Questo racconto è uscito su More con il titolo The feminine mistake ed è stato pubblicato il 25 settembre 2015 nel numero 1121 di Internazionale.
Scoprii per la prima volta che esisteva una cosa come il mascara azzurro grazie a zia Chinwe. Venne a trovare mia madre un sabato, le treccine fissate morbidamente dietro al collo, il ricamo argentato del caffetano che scintillava e le ciglia di un lucente color pastello. Sulla pelle scura, erano di grande effetto.
“Zia, hai le ciglia azzurre!”, dissi io.
Avevo undici anni.
“Sì, tesoro. È mascara azzurro”, mi rispose sorridendo. Sorrideva sempre, gli occhi strizzati, i denti bianchissimi.
Mi piacevano quasi tutte le amiche di mia madre – donne divertenti, gentili, brillanti, e quell’unico uomo dalla voce carezzevole – ma solo a zia Chinwe avrei detto una cosa del genere. Zia, hai le ciglia azzurre!
Aveva un’aria d’infinita tolleranza, di benevolenza magnanima; trasformava ogni stanza in cui entrava in uno spazio soffice privo della spinosa possibilità di conseguenze. Con i bambini si comportava come un adulto che stesse per consegnare doni fastosamente incartati, non per il compleanno o per Natale, ma semplicemente perché i bambini meritavano doni.
Mi infilavo in salotto ogni volta che veniva a trovarci, mi sedevo in un angolo e origliavo le sue conversazioni con mia madre. Siccome lei beveva elegantemente la Fanta da un bicchiere, abbandonai la bottiglia e cominciai a bere la mia Coca-Cola dal bicchiere. Adoravo guardarla: minuta, graziosamente carnosa, con una carnagione scura scura che faceva pensare alla gente che veniva dal Ghana, dal Gambia o da qualche altra parte, non dalla Nigeria, dove le belle donne avevano la pelle indaco. Nella sua clinica era quella che faceva le iniezioni con il tocco più leggero. Ogni volta che mi ammalavo di malaria, i miei genitori si sobbarcavano un’ora di macchina fino a Enugu, dove viveva, perché sapevano che solo vedendo l’ago in mano a zia Chinwe sarei rimasta ferma abbastanza per la puntura.
Quando avevo tredici anni, i miei genitori per un breve periodo valutarono la possibilità di trasferirmi in un’altra scuola, ancora più impegnativa di quella già impegnativa che frequentavo. L’esame di ammissione si poteva sostenere solo a Enugu: la cittadina universitaria dove abitavamo noi, Nsukka, era troppo piccola per essere un centro d’esame regionale. Così mia madre mi portò a stare da zia Chinwe, nella grande casa con lo scalone imponente e le stanze spaziose.
I suoi tre figli, più piccoli di me, scorrazzavano dappertutto divertendosi con giocattoli che si muovevano e ronzavano se toccavi un bottone. Sua suocera era una presenza fissa in veranda, da dove impartiva ordini a zia Chinwe e ai domestici. Suo marito, zio Emeka, un bell’uomo amante della compagnia e a cui piaceva raccontare storielle, sentiva musica funk a tutto volume dal suo stereo. Avrebbero potuto essere una famiglia qualunque, ma per via di zia Chinwe mi sembravano in qualche modo fatati. Zia Ngozi, un’amica di mia madre, una volta aveva detto: “Chinwe è l’unica donna che conosco ad andare veramente d’accordo con i parenti del marito. E sua suocera è una strega”.
Avevano sempre ospiti. Zio Emeka sparava una battuta dietro l’altra, prendendo in giro tutti e se stesso. C’era la storiella di quando era andato negli Stati Uniti e non sapeva far funzionare un distributore automatico. Un’altra sul tipo che aveva sganciato una scorreggia terribile in aereo facendo finta di niente. “Prendiamo qualcos’altro da bere!”, diceva spesso zio Emeka. Mi sembrava un uomo a cui piaceva la riconoscenza degli altri.
Passavo ore con zia Chinwe. Un giorno la accompagnai durante una visita a un paziente, un diabetico con un taglio ostinato sul piede. Uscendo da casa sua, dissi a zia Chinwe: “In realtà non voglio studiare medicina all’università”. Gli insegnanti e i miei genitori si aspettavano che diventassi un medico perché ero molto brava a scuola. Non avevo mai detto a nessuno quanto mi annoiasse la biologia, quanto volessi solo leggere e scrivere. Zia Chinwe rimase pensosa e gentile: “Non devi mica decidere subito. Aspetta di essere almeno in quinta. Non deve necessariamente essere medicina, però dev’essere qualcosa che ti dia da vivere”. Le sue parole mi fecero sentire più leggera. Le mostrai un racconto che stavo scrivendo, su un quaderno a righe che era anche il mio libro di studio.
