Mostafa e Robabe Mohammadi sono venuti in Albania per salvare la figlia. Ma una volta arrivati nella capitale Tirana, si sono accorti di essere seguiti da due agenti dell’intelligence albanese. Uomini con gli occhiali scuri li hanno pedinati prima dal loro albergo fino all’ufficio dell’avvocato, poi lungo il tragitto verso il ministero dell’interno, e di nuovo fino all’hotel.

I Mohammadi sostengono che la figlia Somayeh è trattenuta contro la sua volontà da un gruppo rivoluzionario estremista in esilio in Albania, conosciuto come Mujahidin del popolo iraniano (Mujahidin-e Khalq, spesso indicato con l’acronimo Mek). Considerato da molti una setta, il Mek in passato era stato incluso nella lista delle organizzazioni terroristiche da Stati Uniti e Regno Unito, ma la sua opposizione al governo iraniano gli ha fatto guadagnare il sostegno di potenti falchi di Washington, tra cui il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti John Bolton e il segretario di stato Mike Pompeo.

Somayeh Mohammadi è una dei circa 2.300 affiliati del Mek che vivono in una base costruita su 34 ettari di terreno nelle campagne del nordovest dell’Albania. Negli ultimi vent’anni i suoi genitori hanno cercato in tutti i modi di sottrarla al gruppo. “Noi non siamo contro nessuno,” dice Mostafa in un ristorante di Tirana. “Vogliamo solo incontrare nostra figlia fuori dal campo, senza i suoi superiori”. Il Mek sostiene che Somayeh non vuole lasciare la base. “Somayeh è una ragazza introversa”, dice la madre. “Loro intimidiscono le persone come lei. Vuole andarsene, ma teme di essere uccisa”.

Verso l’esilio

Da quando hanno lasciato l’Iran all’inizio degli anni ottanta, gli affiliati del Mek hanno un obiettivo: rovesciare la Repubblica islamica. Ma il gruppo si era formato all’inizio degli anni sessanta come milizia studentesca islamista-marxista e aveva svolto un ruolo decisivo nella cacciata dello scià durante la rivoluzione iraniana del 1979. Anticapitalisti, antimperialisti e antiamericani, negli anni settanta i combattenti del Mek uccisero molti agenti dello scià, spesso usando la tattica degli attacchi suicidi e della guerriglia urbana. Prendevano di mira alberghi, compagnie aeree e aziende petrolifere di proprietà statunitense, e furono responsabili della morte di sei cittadini statunitensi in Iran.

Questi attacchi spianarono la strada al ritorno dall’esilio dell’ayatollah Ruhollah Khomeini, che subito identificò il Mek come una minaccia al suo progetto di trasformare l’Iran in una repubblica islamica sotto il controllo del clero. Dopo la rivoluzione, Khomeini usò i servizi di sicurezza, i tribunali e i mezzi d’informazione per soffocare il sostegno politico al gruppo e poi eliminarlo definitivamente. L’ayatollah ordinò un giro di vite contro tutti i rappresentanti e i simpatizzanti del Mek. I sopravvissuti lasciarono il paese.

Il presidente iracheno Saddam Hussein, che stava combattendo una sanguinosa guerra contro l’Iran con il sostegno degli Stati Uniti e del Regno Unito, colse l’opportunità di impiegare i combattenti del Mek in esilio contro Teheran. Nel 1986 offrì al gruppo armi, denaro e una base militare a 80 chilometri dal confine con l’Iran, chiamata campo Ashraf.

Per quasi vent’anni, sotto la guida sempre più feroce di Massoud Rajavi, il Mek attaccò obiettivi civili e militari lungo il confine con l’Iran, e aiutò Saddam Hussein a reprimere i suoi nemici interni. Ma dopo essersi schierati con il dittatore iracheno – che bombardò indiscriminatamente le città iraniane e fece un uso sistematico di armi chimiche in una guerra che causò un milione di morti – il gruppo perse quasi tutto il sostegno che aveva in Iran, dove i suoi affiliati erano ormai considerati prevalentemente dei traditori. Nell’isolamento della base irachena e sotto il rigido controllo del leader, il Mek diventò una specie di setta.

Dopo l’invasione statunitense dell’Iraq il Mek avviò un’imponente campagna per farsi togliere dalla lista dei gruppi terroristici, anche se alcuni rapporti denunciavano il suo coinvolgimento negli omicidi di diversi scienziati nucleari iraniani commessi fino al 2012. Massoud Rajavi non compare in pubblico dal 2003 (molti analisti lo considerano morto), ma sotto la guida di sua moglie Maryam il Mek ha ottenuto un notevole sostegno da parte di alcuni settori della destra statunitense ed europea, in cerca di alleati nella lotta contro Teheran. Nel 2009 il Regno Unito ha rimosso il Mek dalla lista dei gruppi terroristici. L’amministrazione del presidente Barack Obama l’ha fatto nel 2012 e poi ha contribuito a negoziare il trasferimento del gruppo in Albania.

Alla conferenza annuale Free Iran che il gruppo organizza ogni estate a Parigi, decine di parlamentari statunitensi e britannici, insieme a politici e militari in pensione, inneggiano alla caduta della Repubblica islamica e alla conquista del potere da parte di Maryam Rajavi in Iran. Al raduno del 2017 John Bolton – che già caldeggiava una guerra all’Iran prima di entrare nell’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump – ha dichiarato che il Mek avrebbe governato a Teheran entro il 2019.

La più grande attrazione della convention del 2018 è stato un altro sostenitore di lunga data del Mek: l’ex sindaco di New York Rudy Giuliani, oggi avvocato di Donald Trump. “I mullah se ne devono andare. L’ayatollah se ne deve andare. E devono essere sostituiti da un governo democratico, rappresentato dalla signora Rajavi”, ha detto alla platea.

