Il confine che separa l’India dal Pakistan è costellato da una lunga schiera di 50mila pali imponenti su cui sono montati 150mila fari che di notte creano un bagliore visibile addirittura dallo spazio. Attraversando le città sul lato indiano del confine è difficile dire, anche alla luce del giorno, dove finisca una e cominci l’altra. Lungo i morbidi pendii dei campi di grano si snodano strade sterrate senza nome, dove alcuni uomini trascorrono i loro pomeriggi seduti su panche di corda intrecciata, scrutando i passanti.

Dutarawali, proprio accanto all’autostrada, è leggermente diversa: qui le case sono grandi e hanno ampi cortili. Una delle abitazioni – su tre piani, dipinta di bianco con dettagli rossi – ha un muro di cinta alto due metri sormontato da filo spinato e quattro telecamere di sorveglianza che si affacciano sulla strada. Il simbolo dell’Om è inciso sulla porta in ferro marrone, senza targhetta con il nome. È la casa di Lawrence Bishnoi, che oggi, a 33 anni, è il gangster più famigerato dell’India.

Nell’ottobre 2024 i componenti della sua banda hanno compiuto uno degli omicidi più eclatanti nella memoria recente del paese: hanno ucciso Baba Siddique, un veterano della politica indiana, lasciandolo in una pozza di sangue accanto alla sua auto in un quartiere benestante di Mumbai. Poco tempo dopo a Bishnoi sono stati attribuiti una serie di altri omicidi e tentati omicidi in Canada. All’epoca la sua figura era già molto conosciuta. Due anni prima aveva dato l’ordine di uccidere Sidhu Moose Wala, un rapper punjabi di fama internazionale, freddato a colpi di arma da fuoco vicino al suo villaggio nel Punjab. Secondo le dichiarazioni fatte da Bishnoi all’Agenzia investigativa nazionale (Nia) nel 2023, Moose Wala è stato ucciso per vendicare l’assassinio di un suo uomo.

La cosa più significativa di questi omicidi è che Bishnoi li avrebbe orchestrati da un “carcere di massima sicurezza” nella capitale del paese, New Delhi. La lista nera dei suoi bersagli, che a oggi conta una decina di nomi, è di dominio pubblico e comprende star di Bollywood e comici di stand-up. Secondo la Nia, l’organizzazione conta circa settecento uomini, sparsi tra l’India, il Medio Oriente e il Nordamerica. Bishnoi è ormai in carcere da più di dieci anni, in attesa di processo con le accuse di omicidio ed estorsione, ma per lui non è stato un ostacolo. I suoi crimini più gravi sono avvenuti mentre era detenuto dallo stato indiano.

Suono il campanello accanto alla porta marrone, busso, e aspetto. Non risponde nessuno. La famiglia di Bishnoi, tra le più ricche del villaggio, non ha mai parlato con i mezzi d’informazione. Happy Bishnoi, che non è direttamente imparentato con Lawrence ma è cresciuto a Dutarawali e l’ha conosciuto da ragazzo, mi ha accompagnato lasciandomi a poca distanza dalla casa, consigliandomi di guardare da lontano, senza bussare e senza fare foto. Non avendo ricevuto risposta, torno verso l’auto, parcheggiata due strade più in là. Happy spiega che si è fermato a distanza perché non vuole che le telecamere riprendano la sua macchina.

Ho passato la giornata con Happy in giro per il villaggio e nel circondario, parlando con gli abitanti e alcuni parenti di Lawrence, e fino a questo punto ha manifestato una giovialità degna del suo nome. Ma ora vuole andarsene, subito. Suonare il campanello è stata una mossa troppo azzardata. Qualche minuto dopo, già in autostrada, chiedo a Happy se vuole fermarsi per un tè. “Quando saremo usciti da questa zona”, mi dice. Che zona? Gli chiedo. “La zona di Lawrence”, mi risponde accelerando.

