Era un inverno davvero gelido e mio padre andava dicendo, con discrezione, che dovevamo prepararci a “sistemare la questione” prima delle feste di capodanno. La “questione” a cui si riferiva era, naturalmente, il funerale del nonno. Certo, non si poteva dire che il nonno scoppiasse di salute, ma non c’erano segni di peggioramento e non capivo perché mio padre fosse così pessimista. La casa era riscaldata, ventuno gradi costanti, perché mai il nonno avrebbe dovuto risentire del freddo là fuori? “Tu non capisci”, mi zittì mio padre, convinto assertore di una teoria molto particolare secondo la quale quando la temperatura scende oltre un certo limite, i vecchi se ne devono andare: legge divina, e al divino poco importa che la casa sia riscaldata o no.
L’estate dell’anno prima, nell’ospedale del capoluogo della provincia, al nonno era stato asportato un tumore al colon e da allora il suo obiettivo era arrivare a festeggiare il capodanno. E così fu. Dopo capodanno stava ancora benissimo, tanto che il quattordicesimo giorno dell’anno nuovo aveva aggiornato l’obiettivo, scrivendo su Weibo che “ce l’avrebbe messa tutta” per arrivare al capodanno successivo. Non era esattamente una frase felice, ma neanche del tutto infausta, per cui l’avevamo semplicemente ignorata. Al che lui, senza scomporsi, aveva preso il telefono e ci aveva chiamati tutti, uno per uno. A quel punto ci sentimmo in dovere di far girare il suo messaggio all’intera lista di parenti e amici. Mia suocera, alquanto seccata, se la prese direttamente con me e commentò così il mio messaggio: “Siamo nel pieno delle feste per l’anno nuovo, imbecille!”. Il nonno fu piuttosto deluso, e bollò la signora come “una donnicciola ignorante, una buzzurra”.
Vita e morte ormai le conosceva bene, e le guardava con la serenità di un cielo limpido attraversato da una brezza gentile, con distacco. Era però sensibilissimo al capodanno, che per lui era come un gigantesco business: se se ne fosse andato il secondo giorno dell’anno nuovo ci avrebbe guadagnato, se invece fosse morto nell’ultimo giorno dell’anno vecchio ci avrebbe perso. E non aveva torto, perché anche dal punto di vista matematico c’è una bella differenza tra “morire a ottantaquattro anni” e “godere della vita fino a ottantacinque”.
Quell’inverno fece un gran freddo. La graziosa signorina delle previsioni meteo l’aveva annunciato: le minime avrebbero “segnato il nuovo record degli ultimi trent’anni”. Erano solo previsioni meteorologiche, ma nella mia famiglia risuonarono come una sentenza di morte: mio padre non parlava più e mio nonno neppure, entrambi credevano fermamente nella “volontà del cielo”. In realtà il cielo non ha nessuna volontà, ma spesso chi si trova in una situazione particolare tende a interpretare condizioni meteorologiche estreme come espressioni della “volontà del cielo”. Dal silenzio di quei due dedussi che il nonno si fosse rassegnato a considerare irraggiungibile il pur imminente capodanno.
“Fa freddino”, disse, “mi piacerebbe proprio stare a mollo al caldo, ai bagni pubblici”.
Facile a dirsi. Con una salute così precaria, il nonno era appeso a un filo; il minimo cambiamento avrebbe potuto trasformarsi in un imprevisto, e una caduta, ai bagni pubblici, non era certo un’eventualità remota. “Si scivola troppo, è pericoloso”, gli risposi. Lui ribatté con una certa arroganza: “Ormai peso solo quaranta chili, mio nipote mi porterà in braccio”. Bambino viziato.
I bagni erano quasi vuoti e appena entrato mi pentii di essere lì. Un corpo di quaranta chili non è quasi più un corpo, fa impressione. Nudo, il nonno mi faceva pensare a un tipo di carta molto speciale che mi chiedevo se sarei mai riuscito a ritirare fuori dall’acqua. Ma ogni remora svanì quando delicatamente lo deposi nella vasca: ne era valsa la pena. Avvolto dal tepore di tutta quell’acqua, spalancò la bocca emettendo dei versi stranissimi, manifestando una felicità immensa. Ah, com’era soddisfatto! Ma era così fragile che non riusciva a resistere alla spinta dell’acqua e appena lo lasciavo veniva a galla, per cui dovevo tenerlo stretto tra le braccia per impedirgli di girare come una trottola.
Dice bene il proverbio, invecchiando si torna bambini, si arriva a una certa età e ci si sente piccoli di nuovo. Con la testa appoggiata al mio petto, il nonno mi disse: “Veniamoci anche domani”.
“D’accordo”. Sorrise. In realtà non lo vedevo, ma percepivo che il suo viso era illuminato da un sorriso rivolto a niente e a nessuno. Tipico segno del ritorno all’infanzia.
Tornammo ai bagni per quattro giorni di fila, ma il quinto, proprio la volta che avevo staccato prima dal lavoro per accompagnarlo, il nonno mi disse che non voleva andarci. Con gli occhi mi fece cenno di sedermi e mi chiese di promettergli che non l’avrei portato all’ospedale. “Meglio a casa”, dichiarò. Da quelle parole così esplicite si capiva che aveva già pensato a tutto. Glielo promisi con una certa serenità, perché anche lui era sereno. La tranquillità che mostrava davanti alla morte non era cosa da tutti, era quella di un uomo che aveva vissuto sotto lo stesso tetto con molte generazioni.
Il cellulare mi svegliò alle quattro di notte. Era mio padre. Quando vidi il suo numero capii subito che il nonno, il più celebre professore di fisica e preside di scuola secondaria della nostra cittadina, se n’era andato. Neanche il tempo di addolorarmi e mi precipitai a svegliare mia figlia: sbrigati, il nonno non c’è più.
Ma non era morto, anzi stava benone. E quando mi vide arrivare con la bambina si arrabbiò. Per colpa di quella lunga malattia, la sua irritazione si manifestava come un dolore fisico, o per meglio dire, con l’espressione di chi sopporta un dolore fisico. “Perché hai portato anche lei, con questo freddo?”, mi chiese.
Ridacchiai: “Per quella faccenda, perché pensavo ti fosse successa quella cosa”.
“Non è ancora arrivata l’ora”, replicò lui.
Sistemai mia figlia nel letto della nonna e tornai da lui. Le sue mani si muovevano sotto le coperte, io ci infilai la mia e gli strinsi le dita ossute. Lui rimase impassibile, senza nessuna reazione, continuando però a muovere le dita, come se volesse parlare ma si trattenesse. A quel punto mi resi conto che la sua morte era davvero vicina e che mi voleva confidare qualcosa.
A mio padre, che fino a quel momento era rimasto lì in silenzio, non sfuggiva mai niente, e infatti uscì dalla stanza. È strana, la mia famiglia, perché mio padre è sempre stato quello superfluo, e se n’era reso conto anche in quell’occasione. Guardandolo uscire, il nonno tossì un paio di volte. Era una tosse, capii subito, ben poco naturale, indicava che voleva dire qualcosa ma non sapeva da che parte cominciare.
A rigore, la fama di cui godeva il nonno nella nostra cittadina derivava da mio padre, come pure la sua nomina a preside. Figlio di un professore di fisica, mio padre in teoria aveva ottime possibilità di essere ammesso all’università, ma in quel periodo il nonno era coordinatore di classe e dedicava tutto il suo tempo agli studenti. Usciva di casa alle sei di mattina e rientrava alle undici di sera tutti i giorni, prodigandosi in ogni modo per quei cinquantasette alunni. Il risultato dell’esame fu crudele. Mio padre, che studiava in un’altra scuola superiore, fu bocciato, mentre trentuno dei cinquantasette studenti del nonno passarono: un numero astronomico, un “successo epocale”, come quelli del Grande balzo, che di colpo trasformò il nonno in una leggenda nella nostra cittadina. A settembre la notizia arrivò al capoluogo di provincia, e il giornale locale gli dedicò un articolo lunghissimo, un paginone intero con tanto di foto ritratto. Il titolo, in neretto a caratteri cubitali, era spaventosamente suggestivo: “Solo quando il baco di primavera muore, s’esauriscono i fili di seta”.
