In una stanza con le piastrelle bianche, dietro un’agenzia funebre di Taytay, a una ventina di minuti da Manila, il corpo di Elijah Rain De Guzman, 12 anni, giace su un tavolo in acciaio inossidabile. È disteso sul dorso, le gambe leggermente piegate. I cinque medici legali si preparano, infilano i camici regolamentari di plastica blu e cominciano il loro lungo e penoso compito. Per quasi quattro ore sezioneranno, preleveranno dei campioni di tessuto, misureranno gli organi: cuore, fegato, cervello e così via. Tutto viene fotografato con attenzione. Fuori dalla sala la famiglia aspetta.
Da qualche mese, di autopsie di bambini come questa il dottor Erwin Erfe, che lavora per la procura, ne fa due o tre alla settimana. E i risultati sono sempre gli stessi: “Emorragie interne, in particolare nel cervello e nei polmoni, e ingrossamento degli organi”. Lui non ha dubbi, il responsabile di queste morti è il vaccino Dengvaxia commercializzato dal gruppo farmaceutico francese Sanofi. La sua équipe di medici legali ha già identificato 103 casi simili. Bambini poveri che non hanno un accesso facile al sistema di cure. Per la procuratrice Persida Acosta, impegnata contro le disuguaglianze sociali e molto conosciuta sui social network, le responsabilità sono dell’azienda francese, che ha venduto un “vaccino pericoloso”, e del governo filippino, che ha organizzato una campagna di vaccinazione “di massa e indiscriminata”. Una campagna condotta in condizioni vergognose: senza informare il personale medico, senza escludere i bambini con un sistema immunitario debilitato, senza un controllo medico e spesso senza neanche chiedere il consenso dei genitori. Acosta ha incriminato 38 persone per “condotta irresponsabile che ha portato alla morte per omicidio e negligenza criminale”. Tra le persone incriminate ci sono anche tre responsabili francesi della Sanofi, che hanno già lasciato il paese.
** Trionfo annunciato**
Eppure il Dengvaxia si annunciava come un trionfo mondiale. Nel 2015 il laboratorio farmaceutico Sanofi-Pasteur aveva confermato in pompa magna la commercializzazione di un vaccino rivoluzionario contro la dengue. Si trattava di una novità mondiale, il risultato di vent’anni di ricerche e di 1,5 miliardi di euro d’investimenti. La dengue infatti, malattia virale trasmessa dalla zanzara, è in forte espansione nel mondo e colpisce cento milioni di persone all’anno; la sua forma grave (emorragica) ne uccide 20mila, per lo più bambini e donne incinte. E in alcuni paesi come le Filippine le centinaia di migliaia di ricoveri in ospedale dovuti al virus rappresentano un costo importante.
Tuttavia, se si guarda bene ai risultati dei primi test clinici, si nota che l’efficacia del vaccino è scarsa: sui bambini asiatici è efficace nel 56 per cento dei casi dopo due anni (in altre parole quasi la metà delle persone vaccinate non è stata immunizzata), e la cifra scende di molto negli anni successivi. Inoltre, i bambini più piccoli hanno una possibilità quasi otto volte superiore di ammalarsi gravemente dopo l’iniezione del vaccino. Diversi decessi non sono spiegati: i risultati indicano che le cifre e le cause di morte sono “coerenti con i tassi di mortalità della loro fascia d’età, per lo più in seguito a ferite e a ‘infezioni’”.
Ma se si osservano meglio questi risultati emergono tante piccole inesattezze, rischi non calcolati, dettagli mancanti e così via. “Non tanto una manipolazione delle cifre ad alto livello”, osserva il dottor Antonio Dans, medico e statistico presso il Philippines general hospital. “Quanto degli aggiustamenti statistici per compiacere i superiori”.