Un modello per uomini frustrati

L’India oggi è alla deriva nel mare dell’illegalità. Nello stato nordorientale del Manipur infuriano le violenze settarie. Nel Kashmir, dove alcuni ribelli si battono contro il governo centrale, i generali dell’esercito sono accusati di dirigere personalmente le torture dei guerriglieri. Nell’Uttarakhand, nel nord, è in atto una brutale campagna di omogeneizzazione culturale (nel 2025 c’è stata una serie di attacchi coordinati degli indù contro i loro vicini musulmani, che sono stati costretti a lasciare il villaggio). Nell’India centrale gruppi di giovani indù pattugliano le autostrade spesso attaccando, e a volte linciando, chiunque sia sospettato di mangiare o trasportare carne. Intanto, la ghettizzazione dei musulmani nello stato occidentale del Gujarat, di cui Modi è stato primo ministro per dodici anni prima di arrivare a New Delhi, viene presentata come un modello da diffondere nel resto del paese. Il primo ministro dell’Uttar Pradesh, lo stato più popoloso, è un monaco dal pugno duro che parla come un criminale di strada. Un uomo accusato da più parti di aver fomentato nella capitale i disordini più violenti degli ultimi 25 anni è stato da poco nominato ministro della giustizia a New Delhi. Il ministro dell’interno è un uomo che ha passato tre mesi in carcere per omicidio (accusa che poi è decaduta).

Oggi in India, dove un’atmosfera ufficiale di impunità si combina con la minaccia sempre presente della violenza, Bishnoi è un’icona riconoscibile al pari delle superstar di Bollywood e dei giocatori di cricket. I gangster indiani di una volta, come Dawood Ibrahim, il boss della malavita di Mumbai negli anni novanta, erano personalità temutissime, che vivevano vite scintillanti e maledette all’estero, in fuga dalla legge. Bishnoi, invece, anche dal carcere, è diventato un modello per milioni di uomini frustrati. A loro il rispetto della legge sembra una cosa da perdenti, da gente noiosa e stupida. Più il governo si dimostra incapace di creare posti di lavoro per la grande massa di giovani disoccupati, più Bishnoi è diventato l’incarnazione di un’ideologia nichilista frutto della disperazione: prenditi tutto quello che puoi, a ogni costo.

Poiché i suoi bersagli e le sue vittime più note sono principalmente musulmani e sikh – due categorie sospette nell’immaginario nazionalista indù – lui è stato celebrato dai grandi media come un “boss indù”, che incute il terrore nei nemici dell’India, dai separatisti sikh ai musulmani traditori della patria. I programmi tv serali hanno messo in risalto le sue credenziali indù: la dieta vegetariana, lo stile di vita casto, un’arcigna divinità tatuata sul bicipite. La piattaforma di streaming Zee5 ha appena annunciato una “docuserie” sulla sua vita, intitolata Lawrence of Punjab, che aggiungerà lustro alla sua immagine.

Fonti anonime interne alla Nia hanno dichiarato alla stampa che Bishnoi si considera “un guerriero della causa indù, cosa che secondo lui gli darebbe una protezione all’interno dell’attuale regime”. Ma i legami tra il boss e il governo indiano vanno ben oltre la comune affinità religiosa.

Bishnoi era già una celebrità nazionale quando, nell’ottobre 2024, pochi giorni dopo l’omicidio di Baba Siddique, la sua reputazione ha raggiunto le cronache internazionali. Durante un’inchiesta pubblica sulle interferenze straniere a Ottawa, l’allora primo ministro canadese Justin Trudeau l’ha nominato esplicitamente come responsabile di violenze contro cittadini canadesi. L’aspetto più scioccante della vicenda è che Bishnoi avrebbe agito su incarico del governo indiano. Trudeau ha dichiarato che alcuni diplomatici indiani avevano “raccolto informazioni su cittadini canadesi oppositori del governo di Modi, trasmettendole ai livelli più alti del governo indiano, che a loro volta le hanno comunicate a organizzazioni criminali come la banda di Lawrence Bishnoi, dando luogo ad atti di violenza contro cittadini canadesi in territorio canadese”.