“Fa’ in modo di conservare tutti i racconti che scrivi”, mi disse. “Un giorno sarai qualcuno”.
La sera prima della mia partenza, uno dei loro ospiti raccontò di un uomo che aveva mentito sulla sua data di nascita in un colloquio di lavoro perché l’azienda voleva dipendenti più giovani, e ora si stava affannando per trovare un certificato di nascita falso da esibire come prova. Zio Emeka esplose: “Proprio come Chinwe, che mi ha mentito dicendo di essere vergine quando ci siamo conosciuti!”. Si torceva dalle risate. Era una battuta stonata, fuori luogo. L’ospite reagì con una risatina imbarazzata. Zia Chinwe sorrise e cambiò argomento, ma non prima che cogliessi un’impercettibile contrazione della sua mascella. Non disse niente, non perché non volesse ma perché sentì che non doveva. L’ospite sembrò sollevato, grato di averlo salvato da un ulteriore disagio.
Mi accorsi allora che zia Chinwe non aveva spigoli nella sua personalità. Li aveva appianati tutti. Era un oceano di infinita gentilezza.
Avevo 15 anni e mi facevo molte domande sul mondo. Zia Chinwe era venuta a trovare mia madre per parlarle di una festa di compleanno a sorpresa per zio Emeka. Da una borsa di pelle a secchiello tirò fuori disegni di torte, fogli con elenchi scritti a mano, un mucchietto di foto. Diede le foto a mia madre e le chiese quale immagine di zio Emeka era meglio scegliere per i souvenir della festa; stava facendo tazze di ceramica e apribottiglie. Mia madre studiò una delle foto per qualche istante e io mi avvicinai per vederla. Sembrava recente, scattata a un matrimonio pieno di palloncini, zia Chinwe in camicetta rossa e gonna avvolta intorno alla vita, zio Emeka in cravatta rossa e con un vestito scuro che sembrava spigoloso.
“Sta molto bene qui”, disse mia madre. “Dovrebbero tagliare te e usare questa”.
Zia Chinwe guardò la foto. “Non si era rasato quel giorno”, disse.
Non so perché lo ricordo così chiaramente anche ora, a distanza di anni. Non si era rasato quel giorno. Il modo in cui lo disse, con intimità, con orgoglio, come se la foto le restituisse un ricordo che le era prezioso ma che voleva condividere. Un tono che riguardava ciò che era suo e solo suo.
“Trecento invitati. Non è una sciocchezza!”, disse mia madre. Le sue parole erano stratificate, dense di complimenti inespressi: che moglie devota era zia Chinwe, com’era straordinario che spendesse i suoi soldi per quella festa, com’era magnifico che ce li avesse quei soldi, tanto per cominciare. Zia Chinwe neutralizzò l’ammirazione di mia madre con la naturalezza di una persona abituata ai complimenti. “Chi devo invitare e chi devo lasciare fuori?”, chiese in igbo, e aggiunse in inglese: “Non devo tralasciare nessuno”.
I miei genitori erano docenti universitari circondati dagli agi della classe media. Avevano due auto e una casa e parenti a cui pagavano la retta scolastica, ma nessuno dei due poteva progettare una festa per 300 persone all’insaputa dell’altro perché avrebbero dovuto mettere insieme le loro risorse. Ricordo che mio fratello chiese ai miei genitori un videogioco di Pac-Man quando i videogiochi erano ancora oggetti esotici, e cercò di farlo apparire normale dicendo che un suo compagno di scuola ne aveva uno.
“È perché quelle persone fanno soldi extra”, disse mia madre. Si riferiva ai professori universitari che sguazzavano negli affari, come quello che aveva inventato una macchina per pestare lo yam e un altro che faceva il vino con gli anacardi. Noi non avevamo soldi extra. Zia Chinwe aveva soldi extra. Suo padre veniva dalla vecchia agiatezza igbo, la sua famiglia commerciava olio di palma con gli inglesi cento anni prima, e aveva tenute in tutta la Nigeria orientale. A Enugu, dov’era cresciuta zia Chinwe, una strada portava il nome di suo padre. Anche se non avesse lavorato come medico generico nella clinica di sua proprietà, avrebbe comunque avuto soldi extra. E ai miei occhi questo conferiva una patina di fascino sulla sua vita. Il suo denaro significava libertà di scelta, significava che poteva progettare una festa a sorpresa se e quando ne aveva voglia.