In ogni modo questi risultati non sembrano aver destato molta preoccupazione alla Sanofi, che ha puntato tutto sul nuovo vaccino. Fin dal 2009, cioè molto prima dell’inizio dei test clinici sulle persone, l’azienda aveva già investito 350 milioni di euro per costruire uno stabilimento destinato al Dengvaxia a Neuville-sur-Saône, vicino alla sua sede di Lione. L’obiettivo annunciato all’epoca era produrre cento milioni di dosi all’anno. “Una scommessa industriale”, secondo Antoine Quin, all’epoca direttore dello stabilimento. “Anticipare era l’unico modo per mettere a disposizione il vaccino nei tempi previsti”, si giustificano oggi nella sede. Ma i clienti potenziali si sono dimostrati scettici e le vendite hanno faticato a decollare. Nonostante un’autorizzazione di vendita in diversi paesi, molte dosi rimanevano invendute. Le autorità sanitarie francesi, per esempio, non hanno raccomandato l’uso del Dengvaxia nei territori d’oltremare come la Réunion e la Guyana colpiti dalla malattia. Alla fine del 2015 la Sanofi non era ancora riuscita a raggiungere un traguardo massimo per un vaccino, cioè un contratto pubblico. “Per loro era diventato molto urgente riuscire a vendere”, spiega il dottor Francisco Cruz, epidemiologo ed ex dipendente del ministero della sanità filippino, “una parte delle dosi scadeva nel settembre 2017”.
Dietro le quinte i dirigenti del gruppo hanno fatto un intenso lavoro di lobby. Già nel novembre 2014 il vicepresidente della Sanofi, Jean-Luc Lowinski, aveva ottenuto un incontro con il presidente filippino dell’epoca, Benigno Aquino III. Si sono visti all’ambasciata delle Filippine a Pechino, a margine del vertice dell’Apec. Anche se non si sa esattamente cosa si siano detti, poche settimane dopo l’azienda francese ha sottoposto il Dengvaxia all’agenzia filippina del farmaco. Qualche mese dopo è stata la ministra della sanità filippina, Janette Garin, stretta collaboratrice del presidente e fresca di nomina, ad andare a Parigi e a Lione, dove ha visitato lo stabilimento del Dengvaxia. La ministra ha un ricordo vago del viaggio: “Ho dormito molto in macchina e ho visitato delle chiese ma non ricordo più quali”. Non si ricorda di alcun incontro con la Sanofi, neanche quella cena del 14 maggio 2015 in cui, secondo un rapporto dell’ambasciata delle Filippine a Parigi, la ministra ha discusso del prezzo del Dengvaxia con i dirigenti della casa farmaceutica, tra cui Guillaume Leroy, l’attuale presidente della sede francese. Una cena sugli Champs-Elysés poco coerente con il codice etico dell’azienda, ma “nell’industria farmaceutica lo fanno tutti”, dice Janette Garin.
Così il prezzo indicato sul contratto di vendita del Dengvaxia viene fissato a mille pesos (17 euro) per ogni dose– un prezzo “incredibilmente gonfiato”, osserva il dottor Cruz – per un totale di tre miliardi di pesos (50 milioni di euro). È più dell’insieme di tutti i fondi destinati agli altri programmi di vaccinazione nelle Filippine, e la dengue non è tra le prime dieci cause di mortalità nel paese. Tuttavia i documenti del dipartimento del bilancio indicano che per il programma antidengue del ministero della sanità sono stati chiesti e messi a disposizione 3,56 miliardi di pesos. Di fatto ne mancano all’appello 556 milioni (nove milioni di euro). “È l’attrazione per il guadagno facile che ha ucciso questi bambini”, osserva la magistrata. Presso il difensore civico delle Filippine sono state avviate delle procedure per peculato e per appropriazione indebita nei confronti dell’ex presidente e dell’ex ministra della sanità.