Che un uomo possa continuare a dirigere la sua organizzazione anche dal carcere non è una novità. Ma le accuse mosse dalle autorità canadesi sembravano indicare qualcosa di decisamente più sconvolgente, e cioè che Bishnoi aveva commesso omicidi in territorio straniero per conto del governo indiano.

New Delhi ha sbrigativamente smentito le accuse di Trudeau, sottolineando che Ottawa non aveva fornito alcuna prova per sostenerle. Eppure, nelle mie conversazioni con alcuni funzionari d’intelligence a New Delhi ho potuto intuire – perché non lo direbbero mai esplicitamente – un’interpretazione diversa della vicenda, più in linea con il modo in cui l’India di Modi percepisce se stessa. Un ex ufficiale del reparto ricerca e analisi (Raw, l’agenzia responsabile dell’intelligence all’estero) ha sintetizzato perfettamente il concetto. Attualmente l’India è la quarta economia mondiale ed è un alleato degli Stati Uniti che, guarda caso, si trova a due passi dalla Cina. “Oggi possiamo permetterci di fare queste cose”, mi ha detto l’ex agente, “perché abbiamo l’influenza necessaria per farla franca”.

Ventinove princìpi

Lawrence Bishnoi è un nome insolito. Fu la sua carnagione chiara a spingere i genitori a chiamarlo come Sir Henry Law­rence, funzionario della Compagnia delle Indie orientali nel Punjab che nell’ottocento fondò la Lawrence school di Sanawar, tra i più antichi e prestigiosi collegi dell’India. Lawrence però non ha frequentato quella scuola, a trecento chilometri da casa, iscrivendosi invece a quella di Dutarawali, dove la sua famiglia possedeva più di quaranta ettari di terra. Nel villaggio c’è anche un santuario dedicato a suo nonno.

Bishnoi invece è composto da due parole hindi, bees e nau (venti e nove). I bishnoi sono una comunità indù dell’India nordorientale che vive ispirandosi a 29 princìpi, tra cui la preghiera e il digiuno, la purezza, il vegetarianesimo e un fervente impegno ambientalista. La comunità commemora martiri come Amrita Devi, che nel settecento fu decapitata per aver tentato di salvare degli alberi di Khejri che il re di Marwar voleva abbattere per ricavarne legna da ardere. Crescendo, Lawrence ha sviluppato una forte affinità con questa tradizione.

un attivista sikh chiede giustizia per Hardeep Singh Nijjar, ucciso in Canada. Amritsar, 22 settembre 2023. (Narinder Nanu, Afp/Getty)

La scuola secondaria pubblica si trova in un piccolo piazzale circondato da campi di grano, accanto a una nauseabonda pozza verde in cui sguazzano i bufali. Sul retro c’è un forno crematorio. Quando visito il villaggio la scuola è chiusa, ma Happy Bishnoi mi racconta dei tempi in cui studiava qui insieme a Lawrence. Le punizioni corporali sono parte integrante dell’esperienza educativa per la maggior parte dei bambini indiani. Durante la mia infanzia nel Rajasthan anch’io venivo regolarmente picchiato con un bastone quando non facevo i compiti, e Happy mi spiega che la stessa cosa succedeva a Dutarawali. Gli insegnanti “litigavano con le mogli a casa e poi venivano a scuola e si sfogavano su di noi”, dice.

Ma, continua Happy, grazie soprattutto allo status della sua famiglia nessun insegnante osava alzare le mani su Lawrence. Anche gli altri ragazzi lo trattavano con deferenza. Fin da quando era molto piccolo, Lawrence si è abituato a ricevere un trattamento speciale. Da adolescente frequentò una scuola religiosa nella vicina città di Abohar, un’altra roccaforte dei bishnoi, dov’era noto per andare in giro con vestiti firmati in sella alla sua moto.

Nel 2010, a 17 anni, si trasferì nella capitale regionale, Chandigarh, per studiare giurisprudenza alla prestigiosa università del Punjab. La città, distante solo 290 chilometri, probabilmente dovette sembrargli un paese straniero, così diversa dalle strade polverose e dai campi di grano che da ragazzo aveva attraversato a cavallo. Chandigarh, infatti, fu progettata negli anni cinquanta dall’architetto franco-svizzero Le Corbusier come simbolo dell’aspirazione dell’India indipendente a rompere con il passato. È una città con indirizzi alfanumerici, giardini curatissimi e strade alberate.

