La Turchia sta ancora subendo le conseguenze dello spavento che il governo si prese nel 2013 con le proteste del parco Gezi e le accuse di corruzione. Il 6 maggio 2019 è stata l’ennesima tappa del colpo di stato continuo cominciato quell’anno. Un golpe che vuole mettere fine alle amministrazioni locali senza lasciare nessuno spazio di autonomia dal governo centrale. Come il tentato golpe del 15 luglio 2016 era stata l’occasione per sopprimere l’opposizione e introdurre il sistema presidenziale, le elezioni locali del 31 marzo 2019 sono servite a legare completamente le amministrazioni locali al governo centrale.

Questa volta l’idea del regime è chiara: la “volontà nazionale” che si è espressa al referendum presidenziale e alle elezioni parlamentari del 24 giugno 2018 non è soddisfatta del risultato del 31 marzo, quando il Partito giustizia e sviluppo (Akp) ha perso Istanbul e Ankara, quindi queste elezioni sono illegittime. Il motivo della sconfitta è che l’opposizione ha manipolato le elezioni. Ripetere le elezioni e portare alla vittoria la “volontà nazionale” sistemerà le cose.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan. Ankara, 7 maggio 2019 (Adem Altan, Afp/Getty)

Il decreto presidenziale dell’agosto del 2018 lega le amministrazioni locali al governo centrale. Prevede la sottomissione di tutte le entrate e le uscite dei comuni al ministero delle finanze, il passaggio della responsabilità del consiglio comunale dal sindaco all’assemblea comunale, la centralizzazione degli appalti comunali e soprattutto il trasferimento dei servizi offerti dal comune alle organizzazioni provinciali e distrettuali del ministero.

In un simile sistema, che un comune sia amministrato da questo o da quel partito non ha più molta importanza. Se si aggiunge il commissariamento dei comuni curdi e gli sforzi del governo per ostacolare le amministrazioni come quella di Istanbul, non resta molto significato, a parte il voto dei cittadini, all’alternativa politica rappresentata dai comuni guidati dall’opposizione. Le vittorie in città come Adana, Ankara, Antalya, Istanbul, Izmir, Mersin sono certamente importanti, ma quei voti non hanno un corrispettivo politico. Perché espressioni come “il fronte dell’opposizione”, “la coalizione della speranza” e “l’alleanza democratica” avessero un valore concreto, bisognerebbe che i comuni controllati dall’opposizione fossero in grado di lavorare. Purtroppo il regime non lascia loro nessuno spazio di manovra.

Fondamenta marce

Cosa resta in mano all’opposizione? L’incrinatura dell’Akp e la nascita di un’opposizione interna. All’ex presidente Abdullah Gül si sono aggiunti l’ex premier Ahmet Davutoğlu e l’ex ministro Ali Babacan. Secondo l’opposizione questo significa che il problema, più che l’Islam politico, è il presidente Recep Tayyip Erdoğan. Contrariamente a quanto si dice, però, quello di Erdoğan non è il regime di un uomo solo, ma un regime composto da milioni di copie di quell’uomo solo.

Da sapere
Tutto da rifare

◆ Il 6 maggio 2019 il consiglio elettorale supremo ha invalidato le elezioni municipali del 31 marzo a Istanbul, vinte di stretta misura dal candidato del Partito popolare repubblicano Ekrem İmamoğlu. Il consiglio ha accolto il ricorso presentato dal Partito giustizia e sviluppo del presidente Recep Tayyip Erdoğan, secondo il quale c’erano state irregolarità nella nomina del personale dei seggi. Le elezioni dovrebbero essere ripetute il 23 giugno. Diversi candidati di opposizione hanno annunciato che non si presenteranno e sosterranno İmamoğlu.


Né i nuovi partiti che nasceranno dall’Akp né i partiti dell’opposizione, a eccezione del Partito democratico dei popoli (Hdp), si discostano dall’ideologia della “Nuova Turchia” guidata dall’Islam politico. È la storia di un’enorme Turchia locale e nazionale, che prevede solo sfumature.

Il dibattito su come siamo arrivati a questo punto non va mai oltre la cattiva amministrazione e la strumentalizzazione politica della religione. Nessuno vuole guardare oltre, ovvero a un’eredità che dai tempi dei Giovani turchi arriva fino al presente. Una repubblica che si sforza di restare in piedi poggiando su fondamenta marce, costituite dalla cultura del rifiuto dell’uguaglianza di tutti i cittadini, del saccheggio, dell’impunità, del dogma e dei conti aperti con il passato. ◆ga

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Questo articolo è uscito sul numero 1306 di Internazionale, a pagina 28. Compra questo numero | Abbonati