Mia madre e io andammo da zia Chinwe il giorno prima della festa per aiutarla con i preparativi. Al vero lavoro avrebbe pensato il servizio di catering, perciò ce ne stavamo semplicemente in cucina a fare il chin-chin. Io stendevo la pasta, mia madre la tagliava in quadratini accurati e zia Chinwe friggeva, finché l’aria non ebbe un sapore delizioso. Aveva detto a zio Emeka che il cibo era per una festa in onore del bambino di certi parenti il giorno dopo.
Mi sarei resa conto che la vita di zia Chinwe consisteva nell’eseguire i riti della femminilità. Aveva l’approvazione del mondo e la indossava come un abito elegante prediletto
Ero a cavalcioni su un basso sgabello da cucina con il denso impasto di farina davanti a me quando zia Chinwe disse: “Sta’ seduta come una donna, tesoro”.
Parlavamo sempre un misto di igbo e d’inglese. Questo lo aveva detto in igbo. Nwanyi significa sia “ragazza” sia “donna”.
La sua voce dolce lasciava intendere che stavo facendo qualcosa di cui vergognarsi, ma che non c’era bisogno di farlo sapere a nessun altro. Quando ero piccola, mia madre mi aveva insegnato a stare seduta composta. “Chiudi le gambe”, mi diceva. Cosce strette. Una volta le chiesi perché e mia madre mi rispose: “Perché sei una ragazza e le ragazze portano i vestiti e devono stare sedute con le gambe strette in modo da non far vedere niente”. Forse mia madre intuì che mi sembrava un motivo banale, perché aggiunse che una volta una formica strisciando aveva pizzicato una ragazza proprio lì perché era seduta a gambe aperte. Io avevo i pantaloni, e il modo più comodo di sedere su quello sgabello non era a gambe strette.
“Zia, ho i pantaloni”, dissi.
Zia Chinwe sembrò stupita: “Sta’ solo seduta composta. Devi sempre stare seduta composta come una donna”.
Mi resi conto che era un rito quello stare seduta composta, e bisognava eseguirlo. Un rito sulla virtù femminile e sul disonore femminile. Uno dei tanti riti per i quali ricevevi l’approvazione generale se li eseguivi senza fare domande. Sta’ seduta come una donna era un piccolo esempio di riti più grandi. Sii silenziosa e gentile come una donna. Non fare baccano, non essere arrabbiata, non essere dura, non essere troppo ambiziosa. Io non volevo eseguirli. Volevo potermi sedere nel modo che ritenevo più comodo. Più tardi, mi sarei resa conto che l’intera vita di zia Chinwe consisteva nell’eseguire i riti della femminilità. Aveva l’approvazione del mondo e la indossava come un abito elegante prediletto.
Piccole rose delicate di carta velina bianca erano state appese a un ramo che incorniciava la porta. I tavoli erano coperti di tovaglie bianche. Rose bianche erano disposte nei vasi. L’atmosfera era di impeccabile armonia, di una raffinatezza non eccessiva.
“Chinwe di egwu”, disse mia madre. L’espressione igbo di egwu è difficile da tradurre, può avere vari significati e sfumature. Essere eccezionale, insolito, meraviglioso. Mia madre la usava sia per le persone che ammirava sia per quelle che trovava strane. Zia Chinwe era bellissima nel suo abito color pesca. “Credo che Emeka abbia capito della festa fin dall’inizio”, disse sorridendo. Indossava una collana di corallo che le faceva più giri intorno al collo. Aveva l’energia di un’attrice teatrale la sera della prima, emozionata, ansiosa, impaziente di presentare al suo pubblico una versione convincente di se stessa.
Diedi a zio Emeka il grande biglietto di auguri che avevamo portato, e lui mi abbracciò: “Stai crescendo molto in fretta! Presto cominceranno a presentarsi i corteggiatori. Ma prima dovranno chiedere il permesso a me!”.
Al momento di tagliare la torta fece un discorso. Chiamò zia Chinwe la sua regina. Disse che era perfetta e faceva tanti sacrifici per lui e sapeva esattamente cosa voleva mangiare ogni giorno e gli dava consigli d’affari e comprava tutti i suoi vestiti e sapeva dov’era tutto quello che lui possedeva e gli aveva dato tre splendidi figli e decideva cosa succedeva a casa loro e lui era fortunato che fosse così. Gli ospiti acclamarono e applaudirono. Da ogni angolo della stanza piovevano elogi. Zia Chinwe era ricoperta di elogi, sepolta di elogi. Era sorridente e luminosa.