Dallo studentato in cui viveva all’università bisogna fare trenta minuti a piedi lungo il viale centrale. È una camminata istruttiva attraverso vari gradi di ricchezza: man mano che si avanza s’incontrano case più eleganti, auto più costose. La monotonia delle alte mura che costeggiano la strada non è interrotta da graffiti sovversivi, ma dai nomi delle caste scarabocchiati con la vernice o il carbone (relitti di una tradizione comunitaria che Chandigarh avrebbe dovuto lasciarsi alle spalle) e manifesti delle elezioni studentesche locali.

pistole e uniformi della polizia trovate dalle forze dell’ordine dopo un arresto legato all’omicidio di Sidhu Moose Wala, 4 luglio 2022. (Amal KS, Hindustan Times/Getty)

All’università del Punjab fare politica può significare “essere risucchiati in un mondo di gangsterismo emergente”, spiega Manjit Singh, ex professore di sociologia nell’ateneo. Secondo Singh, anche lui arrivato da una piccola città, Bishnoi si era sentito un po’ fuori posto e aveva reagito cercando di imporsi sul nuovo ambiente. Jupinderjit Singh, un giornalista di Chandigarh che ha scritto moltissimo sui gangster del Punjab, ha una teoria simile. “Lawrence Bishnoi è alto solo un metro e settanta ma ha quaranta ettari di terra, è il Raja Babu della famiglia, quando ha finito le scuole medie ha ricevuto una moto”, argomenta Singh citando il protagonista di un film molto popolare. “E poi improvvisamente si ritrova a Chandigarh: lì ci sono le ragazze, c’è una ricchezza di altro tipo, e a nessuno importa realmente qualcosa di lui. Qui le sue terre non contano niente, contano i soldi, lo status, l’identità sociale, tutte cose che lui non ha”.

La situazione per Bishnoi cambiò quando un leader studentesco più grande di lui con origini simili alle sue, Vicky Middukhera, lo prese sotto la sua ala (Middukhera, noto gangster degli ambienti politici studenteschi del Punjab, è stato poi ucciso nel 2021 da alcuni rivali). Nel 2010 Bishnoi, candidato alla presidenza del consiglio studentesco, perse le elezioni, ma conquistò la carica l’anno dopo. In questo ambiente, mi spiega Manjit Singh, dimostri quanto vali attraverso la violenza: “Non basta atteggiarti a duro, devi agire”.

Quando diventò il leader del consiglio, aveva già accumulato diverse denunce per rapina, incendio doloso e minacce. Il suo primo crimine importante fu appiccare il fuoco all’auto di un leader studentesco rivale a Chandigarh. Per sfuggire alla polizia si trasferì nel Rajasthan, a circa 560 chilometri di distanza. In quel periodo, come ha poi raccontato alla polizia, Middukhera lo aiutò con del denaro e gli presentò altri malavitosi. Un altro amico di quell’epoca era Goldy Brar, oggi tra le figure più note della gang di Bishnoi.

Nel febbraio 2014, mentre era diretto a un santuario religioso nel Rajasthan, Bishnoi ebbe un incidente stradale. Quando l’altro automobilista cominciò a urlargli contro, lui e i suoi amici tirarono fuori le armi e spararono in aria per intimidirlo. Il gruppo fu denunciato per tentato omicidio e Bishnoi fu messo in carcere in attesa di processo. Qualche mese dopo, mentre andava a un’udienza scortato dalla polizia, alcuni suoi uomini intercettarono il veicolo aprendo il fuoco contro gli agenti.