Il nonno assurse così a una gloria immensa, che non gli tolse però la sua lucidità. All’entusiasmo iniziale, infatti, subentrò improvviso il senso di colpa. Già a ottobre propose al figlio, cioè a mio padre, d’iscriversi ai corsi di recupero. Se avesse studiato sodo per un anno, gli diceva, magari avrebbe ottenuto un punteggio sufficiente per entrare in qualche università prestigiosa, altrimenti poteva sempre iscriversi a un’università comune o, se l’avessero rifiutato anche lì, a un istituto professionale di alto livello, o ancora a una scuola di specializzazione di livello medio. Il nonno aveva ragione, mio padre non era particolarmente portato per lo studio, bastava che superasse quell’esame, comunque andasse. Ma non aveva considerato una cosa: la sensibilità del figlio. Quell’articolo di giornale sul baco che fila fino alla morte per mio padre era stato una batosta che gli aveva azzerato l’autostima, perché tutto quel clamore attorno al nonno dipendeva in fin dei conti dal fatto che trentuno dei suoi studenti avevano superato l’esame, mentre suo figlio era stato bocciato. Bene, ora tutta la provincia sapeva, tutto il paese sapeva. Mentre fissava il giornale, mio padre sembrava un filo di erba cipollina marcio, flaccido e soffocato dal proprio fetore. Non volle saperne del suggerimento del “baco da seta”, al quale rispose, con lo sguardo sulla punta dei piedi: “Non preoccuparti per me”.
Era profondamente offeso. Offendersi è la reazione di chi si sente inferiore, ma lui aveva sbagliato bersaglio: mostrarsi offeso con il nonno non avrebbe mai funzionato. Le scuole riaprirono e il nonno, che aveva ricominciato a uscire alle sei di mattina e tornare alle undici di sera, non era certo nell’umore di trastullarsi col figlio in insulsi giochetti psicologici. La guerra fredda tra i due durò un paio di mesi, anche se, a dire il vero, più che una guerra fredda fu una guerra unilaterale di mio padre, che disputò, per usare un’immagine, una partita di ping-pong contro il muro.
D’altra parte mio padre dimostrò di non essere un agnellino e imitando la calligrafia del nonno scrisse una lettera al direttore dell’ufficio scolastico, chiedendogli di trovare una sistemazione al “figlio” nell’ufficio cultura e istruzione della contea. Il tono, umile ma con il piglio persuasivo dell’uomo integerrimo, era tale e quale a quello del nonno. Si era preoccupato anche troppo, mio padre: che bisogno c’era di imitare la sua calligrafia? Il direttore non l’aveva mai vista. Però è vero che il nonno in quel periodo era la stella più fulgida della città e, si sa, le star sono sempre seguite da voci e notizie. Su di lui, infatti, circolavano già due ipotesi: che sarebbe stato “molto probabilmente trasferito a livello provinciale”, e che “con altrettanta probabilità sarebbe diventato vicepresidente della contea con delega alla cultura e all’istruzione”. A quel punto fu lo stesso direttore a cercare mio padre e voler sistemare la sua faccenda, il tutto con un’aria deferente quasi volesse accattivarsi i suoi favori. Conservò anche la lettera autografa del nonno, pensando che poteva tornargli utile in futuro. Fu così che mio padre entrò nell’ufficio istruzione della contea e lì, a quella sedia giallognola, rimase incollato fino alla pensione.
Non esagero, è la verità: un mese dopo, quando venne a sapere del nuovo lavoro del figlio, il nonno si precipitò a passetti concitati nel suo ufficio e da quel corpicino scheletrico fece esplodere una rabbia violenta come una tempesta. Ordinò a mio padre di tornare subito a casa: “Vai a frequentare i corsi di recupero! Fai l’esame di ammissione all’università!”. Mio padre si spaventò al punto da farsela sotto. Timido e pauroso com’era, aveva però una caratteristica peculiare: anziché tremare, quando era in preda al terrore serrava le labbra e alzava la testa scandagliando il soffitto con lo sguardo, tipo protagonista di un film rivoluzionario. Ha sempre reagito così, tutta la vita. Intanto il direttore dell’ufficio, che non poteva non sentire il putiferio scatenato dal nonno, spuntò con i suoi modi da piccolo funzionario untuoso a sedare gli animi. “L’ufficio istruzione è un ottimo posto”, disse al nonno, “è pur sempre un organo governativo, e non è facile entrarci neppure con la laurea”. Il nonno, che era all’oscuro del retroscena, puntò l’indice della mano destra contro il naso del direttore e lo liquidò con due parole: “Miope e ignorante!”. Un anno dopo il nonno fu nominato preside, mentre al direttore si presentò finalmente l’opportunità di diventare vicepresidente di contea con delega alla cultura e all’istruzione. Il nonno, che sentiva ancora bruciare il senso di colpa e la ferita insanabile della rinuncia del figlio agli studi, davanti ai membri del dipartimento organizzativo che assegnava gli incarichi pronunciò solo due parole, con una calma e una compostezza assolute: miope e ignorante. Ecco chi era mio nonno, la sua grandezza stava proprio in quella compostezza. Per il direttore dell’ufficio istruzione, perdere per un soffio la promozione fu un’enorme delusione da ingoiare in silenzio, che lo indusse a riversare tutta la sua rabbia su mio padre.
Per il nonno, mio padre era sempre stato una spina nel fianco, una fastidiosa escrescenza dura che albergava nel suo intimo. Me ne resi conto durante la festa per la mia ammissione all’università, quando il nonno, felicissimo, si ubriacò. Mentre vomitava con me accanto che lo accudivo, mi afferrò la mano. Fu la prima volta che lo vidi piangere. Inginocchiato davanti alla tazza del gabinetto, continuava a ripetere “scusami” e mi ci volle un bello sforzo mentale per rendermi conto che stava sbagliando, che aveva scambiato me, suo nipote, per suo figlio. Si ubriacava di rado, ma quando succedeva il rituale era sempre lo stesso: s’inginocchiava davanti al water e non faceva che chiedergli scusa. Un vomito di scuse che non era servito a salvare il rapporto tra padre e figlio: negli anni non si erano quasi mai guardati in faccia neppure quando chiacchieravano, come se ciascuno parlasse per conto proprio. I loro non erano dialoghi, ma due monologhi rivolti a qualcos’altro, qualcosa che si dissolveva nel nulla quando non avevano più niente da dirsi.
Ma neppure da ubriaco il nonno metteva mio padre al centro dei suoi discorsi, i protagonisti erano sempre gli studenti più brillanti delle classi dove aveva insegnato. Una vera fissazione, che nella migliore delle ipotesi si poteva definire amore per il talento, altrimenti una mania per il quoziente d’intelligenza, senza un vero interesse per le persone. Il nonno idolatrava i quozienti altissimi. Quando ne incontrava uno, indipendentemente da chi fosse il genio in questione, il sangue gli ribolliva di un fervore improvviso e cadeva in preda a un’ossessione e a uno spirito di sacrificio quasi religiosi, folli, maniacali, che però, cosa ancora più incredibile, duravano a lungo senza intaccare la sua compostezza. Doveva compiere la sua missione di evangelizzatore, uscendo la mattina alle sei e rientrando a casa la sera alle undici.
Ubriaco, cominciava a sciorinare una sequela di nomi abbracciato al water. Erano i suoi pupilli. Ai nomi seguivano i posti dove lavoravano e le loro posizioni, che io non sarei mai riuscito a ricordare, mentre lui li aveva tutti stampati nella mente. Eppure era un elenco lunghissimo, che spaziava dalle università più prestigiose del mondo a istituzioni, aziende, o cariche onorarie. E naturalmente, a ogni nome associava anche il titolo: professore universitario, ricercatore, vicepresidente di provincia, vicepresidente di contea, direttore d’ufficio, presidente o amministratore delegato. Gli succedeva a volte di avere un nome sulla punta della lingua, e prima che la memoria gli si bloccasse inspirava profondamente per poi lasciarsi andare a un lungo sospiro, più misterioso, tetro e definitivo dello scarico del water.
Quando mio padre uscì dalla stanza, strinsi la mano del nonno. Sapevo che io e lui saremmo arrivati a quella chiacchierata e sapevo anche cosa mi avrebbe detto. Per quanto la morte non gli pesasse, l’affrontava anche lui con qualche rimorso. Mio padre era sempre stato la sua spina nel fianco. Era stato un buon nonno, ma non un buon padre. Ma gli era penoso parlare dei propri sensi di colpa. A essere sincero, avevo paura di quella conversazione. Cos’avrei potuto dirgli, oltre a cercare di alleviare il suo dolore? La vita di mio padre era stata distrutta dall’ambizione del nonno, questa era una verità inconfutabile. Quanto avrei voluto essere un prete!
