un passato lontano. Documentano la vita degli ostiachi, uno dei “piccoli popoli”, come vengono definiti in Russia, che vivono in Siberia. Una popolazione nomade di allevatori e pescatori che hanno conservato la propria lingua originaria, le tradizioni, gli abiti dai motivi geometrici e le tende coniche, fatte di pelli di renna tese su assi di legno, che usano come case smontabili per portarle con loro. Guardando queste foto abbiamo l’impressione di essere davanti a immagini etnografiche, un archivio di famiglia o trovato nei cassetti di una vecchia società geografica. Ma non è così. Le fotografie sono state scattate nell’estate del 2018 da Igor Tereshkov, nato nel 1989 a Energodar, in Ucraina, e che ora vive a Mosca. Sul suo sito si definisce un fotografo documentario e artista. Grazie agli attivisti di Greenpeace è venuto a sapere che metà del petrolio prodotto in Russia proviene dalla regione autonoma chiamata Circondario autonomo degli Chanti-Mansi-Jugra (Khmao), ufficialmente una riserva per i popoli autoctoni, ma di fatto uno spazio di sfruttamento intensivo dell’oro nero.
Gli impianti sono in cattive condizioni, gli oleodotti sono antiquati e le perdite di idrocarburi, che secondo alcune stime ogni anno sarebbero superiori a quelle riversate nel golfo del Messico nel 2010, inquinano l’acqua e i laghi distruggendo l’ecosistema. I licheni per esempio, che sono l’alimento fondamentale delle renne, richiedono trent’anni per ricostituirsi.
“Il petrolio distrugge in modo casuale la struttura gelatinosa della pellicola, la deforma con dei buchi e dei graffi”
“Diversi attivisti russi di Greenpeace, che si battono contro l’inquinamento da idrocarburi, mi hanno parlato dei problemi ambientali del Khmao”, racconta il fotografo. “Grazie a loro ho conosciuto Antonina Tevlina, che vive a Russkinskaja, vicino a Surgut. I suoi genitori continuano a condurre una vita nomade nelle terre ancestrali, un’area di seicento ettari. Ho deciso di seguire Antonina e di documentare le condizioni di vita della sua famiglia”. A causa dell’inquinamento la loro mandria di renne è passata da 150 a 40 capi. Una vera catastrofe economica.
L’accesso a questi luoghi non è facile: “Oltre a inquinare, le aziende petrolifere hanno creato dei posti di blocco su tutte le strade che portano ai pozzi di petrolio. Ormai solo i parenti più stretti possono far visita alle famiglie che vivono nelle terre ancestrali. Le altre persone devono camuffarsi indossando gli abiti tradizionali del popolo ostiaco per superare i posti di blocco. Per andare dai genitori di Antonina, dopo aver lasciato la nostra macchina abbiamo dovuto camminare per tre chilometri in un terreno paludoso, per aggirare i controlli. Ci sono strade ben tracciate usate da chi lavora nel settore del petrolio, ma non sono segnate sulle mappe. Per gli altri è difficile muoversi e sfuggire ai controlli”.
Quando è tornato a Mosca, dopo il suo secondo viaggio in Siberia, Tereshkov si è chiesto come raccontare questo tipo d’inquinamento. Le immagini dirette, la semplice registrazione e la restituzione visiva della realtà gli sembravano insufficienti rispetto a quello che voleva esprimere. Così l’ex studente di Docdocdoc – la scuola di fotografia contemporanea di San Pietroburgo – che si era appena diplomato con una tesi sulla sperimentazione nella fotografia contemporanea, ha scelto un trattamento particolare.
Una diversa militanza
Ne è nata la serie Oil and moss, in cui, dopo aver usato una pellicola da 35 millimetri, nel corso dello sviluppo ha deciso di terminare il trattamento immergendola in un liquido contenente del petrolio riportato dalla Siberia. “Il petrolio distrugge in modo casuale la struttura gelatinosa della pellicola, la deforma con dei buchi e dei graffi. In questo modo viene danneggiata dal petrolio proprio come l’ambiente”. L’incontro fra un trattamento simbolico dell’immagine – di carattere fisico – e la sua dimensione concettuale inserisce questo lavoro nel campo di quello che possiamo chiamare il post-documentario. Non si tratta del cosiddetto “nuovo documentario”, che di solito comprende le pratiche contemporanee di esplorazione del mondo, non per forza destinate alla pubblicazione sulla stampa. Ma di una proposta plastica forte, che va oltre la volontà di testimoniare.
Il risultato ottenuto da Tereshkov unisce una pratica della fotografia analogica, che risponde a dei criteri classici di composizione, a un intervento che si contrappone all’ortodossia che vieta qualunque manipolazione dell’immagine-documento. Queste fotografie inclassificabili propongono un altro tipo di immagine militante. Diventano una sorta di nostalgia anticipata di un mondo destinato a scomparire molto presto se non si farà nulla.
È per questo che le chiazze di petrolio macchiano, sotto una luce grigia uniforme, i paesaggi con i pini distrutti, i laghi dalle rive morbide, le mandrie di renne sempre più ridotte e i loro custodi sempre più in pericolo. ◆ adr
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Questo articolo è uscito sul numero 1391 di Internazionale, a pagina 60. Compra questo numero | Abbonati