Bishnoi riuscì a scappare, ma due mesi dopo la polizia lo trovò nascosto sotto falso nome a Gurugram, una città poco più a sud di New Delhi. Da allora Bishnoi è in carcere, pur essendo stato condannato solo per piccoli reati, come estorsione e possesso illegale di armi. Oggi ci sono quaranta indagini aperte contro di lui in India, con accuse che vanno dalla rapina a mano armata al traffico internazionale di droga, alla collaborazione con gruppi terroristici. Nella maggior parte dei casi, i capi d’imputazione non sono ancora stati formalizzati e secondo il suo avvocato non succederà molto presto. Grazie alle leggi approvate dal governo di Narendra Modi, che consentono alla polizia di tenere le persone in custodia cautelare senza un regolare processo, Bishnoi può essere detenuto a tempo indeterminato.

La caccia all’attore

L’esperienza più formativa della vita di Bishnoi, stando al suo racconto, risale al 1998, molto prima del suo trasferimento a Chandigarh, a centinaia di chilometri di distanza da lì. A ottobre di quell’anno tra i bishnoi si sparse la voce che Salman Khan, un famosissimo attore di Bollywood, era nel Rajasthan per una battuta di caccia all’antilope cervicapra, specie a rischio sacra per la comunità. Ramesh Bishnoi, un cugino più grande di Lawrence, era a New Delhi quando scoprì la cosa. “Immediatamente partimmo dalla capitale, viaggiammo tutta la notte e raggiungemmo Jodhpur (nel Rajasthan occidentale, dove Khan stava girando un nuovo film)”, mi racconta.

Ramesh è un uomo basso e ossuto sulla cinquantina, con baffi a paralume e la testa totalmente calva. Ci incontriamo ad Abohar, nella sede di un’organizzazione ambientalista legata ai bishnoi. È un pomeriggio mite e nelle due ore passate a chiacchierare nel cortile spostiamo più volte le nostre sedie di plastica per restare all’ombra degli alberi.

“Khan e i suoi amici erano andati a Kankani, un villaggio bishnoi, dove le antilopi cervicapra pascolano in grandi mandrie”, mi racconta Ramesh. “Quando gli abitanti del villaggio sentirono gli spari nella notte, montarono a bordo di moto e trattori e andarono a vedere cosa stava succedendo”. Poco dopo incontrarono Khan e i suoi amici, ma la star di Bollywood sfrecciò via a bordo di una jeep bianca, dice Ramesh. Fu l’inizio di una lunga battaglia legale che continua ancora oggi. Khan ha sempre affermato che le antilopi erano morte per cause naturali dicendo di essere stato incastrato da persone che volevano diffamarlo. Nel 2006 un tribunale lo dichiarò colpevole di aver ucciso gli animali e lo condannò a cinque anni di carcere, ma poi l’alta corte sospese la pena.

Mentre i bishnoi più anziani continuano a combattere Khan nei tribunali, Lawrence, che all’epoca aveva quattro anni, ha deciso di vendicare quello che lui ritiene un affronto di Khan contro tutta la comunità. “Ci ha umiliati”, ha detto Lawrence in un’intervista concessa dal carcere a una tv nazionale nel 2023. “Gli daremo una risposta forte a modo nostro”, ha continuato. “Non ci affideremo ai tribunali o cose simili”.

L’ascesa di Bishnoi è coincisa con un periodo in cui l’India ha cercato di proiettarsi come superpotenza globale

I detenuti naturalmente non dovrebbero poter rilasciare interviste alla tv. Quando gli è stato chiesto come faceva a essere in videochiamata, Lawrence ha semplicemente risposto: “Abbiamo i nostri mezzi”. L’intervistatore poi gli ha chiesto se usava le minacce per rafforzare la sua reputazione criminale. Lawrence ha liquidato la domanda: “Le celebrità a Bollywood non mancano”, ha detto. “Potremmo uccidere chiunque passeggi dalle parti di Juhu beach (località turistica frequentata da personaggi ricchi e famosi). Pensa che non ne saremmo capaci?”. Secondo lui, insomma, le minacce non servivano ad aumentare la visibilità della sua organizzazione, ma avevano a che fare con una specifica recriminazione nei confronti di una specifica persona.