Appariva tranquillissimo, ma la sua era una falsa calma. Aveva qualcosa da dire, si vedeva dall’espressione, ma rimaneva in silenzio. Dopo averci pensato un bel po’ capii che toccava a me cominciare. “Nonno”, gli sussurrai, “se te ne andrai, lo farai tranquillamente dal tuo letto, cosa rara di questi tempi. Sei contento?”. Il nonno sorrise, quindi mi rispose, anche lui sottovoce: “Certo, sono contento”.
“Anch’io sono contento, contento di poter chiacchierare ancora con te”, continuai. “Sai, la maggior parte di noi quando lascia questo mondo si porta dietro degli affanni, mentre tu non ne hai, non hai nessuna preoccupazione. Sei proprio fortunato”.
Dopo un lungo silenzio disse: “Sì, sono fortunato, ma anch’io ho i miei pensieri”.
Presi subito la palla al balzo: “Ah! Non sarà per via di papà, vero? Molti della sua generazione non hanno fatto l’università e lui, nonostante questo, se l’è cavata benissimo nella vita! Ormai sono passati tanti anni, non è più un problema”.
“Ho le mie colpe, in questa storia, che mi hanno fatto soffrire per tanto tempo, finché un giorno sono riuscito a liberarmene di colpo e ormai è tanto che non mi tormentano più”.
Questa non me l’aspettavo. La tensione che mi stringeva il petto si allentò e gli chiesi sorridendo: “E quando è successo?”.
“Il giorno che tuo padre è andato in pensione”, mi rispose. “Finalmente in pensione, tutti e due nella stessa identica situazione, cazzo!”.
Il nonno sembrava proprio in forma, perfino in vena di lasciarsi andare a qualche parolaccia. Mi sciolsi in un lungo sospiro di sollievo, quella era la miglior conclusione che potessi immaginare. Eppure, ora che sapevo che non avrebbe più affrontato la questione di mio padre, inaspettatamente mi si riempirono gli occhi di lacrime. Tutta la sofferenza che mi ero tenuto dentro stava scemando da sola, si stava sgonfiando, lasciandomi sereno. Mai avrei pensato che quella conversazione tanto temuta potesse trasformarsi in un momento così toccante. Posso solo dire che ero ancora troppo giovane, senza esperienza. Brutta cosa, essere meschini: ogni generazione ha i suoi momenti di amore e odio e i suoi metodi per gestirli. Il tempo poi, come si sa, fa miracoli, qualcosa spazza via qualcosa lascia, e alla fine è un po’ come la luna nella Festa di metà autunno: anche se è inafferrabile, ora crescente ora calante, ora limpida ora coperta, il giorno della festa, grazie all’intervento del Cielo, la luna sorge sempre tonda in una notte tersa, riempiendo di luce gli occhi di chi guarda e illuminando l’universo intero.
“Nonno, sai perché ti voglio così bene?”, gli chiesi.
Lui sorrise come un bambino: “Salto generazionale. Io voglio bene a te, tu a me e tuo padre è sempre stato geloso”.
“No”, ribattei scuotendo la testa, “è perché sei un grande, un uomo aperto e magnanimo, un gentiluomo. Mi mancherai, quando te ne andrai, ma non sarai mai un ricordo triste per i tuoi figli e nipoti. Evviva il nonno!”.
Come nipote ed esecutore delle ultime volontà del nonno ce l’avevo messa tutta, di più non potevo fare. Non andai più a guardare tutte quelle corone, non avrei saputo come affrontare quella lista infinita
Le mie parole lo resero felice. “Ho fatto l’insegnante per trentacinque anni, il coordinatore di classe per trentadue, il direttore per nove anni e dieci mesi, il vicepreside per sei anni e otto mesi, il preside per due anni e mezzo: adulatori ne ho avuti un bel po’, eppure la sviolinata di mio nipote mi fa molto piacere”.
Gli diedi un buffetto sulla guancia scarna e gli chiesi: “È stata di buon livello, la mia sviolinata?”.
“Ottimo livello”, confermò lui, “sei sempre stato migliore di tuo padre, tu, in tutto”.
Tirai fuori la mano da sotto le coperte: “Nonno, domani ti farò un’altra sviolinata, ma adesso… si sta facendo giorno, devo andare a lavorare”.
Nonostante la debolezza, le sue dita afferrarono strettamente le mie, tremando nello sforzo. Non sorrideva più, anzi, aveva un’espressione sofferente.
Aveva l’aria di volermi dire qualcosa ma di non riuscirci, come se si vergognasse.
“Devi dei soldi a qualcuno?”, gli chiesi. “Ci penso io”.
Chiuse gli occhi scuotendo di nuovo il capo e aggrottando le lunghe sopracciglia, tra le quali si formò un accumulo di pelle cadente.
In quel primo incontro la morte mi apparve dunque come un evento grandioso, d’incredibile prestigio. Il nonno, che per l’occasione indossava il suo primo completo all’occidentale, mi teneva per mano
La situazione si era fatta improvvisamente grave. Nonostante il sonno, riuscii a concentrarmi per considerare le varie possibilità. Pensavo solo al peggio, naturalmente, chiedendomi che infamia avesse mai potuto commettere. “Devi un favore a qualcuno?”, gli chiesi infine. Il nonno scosse ancora la testa. Non avevo indovinato, e lui ne fu deluso e si rattristò.
A quel punto, dovevo assolutamente chiarire la cosa: “Nonno dai, non puoi pretendere che indovini, come potrei riuscirci? Se non devi niente a nessuno, cos’altro c’è che non riesci proprio a dire?”.
Spalancò gli occhi, mi guardò e finalmente sembrò aver trovato il coraggio di parlare: “Dimmi, dimmi, quante corone di fiori pensi che riuscirò ad avere?”.
Cosa? Ma che discorso era quello? Non stava né in cielo né in terra! Cosa c’entravano le corone adesso?
Lui richiuse gli occhi senza rispondermi. Era così magro che con gli occhi chiusi sembrava un cadavere, ma respirava affannosamente, perché era molto turbato, profondamente afflitto.
Rimuginò a lungo con aria desolatissima, finché con un filo di voce, ma scandendo bene le parole, disse: “Il preside Rong ne ha avute 182, le ho contate due volte”.
“Avrai tutte le corone che vorrai”, gli dissi in tono scanzonato, per allentare un po’ la tensione.
“Ma non si può barare”, obiettò lui, sempre a occhi chiusi e con un’espressione strana sul volto. Poi, con il tipico tono severo dei professori, aggiunse: “La morte è una cosa seria, non si può barare”.
A quel punto aveva esaurito tutte le energie e la sua mano, poggiata sulla mia, non ebbe più la forza di stringere.
A essere sincero, avevo paura di quella conversazione. Cos’avrei potuto dirgli, oltre a cercare di alleviare il suo dolore? La vita di mio padre era stata distrutta dall’ambizione del nonno, questa era una verità inconfutabile
Non mi ricordavo proprio la faccia del compianto preside Rong, l’avevo mai visto? Non ne ero sicuro, anche se probabilmente l’avevo incontrato, perché in quel periodo al nonno piaceva portarmi di tanto in tanto nella sua scuola. Del suo funerale avevo però almeno un vago ricordo. Tutta la contea rifulgeva nella candida e funerea atmosfera di grandiosa solennità. Era la primavera del 1982, il preside Rong, che all’epoca aveva cinquantasette anni, stava tenendo una lezione integrativa di storia e quando suonò la campanella della fine dell’ora, la storia finì e lui stramazzò a terra. In una piccola città di contea dell’inizio degli anni ottanta, ai funerali non si vedevano mai più di dieci corone: 182 erano un numero esorbitante! In quel primo incontro la morte mi apparve dunque come un evento grandioso, d’incredibile prestigio. Il nonno, che per l’occasione indossava il suo primo completo all’occidentale, mi teneva per mano e andava avanti e indietro tra le ghirlande. Le contava e ricontava, e una volta accertato lo strabiliante totale, si impresse quel 182 nella mente. Allo stesso tempo fu incaricato di sostituire l’illustre defunto come nuovo preside. Quel 182, un traguardo stupefacente, da allora era diventato il sogno del nonno, lo standard ideale che per tutti quegli anni aveva accompagnato i suoi pensieri sulla morte.
“D’accordo”, lo rassicurai, “sta’ tranquillo”.
In realtà, i miei “d’accordo” e “sta’ tranquillo” erano parole vuote, dette tanto per dire. “D’accordo” su cosa? In che modo avrei potuto farlo “stare tranquillo”? A volte la vita è davvero imprevedibile e ti lascia impotente. Se il nonno fosse rimasto vigile almeno un altro po’, avremmo potuto discuterne, e invece, proprio l’indomani, dopo che l’avevo tanto rassicurato, verso mezzogiorno decise senza possibilità di replica di entrare in agonia. Prima di morire, come un ubriaco si mise a farfugliare una serie di nomi, ognuno seguito dalla lunghissima denominazione di un ente e dal ruolo che quel nome ricopriva al suo interno. Sdraiato sul letto parlava da solo, come se presiedesse una riunione grandiosa che si svolgeva solo nella sua mente e nella quale presentava i vari delegati. Una lista così lunga che non ebbe neppure il tempo di leggerla tutta, perché la sua storia arrivò alla fine.