Una scadenza importante
Nel dicembre 2015, al rientro dal vertice sul clima Cop21 a Parigi in cui il presidente Aquino e Garin avevano incontrato di nuovo i dirigenti della Sanofi, i dirigenti del ministero della sanità si sono attivati per organizzare in poche settimane un’enorme campagna di vaccinazione su quasi 800mila bambini. “Una follia”, osserva Paulyn Ubial, che ha guidato il ministero per un breve periodo dopo Garin. “Di solito ci vogliono uno o due anni per preparare le comunità e il settore sanitario a un nuovo vaccino, e si comincia con una fetta definita di popolazione di circa 40mila individui”. Ma si avvicinava una scadenza importante: le elezioni presidenziali dell’aprile 2016.
“Era fondamentale che la campagna di vaccinazione fosse organizzata e annunciata prima delle elezioni”, ricorda Paulyn Ubial. E per accelerare le cose i responsabili filippini non hanno esitato a sorvolare su diverse regole, in particolare per quanto riguarda la procedura di attribuzione degli appalti pubblici. Nell’arco di poche settimane Janette Garin si è nominata direttrice dell’agenzia del farmaco, così da poter autorizzare immediatamente la vendita del Dengvaxia senza passare attraverso i canali normali. Già nel gennaio 2016 è stato fatto l’annuncio: grazie al governo un milione di bambini beneficerà gratuitamente di questo vaccino miracoloso.
Presto però sono emerse le prime critiche della comunità scientifica nelle Filippine e all’estero. In particolare negli Stati Uniti il professor Scott Halstead, 82 anni, uno specialista della dengue noto in tutto il mondo, ha addirittura inviato un video al senato filippino per chiedere di sospendere il programma. In decenni di ricerca, Halstead ha osservato che il virus della dengue opera attraverso un meccanismo particolare, l’Ade, Antibody dependant enhancement (potenziamento dell’infezione attraverso gli anticorpi), grazie al quale gli anticorpi sviluppati in occasione di un primo attacco da un ceppo diverso possono ritorcersi contro l’organismo e aiutare il virus a superare le barriere del sistema immunitario. Per questo in genere è il secondo attacco che può essere mortale.
Di fatto il Dengvaxia, riproducendo una prima contaminazione, invece di proteggere le persone che non sono mai state infettate dal virus, le rende più vulnerabili a un secondo attacco. Il rischio dura tutta la vita, ma è particolarmente alto il terzo anno dopo l’iniezione. È proprio questo il meccanismo all’origine dei risultati preoccupanti dei test clinici sui bambini più piccoli, che per lo più non erano mai stati esposti al virus. Più i bambini crescono e maggiore è la possibilità di essere già stati contagiati, senza necessariamente sviluppare dei sintomi. La soglia di sicurezza dei nove anni di età, che era stata scelta dalla Sanofi, era arbitraria: “Per le persone sieronegative il rischio non diminuisce magicamente con l’età”, dice indignato il professor Halstead. Le stime parlano di un 10-20 per cento di bambini sieronegativi vaccinati. Per lui, chi ha lanciato questo vaccino ha dimostrato un “cinismo assoluto, in quanto ha valutato matematicamente che i benefici per la società sarebbero stati positivi. Anche perché i costi di ospedalizzazione si sarebbero ridotti. E poco importava se ci potevano essere effetti gravi sulla salute di una parte della popolazione. Tutto questo è contrario ai più elementari princìpi della medicina”.
Magliette gialle
Nonostante le critiche la campagna di vaccinazione è andata avanti. E non nelle province più colpite dalla dengue, ma in quelle con la più forte concentrazione di elettori. Per le foto sui giornali il giorno dell’inizio della campagna sono state distribuite ai bambini delle magliette gialle, il colore del partito al governo. Le vaccinazioni sono state fatte prima nelle scuole, poi nei dispensari dei barangay, i municipi, che nella maggior parte dei casi non hanno neanche un medico.