Nel 2022 il padre di Khan ha dichiarato di aver ricevuto un messaggio minatorio in cui si diceva che sarebbe stato ucciso insieme al figlio. Nel 2024 la banda di Bishnoi ha sparato alcuni colpi di arma da fuoco vicino al condominio di Khan, a Mumbai. A ottobre dello stesso anno, dopo che tre uomini non identificati avevano freddato Baba Siddique a Mumbai, uno dell’organizzazione ha scritto sui social media: “Salman Khan, non abbiamo voluto noi questa guerra. Abbiamo compiuto un atto legittimo. Chiunque aiuti Salman Khan cominci a fare testamento” (ma c’è chi, compreso il figlio di Siddique, ritiene che la connessione tra questo attentato e la vicenda di Khan sia un tentativo di depistaggio e che i killer potrebbero aver ucciso per conto di avversari politici o rivali in affari di Siddique).

Nella sua intervista, Lawrence ha offerto a Khan una via d’uscita: se andrà in un tempio preciso e chiederà scusa alla divinità per aver urtato la sensibilità della comunità, sarà risparmiato. Ramesh chiarisce: “I processi contro Khan continueranno, porteremo avanti le cause legali, solo questa situazione (per cui Khan è nella lista nera di Lawrence) può cambiare se chiederà scusa”.

Campagna del governo

L’ascesa di Bishnoi è coincisa con l’era Modi, un periodo in cui l’India ha cercato di proiettarsi come superpotenza globale, sia in politica estera sia nelle operazioni segrete. L’omicidio dell’attivista separatista sikh Har­deep Singh Nijjar alla periferia di Vancouver nel 2023, di cui Bishnoi sarebbe stato il mandante, faceva parte di una più vasta campagna per mettere a tacere i dissidenti fuori dal paese. Nella stessa settimana dell’attentato a Nijjar, le autorità statunitensi hanno sventato un piano presumibilmente architettato dall’agenzia di spionaggio indiana, la Raw, per uccidere Gurpatwant Singh Pannun, un altro separatista sikh e nota voce critica nei confronti del governo Modi, che vive a New York. Questi attacchi erano stati preceduti da una serie di operazioni della Raw in Pakistan. Secondo il Washington Post, dal 2021 almeno “undici separatisti sikh e kashmiri in esilio, classificati come terroristi dal governo di Modi, sono stati uccisi”.

L’arresto di un componente della banda di Lawrence Bishnoi, Gurugram, 30 novembre 2023 (Parveen Kumar, Hindustan Times/Getty)

Canada e Stati Uniti hanno entrambi dichiarato che gli attentati ai danni di Nijjar e Pannun sarebbero stati autorizzati da figure ai vertici alti del governo indiano. Nel 2024 l’allora vice ministro degli esteri canadese David Morrison ha detto che Ottawa ritiene Amit Shah, ministro dell’interno indiano e braccio destro di Modi, il mandante delle violenze contro i separatisti sikh; tuttavia, non sono ancora state fornite prove per dimostrare questa tesi.

Data la mancanza di riscontri inconfutabili, è facile liquidare le accuse come assurdità, come ha fatto il ministro degli esteri indiano. Eppure, tra i diplomatici e il personale dell’intelligence con cui ho parlato non tutti se la sentono di escluderlo. “Il lavoro che facciamo ha un elemento intrinseco di negabilità”, mi spiega un ex alto funzionario della Raw a New Delhi. Secondo un funzionario canadese che ha parlato con il Washington Post nel 2024, quando il Canada ha presentato ad Ajit Doval, consigliere per la sicurezza nazionale, le prove che l’India aveva assoldato la gang di Bish­noi per l’omicidio di Nijjar e altri attacchi, lui ha finto di non sapere chi fosse Bishnoi. “Poi”, riferisce il Post, “Doval ha cominciato a snocciolare ‘fatti, dati e aneddoti’ su Bishnoi, ammettendo che sarebbe ‘capace di architettare le violenze da qualsiasi luogo di detenzione’”.