Io non ero lì, in quel momento. Quando rientrai fu mio padre a raccontarmi tutto. “È ancora in riunione”, commentò sorridendo. In realtà mio padre, ragioniere in pensione dell’ufficio istruzione, non aveva sorriso, ma io, che sono suo figlio, lo vidi sorridere. Per descrivere un sorriso falso, in cinese diciamo “sorriso di pelle ma non di muscoli”. Mio padre, invece, non aveva mosso un lembo di pelle, ma i muscoli sì. Il fatto è che tra padri e figli non vediamo la pelle ma direttamente i muscoli, se non addirittura le ossa.
Non volevo vedere mio padre così, avevo paura di quell’espressione. Non avevo vissuto la sua storia e non potevo dire niente. Il nonno era lì sdraiato, forse poteva sentirmi, ma non potevo dirgli niente. Mi avvicinai a mio padre e l’abbracciai. Mai avrei pensato di farlo. Fu il nostro primo abbraccio, che ci trovò entrambi impacciatissimi. Lui cercò di divincolarsi, ma non ci riuscì. Era invecchiato. La seconda generazione cresce con la velocità del vento tra le braccia della prima, che a sua volta invecchia con la stessa velocità nell’abbraccio della seconda. E l’abbraccio è una cosa maledettamente meravigliosa, perché elimina lo sguardo: stretti al petto uno dell’altro, non ci si vede. Non passa neanche un filo d’aria, ottimo.
Le mie orecchie, invece, diventarono un problema. Si erano trasformate in due grandi sale deserte, una per lato, e in quel vuoto rimbombava dappertutto l’eco della voce del nonno. Mi staccai da mio padre e tornai davanti, magro e scuro in quel preludio di morte. Rimasi immobile.
Mi ritrovavo con un problema serissimo: alla fine, cosa voleva il nonno? Di corone gliene bastavano 182 o voleva battere il record? O del numero non gliene importava niente? E, questione ancor più importante, potevo “barare” o no?
Di una cosa ero certo: ormai era in pensione da molti anni, e contando solo sulla sua fama di un tempo, senza una rete organizzativa o, per meglio dire, senza qualche “trucco” della cerchia di parenti e amici, 182 corone poteva sognarsele. Inoltre la sua carriera non era stata stroncata da un avvenimento spettacolare ed eravamo ben lontani dal 1982. E soprattutto, che periodo dell’anno era? Proprio quello in cui tutti sono presi nei festeggiamenti di capodanno.
Il nonno assurse così a una gloria immensa, che non gli tolse però la sua lucidità. All’entusiasmo iniziale, infatti, subentrò improvviso il senso di colpa. Già a ottobre propose al figlio, cioè a mio padre, d’iscriversi ai corsi di recupero
Insomma, il problema non era più la morte, ma il suo simbolo, le corone di fiori.
Il nonno era ancora vivo, respirava: quante corone di fiori l’avrebbero soddisfatto? Dovevo assolutamente chiederlo a mio padre. Andai a cercarlo nella veranda e rimasi stupito nel vedere che l’aveva risistemata, trasformandola in un piccolo studio, pulito, ordinato, con una libreria alta e stretta, piena di volumi di contabilità, statistica, calcolo operazionale, marketing. Inondato di luce, lo studiolo traboccava dignità e ambizione. Mio padre era seduto al sole, immerso nella lettura. Quando sentì il rumore dei miei passi, ruotò sulla sedia girevole, si tolse gli occhiali da presbite e massaggiandosi gli occhi mi disse, in tono assertivo: “È importantissima, la matematica pura”. Gli porsi una sigaretta, che lui rifiutò alzando il palmo della mano. Me ne accesi una io, e mentre espiravo il fumo, ne approfittai per aprire la finestra. Gli dissi che era vero, ma la matematica pura richiedeva un enorme sforzo del cervello. Concordò su questo punto e, seduto sulla sedia girevole, gonfiò il petto annunciando che poiché anche il corpo deve stare al passo, in primavera avrebbe cominciato a correre.
Il nonno, il professore di fisica più famoso della contea e preside di scuola secondaria, morì il 26 dell’ultimo mese dell’anno lunare, una giornata gelida. Postai per la seconda volta un suo ultimo messaggio su Weibo, annunciando anche la sua dipartita. Aveva scritto quel messaggio prima della nostra lunga chiacchierata, una sera in cui non riusciva a dormire e mi aveva chiamato. Su Weibo era molto disinvolto: “Forse questo è il mio ultimo messaggio, ma il mio cuore è in pace. Ho studenti in ogni angolo del mondo, non provo odio né pentimenti né risentimenti o rimpianti”. Sotto il messaggio c’erano dodici commenti, di cui undici di lode e uno un po’ ambiguo della “donnicciola ignorante”, che gli augurava buon anno in tono assolutamente incolore.
Mentre inoltravo il suo messaggio, mi sentii stringere il cuore. Sui social il nonno era attivo e intraprendente, non il ritratto della compostezza.
Per andarsene non avrebbe potuto scegliere momento peggiore, e ci aveva lasciato anche pochissimo tempo. Solo il fatto che in un periodo del genere varie persone avessero comunque deciso di venire al funerale era un onore grandissimo per il defunto. A preoccuparmi non era il numero di partecipanti, ma di corone. Era la quantità di corone il mio unico cruccio: non serviva neppure contarle, altro che “numero esorbitante”, non sarebbero bastate neppure a rendere il funerale dignitoso.
Qualche giorno prima del funerale tornai a riflettere sulla vecchia questione: dovevo barare? Sarebbe stato facilissimo, come nelle vendite a catena: avrei potuto usare la mia lista di contatti chiedendo a ciascuno di mobilitare la sua. Ma era assurdo, comunque avessi organizzato la cosa, non avrebbe funzionato. Il nonno mi aveva amato inutilmente, pensai all’improvviso, e quest’idea mi angosciò. “D’accordo”, gli avevo detto: d’accordo un cazzo! “Sta’ tranquillo” ’sto cazzo! Erano state solo delle sparate da idiota!
“Papà, come mai?”, mi chiese mia figlia. “Perché ci sono così poche corone di fiori?”.
Agguantai il portafoglio, mi precipitai all’ufficio delle pompe funebri dove si affittavano le corone di fiori e mi feci dare carta, pennello e inchiostro. Mi sforzai disperatamente di tornare con la mente a quelle sere in cui il nonno era ubriaco fradicio. Impossibile ricordare tutti i nomi di persone, enti e posizioni che sciorinava, ma il senso c’era:
Le più sentite condoglianze, Luo Shaolin, vicedirettore del centro di studi linguistici orientali dell’università di Cambridge.
La tranquillità che mostrava davanti alla morte non era cosa da tutti, era quella di un uomo che aveva vissuto sotto lo stesso tetto con molte generazioni
Le più sentite condoglianze, Mao Kaimin, ricercatore dell’istituto di fisica dell’alta energia, università di Stanford.
Le più sentite condoglianze, Professor Chu Yang, dipartimento di chimica, università Tsinghua.
Le più sentite condoglianze, Shi Jianfeng,
professore ordinario, gruppo di studio Kgr,
università Tsinghua.
Le più sentite condoglianze, Ma Yongchang, vicedirettore della scuola di educazione permanente dell’università di Pechino.
Le più sentite condoglianze, Zhu Liang, direttore del gruppo di studio sui problemi del Nordafrica.
Le più sentite condoglianze, Wang Ronghui, direttore dell’istituto di ricerca geologica della scuola per lo sviluppo del carbone del Xinjiang.
Le più sentite condoglianze, Liu Zhongchang, responsabile della stazione di ricerca scientifica del distretto di Nansha.
Le più sentite condoglianze, professor Shi Fang, sezione di portoghese dell’università di lingue straniere e commercio estero di Canton.
Erano solo previsioni meteorologiche, ma nella mia famiglia risuonarono come una sentenza di morte: mio padre non parlava più e mio nonno neppure
Le più sentite condoglianze, Gao Qunxing, direttore della sezione finanziaria del comitato di sviluppo e riforma della provincia del Gansu.
Le più sentite condoglianze, Yu Fen, responsabile dell’ufficio per le risorse idriche della provincia autonoma del Ningxia.