In molti casi i genitori non sono stati neanche avvertiti. La madre di Riceza Salgo, 12 anni, morta di un attacco di dengue emorragica, racconta: “Ho scoperto solo dopo la sua morte, attraverso i documenti scolastici, che mia figlia era stata vaccinata con il Dengvaxia”. Il filtro per escludere dalla vaccinazione i bambini con un sistema immunitario debole non è stato applicato. “Anche i bambini che avevano malattie preesistenti, diagnosticate o meno, hanno ricevuto il farmaco”, denuncia il dottor Erfe. Così tra le vittime potenziali del Dengvaxia ci sono stati bambini con lupus, leucemia o altri tipi di cancro. Romeo Cariño, il padre di Roshaine, 12 anni, si rammarica: “Probabilmente mio figlio sarebbe comunque morto di tumore, ma almeno avrei avuto qualche mese, un anno in più da passare con lui”.
Il Dengvaxia è un vaccino chimerico, cioè composto da due virus combinati, quello della febbre gialla e quello della dengue. “La Sanofi ha creato un nuovo virus”, spiega il professor Halstead, “è difficile prevedere come potrà evolvere”. Secondo i medici della procura, alcuni bambini colpiti dalla dengue emorragica sono morti di una malattia viscerotropa o neurotropa (un’infezione che attacca le viscere o il cervello), un effetto secondario del virus della febbre gialla presente nel vaccino. Ma anche se queste malattie sono menzionate sul foglietto illustrativo del farmaco come rischi potenziali del vaccino, la Sanofi afferma che non è stato registrato alcun caso durante i test clinici. In compenso il laboratorio ha dovuto ammettere, nel novembre 2017, “un rischio aumentato di dengue severa per chi non è mai stato esposto al virus”. Il programma di vaccinazione è stato sospeso. Nelle Filippine l’angoscia è diventata sempre più forte: quasi un milione di bambini è stato vaccinato, senza alcun test preventivo e nella più completa disorganizzazione. Il ministero non ha una lista precisa dei nomi dei vaccinati.
◆ Sono ormai quasi 15mila i casi di morbillo registrati nelle Filippine dall’inizio del 2019 e 238 i morti per la malattia (nel 2017 erano stati 50 e nel 2018 duecento). Dopo lo scandalo Dengvaxia, infatti, la diffidenza verso i vaccini è aumentata e sta causando un’emergenza sanitaria. Il governo di Manila ha cercato di rimediare con una campagna che invita a far vaccinare i bambini. Insieme all’Ucraina (35mila casi nel 2018) e al Brasile (10mila), le Filippine sono il paese più colpito dal morbillo, che dal 2017 al 2018 ha avuto una crescita globale molto preoccupante, avverte l’Unicef, “a causa di una combinazione di fattori: infrastrutture sanitarie deboli, conflitti, educazione sanitaria carente, negligenza e diffidenza verso i vaccini”. The Philippine Star
Rompicapo giuridico
Oltre ai cinquecento morti denunciati alla procura da genitori disperati, migliaia di bambini sono stati ricoverati in ospedale. Alcuni hanno bisogno di interventi per eliminare il sangue dopo le gravi emorragie subite, ma la maggior parte delle famiglie non ha i soldi per pagarli. Per ora la principale linea difensiva della Sanofi è che nessuno di questi problemi è stato segnalato negli altri 19 paesi dove il vaccino è commercializzato. Ma in quei paesi il vaccino è riservato al settore privato, alle famiglie che hanno i mezzi per garantire un controllo medico adeguato. L’unico altro programma pubblico di vaccinazione, in Brasile, è destinato principalmente a persone tra i 15 e i 27 anni.
La Sanofi, che ha rifiutato qualunque intervista per questo articolo, si dice pronta a risarcire le vittime se “dovesse essere accertata su basi scientifiche una causalità tra i decessi e il vaccino, e se la responsabilità del gruppo fosse stabilita su basi giuridiche”. Il problema è che, anche se è il vaccino ad aver favorito la comparsa della dengue emorragica, la causa della morte rimane la malattia e non il vaccino. Un’eventuale colpa rimarrà quindi difficile da dimostrare e il caso promette di essere un rompicapo giuridico. ◆ adr
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Questo articolo è uscito sul numero 1297 di Internazionale, a pagina 56. Compra questo numero | Abbonati