A.S. Dulat, ex direttore dei servizi segreti indiani, sembra sinceramente addolorato quando gli chiedo cosa ne pensa delle accuse del Canada. “Potrei doverti mentire, perché non posso tradire le agenzie”, mi dice nel suo appartamento a New Delhi. “Si può parlare di elementi deviati, ma almeno ai miei tempi questo genere di decisioni non si poteva prendere senza l’approvazione dei massimi livelli – e con questo intendo il primo ministro”. Dulat in passato ha lavorato a stretto contatto con l’ex primo ministro Atal Bihari Vajpayee, del Bharatiya janata party (Bjp, il partito di Modi), anche oggi al governo. “Posso dirti con certezza che non avrebbe permesso questo genere di cose”, afferma. Dulat precisa di non sapere cosa sia successo. “L’unica cosa che posso dire”, continua, “è che se pensi di poter fare questo genere di cose e passarla liscia, allora devi essere molto intelligente. E in questo caso ci sono state certamente delle sviste”. Forse non sapremo mai quali errori sono stati commessi, e se il governo indiano ha davvero ordinato un omicidio in un paese straniero. Per capire quanto inutili siano i documenti ufficiali sul caso, basta sapere che le agenzie investigative indiane hanno accusato Bishnoi di collaborare con i separatisti sikh in Canada e Pakistan, le stesse persone che secondo Ottawa sarebbero bersaglio dei suoi attentati.

Nei giochi geopolitici di New Delhi, Lawrence Bishnoi potrebbe essere una semplice pedina. Ma lui sembra soddisfatto di questo. “Non vogliamo essere riabilitati dalla società”, ha dichiarato nell’intervista del 2023, usando il plurale per parlare di se stesso. “Siamo molto felici dove siamo ora”.

Rappresenta qualcosa di più essenziale: una forza bruta in un mondo in cui la ricchezza scintilla continuamente davanti ai loro occhi

Una figura mitologica

Senza informazioni verificabili, Bishnoi è più che mai vivo nelle storie e nei miti che avvolgono la sua figura. Quando incontro il suo avvocato in un elegante quartiere di New Delhi, trovo alcuni legali seduti fuori dall’ufficio a sorseggiare tè dopo la chiusura dei tribunali. Sorridono quando gli dico che sto scrivendo un articolo su Lawrence Bishnoi. “Ti dico io cosa scrivere”, dice quello con il vestito più elegante con un colletto inamidato. “Non ha fatto niente di male. La maggior parte delle sue presunte vittime avrebbe fatto quella fine in un modo o nell’altro”. E spiega: “Moose Wala, un noto gangster che amava solo le donne e le auto da corsa; Baba Siddique, un politico corrotto; Salman Khan, meglio non parlarne proprio; e il movimento Khalistan (che rivendica uno stato sovrano per i sikh nella regione del Punjab), che è un gruppo di traditori”. Poi mi guarda fisso negli occhi: “Capisci? Lawrence non è un gangster. Lawrence è il karma”, dice, paragonando Bishnoi a una forza divina della moralità indù, che dà a ciascuno quello che si è meritato nella vita.

Per altri, però, rappresenta qualcosa di più essenziale: una forza bruta in un mondo in cui la ricchezza scintilla continuamente davanti ai loro occhi, seducente ma irraggiungibile.

A Jaipur, la capitale del Rajasthan, dove Lawrence fu arrestato per la prima volta, mi ritrovo a bere con un gruppo di amici più o meno stretti con cui andavo all’università. Il gruppo si può dividere a grandi linee in tre categorie: quelli che non vengono da una famiglia ricca e che pur essendo diventati dei professionisti conducono una vita misera nei gradini più bassi della categoria; quelli con origini benestanti, che vivono le loro vite da piccoli proprietari terrieri o imprenditori senza uno scopo preciso; e quelli che non hanno alle spalle patrimoni familiari e non sono neppure riusciti a diventare lavoratori dipendenti, che per lo più tiravano avanti come assistenti sottopagati di qualche leader politico locale. Sono tutti uomini.