Le più sentite condoglianze, Zhao Mianqin, rettore vicario dell’università di scienze forestali della provincia dello Shanxi.
Le più sentite condoglianze, Li Hao, responsabile dell’ufficio Spirito del Jinggangshan della provincia del Jiangxi.
Le più sentite condoglianze, Wang Youshan, vicecapo della brigata di gestione urbana della città di Chongqing.
Le più sentite condoglianze, An Ruqiu, presidente del consiglio di amministrazione della società di sistemi antincendio di Nanchino.
Le più sentite condoglianze, Bai Jiaxiong, amministratore delegato della società Industrie
Zhongkai.
Scrissi tutto d’un fiato per due ore di fila, senza nessuna tristezza. Quando mi fermai, non contai quante dediche funebri avevo fatto, non volevo sapere il numero esatto, i numeri sono sempre pericolosi. Come nipote ed esecutore delle ultime volontà del nonno ce l’avevo messa tutta, di più non potevo fare. Non andai più a guardare tutte quelle corone, non avrei saputo come affrontare quella lista infinita di nomi, enti e posizioni a me del tutto sconosciuti. Il mondo è qui, caro nonno, i tuoi studenti sono davvero sparsi ovunque e questa non è una finzione.
Invece di offrirgli una corona, mio padre gli dedicò una coppia di distici funerari scritti di suo pugno su due strisce di carta. Sapevo cosa avrebbe scritto, frasi fatte: “Solo quando il baco di primavera muore, s’esauriscono i fili di seta, solo quando la candela si è consumata, inaridiscono le sue lacrime”.
Rimase tutto il tempo accanto alla salma del nonno, ma senza mai guardarlo nemmeno per un secondo. Le labbra serrate e il capo leggermente alzato, il suo sguardo si posò sulla striscia di carta con il primo dei due versi e poi sull’altra. Non vere lacrime, ma ora ch’era invecchiato, aveva un riflesso negli occhi lucidi, brillante come un’illuminazione. ◆
La tranquillità che mostrava davanti alla morte non era cosa da tutti, era quella di un uomo che aveva vissuto sotto lo stesso tetto con molte generazioni
_Il nonno assurse così a una gloria immensa, che non gli tolse però la sua lucidità. All’entusiasmo iniziale, infatti, subentrò improvviso il senso di colpa. Già a ottobre propose al figlio, cioè a mio padre, d’iscriversi ai corsi di recupero _
A essere sincero, avevo paura di quella conversazione. Cos’avrei potuto dirgli, oltre a cercare di alleviare il suo dolore? La vita di mio padre era stata distrutta dall’ambizione del nonno, questa era una verità inconfutabile
In quel primo incontro la morte mi apparve dunque come un evento grandioso, d’incredibile prestigio. Il nonno, che per l’occasione indossava il suo primo completo all’occidentale, mi teneva per mano
Come nipote ed esecutore delle ultime volontà del nonno ce l’avevo messa tutta, di più non potevo fare. Non andai più a guardare tutte quelle corone, non avrei saputo come affrontare quella lista infinita
“Va bene”, gli risposi. “E anche dopodomani”, continuò lui. “D’accordo”. Sorrise. In realtà non lo vedevo, ma percepivo che il suo viso era illuminato da un sorriso rivolto a niente e a nessuno. Tipico segno del ritorno all’infanzia. Tornammo ai bagni per quattro giorni di fila, ma il quinto, proprio la volta che avevo staccato prima dal lavoro per accompagnarlo, il nonno mi disse che non voleva andarci. Con gli occhi mi fece cenno di sedermi e mi chiese di promettergli che non l’avrei portato all’ospedale. “Meglio a casa”, dichiarò. Da quelle parole così esplicite si capiva che aveva già pensato a tutto. Glielo promisi con una certa serenità, perché anche lui era sereno. La tranquillità che mostrava davanti alla morte non era cosa da tutti, era quella di un uomo che aveva vissuto sotto lo stesso tetto con molte generazioni. Il cellulare mi svegliò alle quattro di notte. Era mio padre. Quando vidi il suo numero capii subito che il nonno, il più celebre professore di fisica e preside di scuola secondaria della nostra cittadina, se n’era andato. Neanche il tempo di addolorarmi e mi precipitai a svegliare mia figlia: sbrigati, il nonno non c’è più. Ma non era morto, anzi stava benone. E quando mi vide arrivare con la bambina si arrabbiò. Per colpa di quella lunga malattia, la sua irritazione si manifestava come un dolore fisico, o per meglio dire, con l’espressione di chi sopporta un dolore fisico. “Perché hai portato anche lei, con questo freddo?”, mi chiese. Ridacchiai: “Per quella faccenda, perché pensavo ti fosse successa quella cosa”. “Non è ancora arrivata l’ora”, replicò lui. Sistemai mia figlia nel letto della nonna e tornai da lui. Le sue mani si muovevano sotto le coperte, io ci infilai la mia e gli strinsi le dita ossute. Lui rimase impassibile, senza nessuna reazione, continuando però a muovere le dita, come se volesse parlare ma si trattenesse. A quel punto mi resi conto che la sua morte era davvero vicina e che mi voleva confidare qualcosa. A mio padre, che fino a quel momento era rimasto lì in silenzio, non sfuggiva mai niente, e infatti uscì dalla stanza. È strana, la mia famiglia, perché mio padre è sempre stato quello superfluo, e se n’era reso conto anche in quell’occasione. Guardandolo uscire, il nonno tossì un paio di volte. Era una tosse, capii subito, ben poco naturale, indicava che voleva dire qualcosa ma non sapeva da che parte cominciare. A rigore, la fama di cui godeva il nonno nella nostra cittadina derivava da mio padre, come pure la sua nomina a preside. Figlio di un professore di fisica, mio padre in teoria aveva ottime possibilità di essere ammesso all’università, ma in quel periodo il nonno era coordinatore di classe e dedicava tutto il suo tempo agli studenti. Usciva di casa alle sei di mattina e rientrava alle undici di sera tutti i giorni, prodigandosi in ogni modo per quei cinquantasette alunni. Il risultato dell’esame fu crudele. Mio padre, che studiava in un’altra scuola superiore, fu bocciato, mentre trentuno dei cinquantasette studenti del nonno passarono: un numero astronomico, un “successo epocale”, come quelli del Grande balzo, che di colpo trasformò il nonno in una leggenda nella nostra cittadina. A settembre la notizia arrivò al capoluogo di provincia, e il giornale locale gli dedicò un articolo lunghissimo, un paginone intero con tanto di foto ritratto. Il titolo, in neretto a caratteri cubitali, era spaventosamente suggestivo: “Solo quando il baco di primavera muore, s’esauriscono i fili di seta”. Il nonno assurse così a una gloria immensa, che non gli tolse però la sua lucidità. All’entusiasmo iniziale, infatti, subentrò improvviso il senso di colpa. Già a ottobre propose al figlio, cioè a mio padre, d’iscriversi ai corsi di recupero. Se avesse studiato sodo per un anno, gli diceva, magari avrebbe ottenuto un punteggio sufficiente per entrare in qualche università prestigiosa, altrimenti poteva sempre iscriversi a un’università comune o, se l’avessero rifiutato anche lì, a un istituto professionale di alto livello, o ancora a una scuola di specializzazione di livello medio. Il nonno aveva ragione, mio padre non era particolarmente portato per lo studio, bastava che superasse quell’esame, comunque andasse. Ma non aveva considerato una cosa: la sensibilità del figlio. Quell’articolo di giornale sul baco che fila fino alla morte per mio padre era stato una batosta che gli aveva azzerato l’autostima, perché tutto quel clamore attorno al nonno dipendeva in fin dei conti dal fatto che trentuno dei suoi studenti avevano superato l’esame, mentre suo figlio era stato bocciato. Bene, ora tutta la provincia sapeva, tutto il paese sapeva. Mentre fissava il giornale, mio padre sembrava un filo di erba cipollina marcio, flaccido e soffocato dal proprio fetore. Non volle saperne del suggerimento del “baco da seta”, al quale rispose, con lo sguardo sulla punta dei piedi: “Non preoccuparti per me”. Era profondamente offeso. Offendersi è la reazione di chi si sente inferiore, ma lui aveva sbagliato bersaglio: mostrarsi offeso con il nonno non avrebbe mai funzionato. Le scuole riaprirono e il nonno, che aveva ricominciato a uscire alle sei di mattina e tornare alle undici di sera, non era certo nell’umore di trastullarsi col figlio in insulsi giochetti