“Una moglie perfetta”, disse un’amica di mia madre.
Mi dava fastidio che la perfezione di zia Chinwe fosse espressa solo in termini di quello che faceva per suo marito, e non di quello che era. Non la sua intelligenza, il suo umorismo o come era brava a fare le iniezioni. Più tardi avrei saputo che zia Chinwe, nata anglicana, si era convertita al cattolicesimo quando aveva sposato zio Emeka. Si era trasformata, era diventata la persona che lui voleva che fosse.
La sera della festa accadde qualcosa. Una donna, ubriaca di molte bottiglie di Guinness, cominciò a dire cose a zia Chinwe. Su zio Emeka. Sul figlio di due anni che aveva con una ragazza dello stato di Imo. Zia Chinwe piangeva sommessamente nella stanza degli ospiti, mia madre la cullava. Sembrava assente, perduta. Parlava a voce molto bassa. “Non gli ho fatto una scenata”, disse a mia madre. Più tardi, sentii mia madre e zia Ngozi che parlavano di zia Chinwe. Aveva gestito bene la cosa, convenivano. Era la cosa migliore da fare. Perché litigare e sollevare altra polvere?
Zia Chinwe era un ideale, un’idea. Mia madre e le altre donne che conoscevo forse non erano come lei, ma la idealizzavano. Non solo accettavano quello che rappresentava, ma lo desideravano per sé. Non fu l’esperienza di zia Chinwe a spingermi a farmi certe domande. Però gli diede una forma. La sua vita diede vita alle mie riflessioni. Perché la sua reazione doveva essere ordinata per essere ammirata? Perché nella sua umiliazione non si era infuriata con il mondo? E se lo avesse fatto, perché non sarebbe stato ammirevole? Mi sembrava più umano, più onesto. Non chiedeva nulla all’uomo che amava, e questo era considerato encomiabile. Amare significava dare, ma sicuramente amare significava anche prendere. Perché lei non prendeva? Perché non osava prendere? Perché la sua perfezione dipendeva dal non prendere?
Poco dopo la festa, zia Chinwe cambiò nome. Da Dott. (Sig.ra) Chinwe Nwoye a Dott. (Sig.ra) Chinwe Emeka-Nwoye. Negli anni novanta andava di moda, tra le nigeriane della classe media e alta appena sposate, prendere il nome o il cognome del marito e aggiungerlo al proprio con un trattino. Ma era una scelta strana per zia Chinwe. Non si era appena sposata, e le donne della sua generazione avevano mantenuto il loro cognome. Era come se la sua risposta a quella umiliazione fosse cancellare ulteriormente se stessa, sprofondare ulteriormente in zio Emeka fino a diventare indistinguibile. Oppure dire al mondo che lui poteva anche avere un figlio con un’altra donna, ma lei era ancora sua moglie, ed essere sua moglie era quello che contava.
I miei sentimenti per zia Chinwe cominciarono a raffreddarsi. Le qualità che un tempo avevo tanto ammirato presero a infastidirmi. Quella che consideravo la sua eterea gentilezza diventò semplicemente una dipendenza dai premi meschini concessi dal mondo alle donne che nascondevano certe parti di sé. Soprattutto, la sua esperienza mi spaventava, mi confondeva perché non era facile da spiegare.
Avevo quindici anni ed ero ingenua, piena delle certezze senza compromessi della gioventù. Più tardi avrei imparato ad ammirarla di nuovo e a cercare la sua saggezza in diversi momenti della mia vita. Sarei riuscita a capire che il problema non era zia Chinwe, era la nostra società. Non erano le singole donne ma le forze che nel mondo costringevano quelle donne a rimpicciolirsi. Zia Chinwe mi ha insegnato che la ricchezza non protegge una donna da quelle forze. E neppure l’istruzione e la ricchezza. Mi ha aiutato a plasmare la mia determinazione a vivere la femminilità come la magnifica e complicata cosa che è. A rifiutare “perché sei una donna” come una ragione valida per qualunque cosa. A sforzarmi di essere la me più vera e più umana, senza mai distorcermi in altre forme per cercare l’approvazione del mondo. ◆ gc
Questo racconto è uscito su More con il titolo The feminine mistake ed è stato pubblicato il 25 settembre 2015 nel numero 1121 di Internazionale.
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1121 di Internazionale, a pagina 96. Compra questo numero | Abbonati