Ci ritroviamo sulla terrazza di un albergo economico, nel quartiere in cui negli anni duemila, quando ero ragazzo, aprì il primo centro commerciale della città. Vent’anni tra le nostre più alte aspirazioni c’erano andare al McDonald’s e comprare audiocassette da Planet M. Da allora qui intorno sono sorti come funghi dieci altri centri commerciali, che ospitano marchi d’abbigliamento statunitensi, concessionarie di auto di lusso e palestre esclusive dove un abbonamento mensile costa più o meno quanto l’affitto di un appartamento medio in città.

Vivendo fuori dall’India, sono un po’ l’attrazione del gruppo. Com’è la vita a New York, mi chiedono. Come si rimorchia lì? Le donne sono facili? Hai mai guidato una Gmc Denali? E soprattutto, perché sei tornato? Quando spiego che sto scrivendo un articolo su Lawrence Bishnoi, la conversazione imbocca in modo deciso questa direzione, mentre ci ubriachiamo bevendo rum Old Monk e birre Kingfisher.

“Ucciderà Salman Khan”, dice uno di loro. “E quel bastardo si merita di morire”, aggiunge un altro. “Però non doveva uccidere Sidhu Moose Wala”, dice un terzo. Proprio in quel momento mi accorgo che gli altoparlanti del bar stanno trasmettendo le canzoni di Moose Wala, che nei suoi testi esaltava una cultura della violenza e dell’eccesso e spesso parlava di grossi fucili e di auto.

A un certo punto, verso mezzanotte, io e un altro amico usciamo in macchina a comprare le sigarette. Le strade di Jaipur, come nel resto dell’India, di notte si riempiono di barricate senza apparente motivo. Dietro le transenne i poliziotti ammazzano il tempo sbadigliando. Si può passare senza attirare l’attenzione, ma l’uomo che è con me alza il volume della musica a tal punto da far vibrare i sedili. Naturalmente, veniamo fermati. Lui salta fuori dall’auto e fa una battuta al poliziotto. Qualche istante dopo ci avviamo nuovamente verso il tabaccaio. “In questa zona li conosciamo tutti i poliziotti”, mi dice con una smorfia. Mi sembra una performance, un’esibizione per misurarsi contro il potere, un modo per ricordare a se stesso di essere qualcuno nel mondo (e forse per farmi capire che se fossi stato da solo non me la sarei cavata così facilmente). Quando torniamo sulla terrazza, la compagnia di bevitori sta ancora parlando di Lawrence Bishnoi.

Uno degli uomini più ricchi si vanta di aver avuto un’improbabile conversazione con lui poco tempo fa. Dice che un altro suo amico, una persona che ricordo vagamente dall’infanzia, è entrato nel mondo della criminalità e fa parte dell’organizzazione di Lawrence. “Lo chiamava bhai (fratello) e poi mi ha passato il telefono”, dice mentre beve un’altra sorsata di rum. Si asciuga la bocca, accende una sigaretta, e continua: “Lawrence bhai ha detto che non gli resta molto da vivere ormai. Pensa di essere stato usato, di aver assolto il suo compito, e crede che presto arriverà la fine della sua vita terrena”.

“Però la sua è stata una vita degna di essere vissuta”, esclama un uomo che lavora in nero per un politico locale. “Guarda noi, che razza di vita stiamo vivendo?”.

“Almeno non siamo in carcere”, commenta il più ricco.

Ma la risposa non sembra sollevarlo. Ormai è notte inoltrata quando si alza dalla sedia e con gli occhi praticamente traboccanti di rum si ferma ad ammirare gli edifici intorno a noi, luccicanti nel buio della notte, pieni di cartelloni illuminati che promuovono Audi, Mercedes e American Eagle.

“Questi palazzi”, dice alla fine, “questi palazzi mi stanno dicendo qualcosa”. Cosa dicono, gli chiedo. I nostri sguardi lo fissano. Lui, ancora con gli occhi puntati lontano, risponde con la massima serietà: “Mi dicono che in qualche modo li devo conquistare”. ◆ fdl

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Questo articolo è uscito sul numero 1672 di Internazionale, a pagina 46. Compra questo numero | Abbonati