psicologici. La guerra fredda tra i due durò un paio di mesi, anche se, a dire il vero, più che una guerra fredda fu una guerra unilaterale di mio padre, che disputò, per usare un’immagine, una partita di ping-pong contro il muro. D’altra parte mio padre dimostrò di non essere un agnellino e imitando la calligrafia del nonno scrisse una lettera al direttore dell’ufficio scolastico, chiedendogli di trovare una sistemazione al “figlio” nell’ufficio cultura e istruzione della contea. Il tono, umile ma con il piglio persuasivo dell’uomo integerrimo, era tale e quale a quello del nonno. Si era preoccupato anche troppo, mio padre: che bisogno c’era di imitare la sua calligrafia? Il direttore non l’aveva mai vista. Però è vero che il nonno in quel periodo era la stella più fulgida della città e, si sa, le star sono sempre seguite da voci e notizie. Su di lui, infatti, circolavano già due ipotesi: che sarebbe stato “molto probabilmente trasferito a livello provinciale”, e che “con altrettanta probabilità sarebbe diventato vicepresidente della contea con delega alla cultura e all’istruzione”. A quel punto fu lo stesso direttore a cercare mio padre e voler sistemare la sua faccenda, il tutto con un’aria deferente quasi volesse accattivarsi i suoi favori. Conservò anche la lettera autografa del nonno, pensando che poteva tornargli utile in futuro. Fu così che mio padre entrò nell’ufficio istruzione della contea e lì, a quella sedia giallognola, rimase incollato fino alla pensione. Non esagero, è la verità: un mese dopo, quando venne a sapere del nuovo lavoro del figlio, il nonno si precipitò a passetti concitati nel suo ufficio e da quel corpicino scheletrico fece esplodere una rabbia violenta come una tempesta. Ordinò a mio padre di tornare subito a casa: “Vai a frequentare i corsi di recupero! Fai l’esame di ammissione all’università!”. Mio padre si spaventò al punto da farsela sotto. Timido e pauroso com’era, aveva però una caratteristica peculiare: anziché tremare, quando era in preda al terrore serrava le labbra e alzava la testa scandagliando il soffitto con lo sguardo, tipo protagonista di un film rivoluzionario. Ha sempre reagito così, tutta la vita. Intanto il direttore dell’ufficio, che non poteva non sentire il putiferio scatenato dal nonno, spuntò con i suoi modi da piccolo funzionario untuoso a sedare gli animi. “L’ufficio istruzione è un ottimo posto”, disse al nonno, “è pur sempre un organo governativo, e non è facile entrarci neppure con la laurea”. Il nonno, che era all’oscuro del retroscena, puntò l’indice della mano destra contro il naso del direttore e lo liquidò con due parole: “Miope e ignorante!”. Un anno dopo il nonno fu nominato preside, mentre al direttore si presentò finalmente l’opportunità di diventare vicepresidente di contea con delega alla cultura e all’istruzione. Il nonno, che sentiva ancora bruciare il senso di colpa e la ferita insanabile della rinuncia del figlio agli studi, davanti ai membri del dipartimento organizzativo che assegnava gli incarichi pronunciò solo due parole, con una calma e una compostezza assolute: miope e ignorante. Ecco chi era mio nonno, la sua grandezza stava proprio in quella compostezza. Per il direttore dell’ufficio istruzione, perdere per un soffio la promozione fu un’enorme delusione da ingoiare in silenzio, che lo indusse a riversare tutta la sua rabbia su mio padre. Per il nonno, mio padre era sempre stato una spina nel fianco, una fastidiosa escrescenza dura che albergava nel suo intimo. Me ne resi conto durante la festa per la mia ammissione all’università, quando il nonno, felicissimo, si ubriacò. Mentre vomitava con me accanto che lo accudivo, mi afferrò la mano. Fu la prima volta che lo vidi piangere. Inginocchiato davanti alla tazza del gabinetto, continuava a ripetere “scusami” e mi ci volle un bello sforzo mentale per rendermi conto che stava sbagliando, che aveva scambiato me, suo nipote, per suo figlio. Si ubriacava di rado, ma quando succedeva il rituale era sempre lo stesso: s’inginocchiava davanti al water e non faceva che chiedergli scusa. Un vomito di scuse che non era servito a salvare il rapporto tra padre e figlio: negli anni non si erano quasi mai guardati in faccia neppure quando chiacchieravano, come se ciascuno parlasse per conto proprio. I loro non erano dialoghi, ma due monologhi rivolti a qualcos’altro, qualcosa che si dissolveva nel nulla quando non avevano più niente da dirsi. Ma neppure da ubriaco il nonno metteva mio padre al centro dei suoi discorsi, i protagonisti erano sempre gli studenti più brillanti delle classi dove aveva insegnato. Una vera fissazione, che nella migliore delle ipotesi si poteva definire amore per il talento, altrimenti una mania per il quoziente d’intelligenza, senza un vero interesse per le persone. Il nonno idolatrava i quozienti altissimi. Quando ne incontrava uno, indipendentemente da chi fosse il genio in questione, il sangue gli ribolliva di un fervore improvviso e cadeva in preda a un’ossessione e a uno spirito di sacrificio quasi religiosi, folli, maniacali, che però, cosa ancora più incredibile, duravano a lungo senza intaccare la sua compostezza. Doveva compiere la sua missione di evangelizzatore, uscendo la mattina alle sei e rientrando a casa la sera alle undici. Ubriaco, cominciava a sciorinare una sequela di nomi abbracciato al water. Erano i suoi pupilli. Ai nomi seguivano i posti dove lavoravano e le loro posizioni, che io non sarei mai riuscito a ricordare, mentre lui li aveva tutti stampati nella mente. Eppure era un elenco lunghissimo, che spaziava dalle università più prestigiose del mondo a istituzioni, aziende, o cariche onorarie. E naturalmente, a ogni nome associava anche il titolo: professore universitario, ricercatore, vicepresidente di provincia, vicepresidente di contea, direttore d’ufficio, presidente o amministratore delegato. Gli succedeva a volte di avere un nome sulla punta della lingua, e prima che la memoria gli si bloccasse inspirava profondamente per poi lasciarsi andare a un lungo sospiro, più misterioso, tetro e definitivo dello scarico del water. Quando mio padre uscì dalla stanza, strinsi la mano del nonno. Sapevo che io e lui saremmo arrivati a quella chiacchierata e sapevo anche cosa mi avrebbe detto. Per quanto la morte non gli pesasse, l’affrontava anche lui con qualche rimorso. Mio padre era sempre stato la sua spina nel fianco. Era stato un buon nonno, ma non un buon padre. Ma gli era penoso parlare dei propri sensi di colpa. A essere sincero, avevo paura di quella conversazione. Cos’avrei potuto dirgli, oltre a cercare di alleviare il suo dolore? La vita di mio padre era stata distrutta dall’ambizione del nonno, questa era una verità inconfutabile. Quanto avrei voluto essere un prete! Appariva tranquillissimo, ma la sua era una falsa calma. Aveva qualcosa da dire, si vedeva dall’espressione, ma rimaneva in silenzio. Dopo averci pensato un bel po’ capii che toccava a me cominciare. “Nonno”, gli sussurrai, “se te ne andrai, lo farai tranquillamente dal tuo letto, cosa rara di questi tempi. Sei contento?”. Il nonno sorrise, quindi mi rispose, anche lui sottovoce: “Certo, sono contento”. “Anch’io sono contento, contento di poter chiacchierare ancora con te”, continuai. “Sai, la maggior parte di noi quando lascia questo mondo si porta dietro degli affanni, mentre tu non ne hai, non hai nessuna preoccupazione. Sei proprio fortunato”. Dopo un lungo silenzio disse: “Sì, sono fortunato, ma anch’io ho i miei pensieri”. Presi subito la palla al balzo: “Ah! Non sarà per via di papà, vero? Molti della sua generazione non hanno fatto l’università e lui, nonostante questo, se l’è cavata benissimo nella vita! Ormai sono passati tanti anni, non è più un problema”. “Ho le mie colpe, in questa storia, che mi hanno fatto soffrire per tanto tempo, finché un giorno sono riuscito a liberarmene di colpo e ormai è tanto che non mi tormentano più”. Questa non me l’aspettavo. La tensione che mi stringeva il petto si allentò e gli chiesi sorridendo: “E quando è successo?”. “Il giorno che tuo padre è andato in pensione”, mi rispose. “Finalmente in pensione, tutti e due nella stessa identica situazione, cazzo!”. Il nonno sembrava proprio in forma, perfino in vena di lasciarsi andare a qualche parolaccia. Mi sciolsi in un lungo sospiro di sollievo, quella era la miglior conclusione che potessi immaginare. Eppure, ora che sapevo che non avrebbe più affrontato la questione di mio padre, inaspettatamente mi si riempirono gli occhi di lacrime. Tutta la sofferenza che mi ero tenuto dentro stava scemando da sola, si stava sgonfiando, lasciandomi sereno. Mai avrei pensato che quella conversazione tanto temuta potesse trasformarsi in un momento così toccante. Posso solo dire che ero ancora troppo giovane, senza esperienza. Brutta cosa, essere meschini: ogni generazione ha i suoi momenti di amore e odio e i suoi metodi per gestirli. Il tempo poi, come si sa, fa miracoli, qualcosa spazza via qualcosa lascia, e alla fine è un po’ come la luna nella Festa di metà autunno: anche se è inafferrabile, ora crescente ora calante, ora limpida ora coperta, il giorno della festa, grazie all’intervento del Cielo, la luna sorge sempre tonda in una notte tersa, riempiendo di luce gli occhi di chi guarda e illuminando l’universo intero. “Nonno, sai perché ti voglio così bene?”, gli chiesi. Lui sorrise come un bambino: “Salto generazionale. Io voglio bene a te, tu a me e tuo padre è sempre stato geloso”. “No”, ribattei scuotendo la testa, “è perché sei un grande, un uomo aperto e magnanimo, un gentiluomo. Mi mancherai, quando te ne andrai, ma non sarai mai un ricordo triste per i tuoi figli e nipoti. Evviva il nonno!”. Le mie parole lo resero felice. “Ho fatto l’insegnante per trentacinque anni, il coordinatore di classe per trentadue, il direttore per nove anni e dieci mesi, il vicepreside per sei anni e otto mesi, il preside per due anni e mezzo: adulatori ne ho avuti un bel po’, eppure la sviolinata di mio nipote mi fa molto piacere”. Gli diedi un buffetto sulla guancia scarna e gli chiesi: “È stata di buon livello, la mia sviolinata?”. “Ottimo livello”, confermò lui, “sei sempre stato migliore di tuo padre, tu, in tutto”. Tirai fuori la mano da sotto le coperte: “Nonno, domani ti farò un’altra sviolinata, ma adesso… si sta facendo giorno, devo andare a lavorare”. Nonostante la debolezza, le sue dita afferrarono strettamente le mie, tremando nello sforzo. Non sorrideva più, anzi, aveva un’espressione sofferente. “Ti fa male da qualche parte?”, gli chiesi. Scosse la testa, aggiungendo anche un “no”. Aveva l’aria di volermi dire qualcosa ma di non riuscirci, come se si vergognasse. “Devi dei soldi a qualcuno?”, gli chiesi. “Ci penso io”. Chiuse gli occhi scuotendo di nuovo il capo e aggrottando le lunghe sopracciglia, tra le quali si formò un accumulo di pelle cadente. La situazione si era fatta improvvisamente grave. Nonostante il sonno, riuscii a concentrarmi per considerare le varie possibilità. Pensavo solo al peggio, naturalmente, chiedendomi che infamia avesse mai potuto commettere. “Devi un favore a qualcuno?”, gli chiesi infine. Il nonno scosse ancora la testa. Non avevo indovinato, e lui ne fu deluso e si rattristò. A quel punto, dovevo assolutamente chiarire la cosa: “Nonno dai, non puoi pretendere che indovini, come potrei riuscirci? Se non devi niente a nessuno, cos’altro c’è che non riesci proprio a dire?”. Spalancò gli occhi, mi guardò e finalmente sembrò aver trovato il coraggio di parlare: “Dimmi, dimmi, quante corone di fiori pensi che riuscirò ad avere?”. Cosa? Ma che discorso era quello? Non stava né in cielo né in terra! Cosa c’entravano le corone adesso? “Tu quante ne vorresti?”, gli chiesi. Lui richiuse gli occhi senza rispondermi. Era così magro che con gli occhi chiusi sembrava un cadavere, ma respirava affannosamente, perché era molto turbato, profondamente afflitto. Rimuginò a lungo con aria desolatissima, finché con un filo di voce, ma scandendo bene le parole, disse: “Il preside Rong ne ha avute 182, le ho contate due volte”. “Avrai tutte le corone che vorrai”, gli dissi in tono scanzonato, per allentare un po’ la tensione. “Ma non si può barare”, obiettò lui, sempre a occhi chiusi e con un’espressione strana sul volto. Poi, con il tipico tono severo dei professori, aggiunse: “La morte è una cosa seria, non si può barare”. A quel punto aveva esaurito tutte le energie e la sua mano, poggiata sulla mia, non ebbe più la forza di stringere. Non mi ricordavo proprio la faccia del compianto preside Rong, l’avevo mai visto? Non ne ero sicuro, anche se probabilmente l’avevo incontrato, perché in quel periodo al nonno piaceva portarmi di tanto in tanto nella sua scuola. Del suo funerale avevo però almeno un vago ricordo. Tutta la contea rifulgeva nella candida e funerea atmosfera di grandiosa solennità. Era la primavera del 1982, il preside Rong, che all’epoca aveva cinquantasette anni, stava tenendo una lezione integrativa di storia e quando suonò la campanella della fine dell’ora, la storia finì e lui stramazzò a terra. In una piccola città di contea dell’inizio degli anni ottanta, ai funerali non si vedevano mai più di dieci corone: 182 erano un numero esorbitante! In quel primo incontro la morte mi apparve dunque come un evento grandioso, d’incredibile prestigio. Il nonno, che per l’occasione indossava il suo primo completo all’occidentale, mi teneva per mano e andava avanti e indietro tra le ghirlande. Le contava e ricontava, e una volta accertato lo strabiliante totale, si impresse quel 182 nella mente. Allo stesso tempo fu incaricato di sostituire l’illustre defunto come nuovo preside. Quel 182, un traguardo stupefacente, da allora era diventato il sogno del nonno, lo standard ideale che per tutti quegli anni aveva accompagnato i suoi pensieri sulla morte. “D’accordo”, lo rassicurai, “sta’ tranquillo”. In realtà, i miei “d’accordo” e “sta’ tranquillo” erano parole vuote, dette tanto per dire. “D’accordo” su cosa? In che modo avrei potuto farlo “stare tranquillo”? A volte la vita è davvero imprevedibile e ti lascia impotente. Se il nonno fosse rimasto vigile almeno un altro po’, avremmo potuto discuterne, e invece, proprio l’indomani, dopo che l’avevo tanto rassicurato, verso mezzogiorno decise senza possibilità di replica di entrare in agonia. Prima di morire, come un ubriaco si mise a farfugliare una serie di nomi, ognuno seguito dalla lunghissima denominazione di un ente e dal ruolo che quel nome ricopriva al suo interno. Sdraiato sul letto parlava da solo, come se presiedesse una riunione grandiosa che si svolgeva solo nella sua mente e nella quale presentava i vari delegati. Una lista così lunga che non ebbe neppure il tempo di leggerla tutta, perché la sua storia arrivò alla fine. Io non ero lì, in quel momento. Quando rientrai fu mio padre a raccontarmi tutto. “È ancora in riunione”, commentò sorridendo. In realtà mio padre, ragioniere in pensione dell’ufficio istruzione, non aveva sorriso, ma io, che sono suo figlio, lo vidi sorridere. Per descrivere un sorriso falso, in cinese diciamo “sorriso di pelle ma non di muscoli”. Mio padre, invece, non aveva mosso un lembo di pelle, ma i muscoli sì. Il fatto è che tra padri e figli non vediamo la pelle ma direttamente i muscoli, se non addirittura le ossa. Non volevo vedere mio padre così, avevo paura di quell’espressione. Non avevo vissuto la sua storia e non potevo dire niente. Il nonno era lì sdraiato, forse poteva sentirmi, ma non potevo dirgli niente. Mi avvicinai a mio padre e l’abbracciai. Mai avrei pensato di farlo. Fu il nostro primo abbraccio, che ci trovò entrambi impacciatissimi. Lui cercò di divincolarsi, ma non ci riuscì. Era invecchiato. La seconda generazione cresce con la velocità del vento tra le braccia della prima, che a sua volta invecchia con la stessa velocità nell’abbraccio della seconda. E l’abbraccio è una cosa maledettamente meravigliosa, perché elimina lo sguardo: stretti al petto uno dell’altro, non ci si vede. Non passa neanche un filo d’aria, ottimo. Le mie orecchie, invece, diventarono un problema. Si erano trasformate in due grandi sale deserte, una per lato, e in quel vuoto rimbombava dappertutto l’eco della voce del nonno. Mi staccai da mio padre e tornai davanti, magro e scuro in quel preludio di morte. Rimasi immobile. Mi ritrovavo con un problema serissimo: alla fine, cosa voleva il nonno? Di corone gliene bastavano 182 o voleva battere il record? O del numero non gliene importava niente? E, questione ancor più importante, potevo “barare” o no? Di una cosa ero certo: ormai era in pensione da molti anni, e contando solo sulla sua fama di un tempo, senza una rete organizzativa o, per meglio dire, senza qualche “trucco” della cerchia di parenti e amici, 182 corone poteva sognarsele. Inoltre la sua carriera non era stata stroncata da un avvenimento spettacolare ed eravamo ben lontani dal 1982. E soprattutto, che periodo dell’anno era? Proprio quello in cui tutti sono presi nei festeggiamenti di capodanno. Insomma, il problema non era più la morte, ma il suo simbolo, le corone di fiori. Il nonno era ancora vivo, respirava: quante corone di fiori l’avrebbero soddisfatto? Dovevo assolutamente chiederlo a mio padre. Andai a cercarlo nella veranda e rimasi stupito nel vedere che l’aveva risistemata, trasformandola in un piccolo studio, pulito, ordinato, con una libreria alta e stretta, piena di volumi di contabilità, statistica, calcolo operazionale, marketing. Inondato di luce, lo studiolo traboccava dignità e ambizione. Mio padre era seduto al sole, immerso nella lettura. Quando sentì il rumore dei miei passi, ruotò sulla sedia girevole, si tolse gli occhiali da presbite e massaggiandosi gli occhi mi disse, in tono assertivo: “È importantissima, la matematica pura”. Gli porsi una sigaretta, che lui rifiutò alzando il palmo della mano. Me ne accesi una io, e mentre espiravo il fumo, ne approfittai per aprire la finestra. Gli dissi che era vero, ma la matematica pura richiedeva un enorme sforzo del cervello. Concordò su questo punto e, seduto sulla sedia girevole, gonfiò il petto annunciando che poiché anche il corpo deve stare al passo, in primavera avrebbe cominciato a correre. Il nonno, il professore di fisica più famoso della contea e preside di scuola secondaria, morì il 26 dell’ultimo mese dell’anno lunare, una giornata gelida. Postai per la seconda volta un suo ultimo messaggio su Weibo, annunciando anche la sua dipartita. Aveva scritto quel messaggio prima della nostra lunga chiacchierata, una sera in cui non riusciva a dormire e mi aveva chiamato. Su Weibo era molto disinvolto: “Forse questo è il mio ultimo messaggio, ma il mio cuore è in pace. Ho studenti in ogni angolo del mondo, non provo odio né pentimenti né risentimenti o rimpianti”. Sotto il messaggio c’erano dodici commenti, di cui undici di lode e uno un po’ ambiguo della “donnicciola ignorante”, che gli augurava buon anno in tono assolutamente incolore. Il nonno aveva 1.139 contatti. Mentre inoltravo il suo messaggio, mi sentii stringere il cuore. Sui social il nonno era attivo e intraprendente, non il ritratto della compostezza. Per andarsene non avrebbe potuto scegliere momento peggiore, e ci aveva lasciato anche pochissimo tempo. Solo il fatto che in un periodo del genere varie persone avessero comunque deciso di venire al funerale era un onore grandissimo per il defunto. A preoccuparmi non era il numero di partecipanti, ma di corone. Era la quantità di corone il mio unico cruccio: non serviva neppure contarle, altro che “numero esorbitante”, non sarebbero bastate neppure a rendere il funerale dignitoso. Qualche giorno prima del funerale tornai a riflettere sulla vecchia questione: dovevo barare? Sarebbe stato facilissimo, come nelle vendite a catena: avrei potuto usare la mia lista di contatti chiedendo a ciascuno di mobilitare la sua. Ma era assurdo, comunque avessi organizzato la cosa, non avrebbe funzionato. Il nonno mi aveva amato inutilmente, pensai all’improvviso, e quest’idea mi angosciò. “D’accordo”, gli avevo detto: d’accordo un cazzo! “Sta’ tranquillo” ’sto cazzo! Erano state solo delle sparate da idiota! “Papà, come mai?”, mi chiese mia figlia. “Perché ci sono così poche corone di fiori?”. Agguantai il portafoglio, mi precipitai all’ufficio delle pompe funebri dove si affittavano le corone di fiori e mi feci dare carta, pennello e inchiostro. Mi sforzai disperatamente di tornare con la mente a quelle sere in cui il nonno era ubriaco fradicio. Impossibile ricordare tutti i nomi di persone, enti e posizioni che sciorinava, ma il senso c’era: Le più sentite condoglianze, Luo Shaolin, vicedirettore del centro di studi linguistici orientali dell’università di Cambridge. Le più sentite condoglianze, Mao Kaimin, ricercatore dell’istituto di fisica dell’alta energia, università di Stanford. Le più sentite condoglianze, Professor Chu Yang, dipartimento di chimica, università Tsinghua. Le più sentite condoglianze, Shi Jianfeng, professore ordinario, gruppo di studio Kgr, università Tsinghua. Le più sentite condoglianze, Ma Yongchang, vicedirettore della scuola di educazione permanente dell’università di Pechino. Le più sentite condoglianze, Zhu Liang, direttore del gruppo di studio sui problemi del Nordafrica. Le più sentite condoglianze, Wang Ronghui, direttore dell’istituto di ricerca geologica della scuola per lo sviluppo del carbone del Xinjiang. Le più sentite condoglianze, Liu Zhongchang, responsabile della stazione di ricerca scientifica del distretto di Nansha. Le più sentite condoglianze, professor Shi Fang, sezione di portoghese dell’università di lingue straniere e commercio estero di Canton. Le più sentite condoglianze, Gao Qunxing, direttore della sezione finanziaria del comitato di sviluppo e riforma della provincia del Gansu. Le più sentite condoglianze, Yu Fen, responsabile dell’ufficio per le risorse idriche della provincia autonoma del Ningxia. Le più sentite condoglianze, Zhao Mianqin, rettore vicario dell’università di scienze forestali della provincia dello Shanxi. Le più sentite condoglianze, Li Hao, responsabile dell’ufficio Spirito del Jinggangshan della provincia del Jiangxi. Le più sentite condoglianze, Wang Youshan, vicecapo della brigata di gestione urbana della città di Chongqing. Le più sentite condoglianze, An Ruqiu, presidente del consiglio di amministrazione della società di sistemi antincendio di Nanchino. Le più sentite condoglianze, Bai Jiaxiong, amministratore delegato della società Industrie Zhongkai. Scrissi tutto d’un fiato per due ore di fila, senza nessuna tristezza. Quando mi fermai, non contai quante dediche funebri avevo fatto, non volevo sapere il numero esatto, i numeri sono sempre pericolosi. Come nipote ed esecutore delle ultime volontà del nonno ce l’avevo messa tutta, di più non potevo fare. Non andai più a guardare tutte quelle corone, non avrei saputo come affrontare quella lista infinita di nomi, enti e posizioni a me del tutto sconosciuti. Il mondo è qui, caro nonno, i tuoi studenti sono davvero sparsi ovunque e questa non è una finzione. Invece di offrirgli una corona, mio padre gli dedicò una coppia di distici funerari scritti di suo pugno su due strisce di carta. Sapevo cosa avrebbe scritto, frasi fatte: “Solo quando il baco di primavera muore, s’esauriscono i fili di seta, solo quando la candela si è consumata, inaridiscono le sue lacrime”. Rimase tutto il tempo accanto alla salma del nonno, ma senza mai guardarlo nemmeno per un secondo. Le labbra serrate e il capo leggermente alzato, il suo sguardo si posò sulla striscia di carta con il primo dei due versi e poi sull’altra. Non vere lacrime, ma ora ch’era invecchiato, aveva un riflesso negli occhi lucidi, brillante come un’illuminazione.
**Bi Feiyu ** è nato nel 1964 nella provincia del Jiangsu e vive e lavora a Nanchino. Ha scritto racconti, novelle e romanzi di grande successo in Cina e pubblicati in molti paesi. Il film
La triade di Shanghai (1995) di Zhang Yimou è tratto dal suo romanzo breve Shanghai wangshi . In Italia ha pubblicato
I maestri di tuina (Sellerio 2012). Il titolo originale di questo racconto è Xuni (Finzione). La traduzione è di Maria Gottardo e Monica Morzenti.
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Questo articolo è uscito sul numero 1390 di Internazionale, a pagina 24. Compra questo numero | Abbonati