Nel frattempo in Albania il Mek si sforza di mantenere il controllo sui suoi affiliati, che hanno cominciato a disertare. Il gruppo è finito anche nel mirino dei mezzi d’informazione e dei partiti di opposizione locali, contrari ai termini dell’accordo che ha portato i combattenti del Mek a Tirana.

È difficile trovare un osservatore serio disposto a sostenere che il Mek abbia le capacità o il consenso popolare necessari per rovesciare la Repubblica islamica. Ma i politici statunitensi e britannici che appoggiano questo minuscolo gruppo rivoluzionario bloccato in Albania non se ne preoccupano: sostengono il Mek per irritare Teheran. D’altra parte il gruppo è solo una piccola parte di una più ampia strategia dell’amministrazione Trump in Medio Oriente, che ha l’obiettivo di isolare e strangolare economicamente l’Iran.

Strategia di successo

Prima di diventare il beniamino della destra statunitense ed europea, il Mek si è dovuto reinventare. Democrazia, diritti umani e laicità sono diventati i nuovi mantra dell’organizzazione. Maryam Rajavi ha rinunciato alla violenza ed è riuscita a riposizionare il gruppo: da setta antioccidentale a governo ombra democratico e filostatunitense.

Il lungo cammino verso la rispettabilità è cominciato con l’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003. Gli Stati Uniti avevano definito il Mek un’organizzazione terroristica alla fine degli anni novanta, come gesto di buona volontà nei confronti del nuovo governo riformista di Teheran. Ma nei primi giorni dell’occupazione statunitense dell’Iraq, alla Casa Bianca si accese una disputa su quale dovesse essere la sorte dei cinquemila combattenti del Mek che si trovavano nella base di Ashraf.

Condoleeza Rice, all’epoca segretaria di stato, sosteneva che siccome il Mek era nella lista delle organizzazioni terroristiche, doveva essere trattato come tale. Ma gli oppositori dell’Iran, tra cui il segretario della difesa Donald Rumsfeld e il vicepresidente Dick Cheney, ritenevano che il Mek dovesse essere usato come arma contro la Repubblica islamica.

La fazione di Rumsfeld ebbe la meglio. Anche se il gruppo era ancora nella lista delle organizzazioni terroristiche, il Pentagono classificò i combattenti che si trovavano nella base di Ashraf come “persone sotto protezione” in base alla convenzione di Ginevra: ufficialmente disarmati, ma con la loro sicurezza di fatto garantita dalle forze statunitensi in Iraq. Gli Stati Uniti proteggevano un gruppo che loro stessi definivano terroristico.

Man mano che l’occupazione statunitense dell’Iraq degenerava in una disastrosa guerra civile, a Washington la destra accusava sempre di più l’Iran di essere responsabile della disintegrazione del paese. Politici di primo piano chiedevano pubblicamente di bombardare Teheran, mentre cresceva il panico per il programma nucleare iraniano. Tra il 2007 e il 2012 sette scienziati nucleari iraniani furono attaccati con veleno o con bombe magnetiche inserite da sicari nelle loro auto. Cinque di loro morirono. Nel 2012 il canale Nbc News, citando due funzionari statunitensi anonimi, riferiva che gli attacchi erano stati pianificati dai servizi segreti israeliani e realizzati da agenti del Mek in Iran.

Fu più o meno a questo punto che il Mek cominciò a lavorare per crearsi una nuova immagine in occidente. Gruppi associati al Mek finanziarono le campagne elettorali di alcuni politici statunitensi, invasero Washington di pubblicità e pagarono influenti personalità occidentali per scrivere articoli e fare discorsi a favore della cancellazione del gruppo dalla lista delle organizzazioni terroristiche. L’elenco di politici statunitensi di entrambi gli schieramenti che hanno ricevuto notevoli compensi per partecipare agli eventi a sostegno del Mek è incredibilmente lungo e comprende John McCain, Newt Gingrich e gli ex presidenti del Partito democratico Edward Rendell e Howard Dean, oltre a diversi ex dirigenti dell’Fbi e della Cia. Si ritiene che John Bolton, apparso più volte agli eventi a favore del Mek, abbia incassato almeno 180mila dollari. Agli incontri parigini hanno partecipato anche diversi politici britannici. Alla convention di quest’anno Theresa Villiers, parlamentare conservatrice ed ex ministra dei trasporti, ha parlato dell’importanza dei diritti delle donne, ha reso omaggio a Maryam Rajavi (a cui è vietato l’ingresso nel Regno Unito) e si è impegnata a sostenere la sua “giusta causa” nel voler creare “un Iran libero dalla brutale repressione dei mullah”.

Da sapere
Le tappe più importanti

1965 Fondazione del gruppo Mujahidin del popolo iraniano (Mek).

1979 Rivoluzione iraniana.

1980-1988 Guerra tra Iran e Iraq.

1986 Gli affiliati del Mek si trasferiscono a campo Ashraf, in Iraq.

2003 Invasione statunitense dell’Iraq.

2009 L’Unione europea cancella il Mek dalla lista delle organizzazioni terroristiche, seguita nel 2012 dagli Stati Uniti.

2014-2016 Con una serie di voli privati, gli affiliati del Mek sono trasferiti in una località vicino a Tirana, in Albania.


Ma mentre il Mek accumulava alleati politici in occidente, non era più al sicuro in Iraq a causa del ritiro delle truppe statunitensi. Tra il 2009 e il 2013 le forze di sicurezza irachene hanno condotto almeno due raid nella base del gruppo, uccidendo circa cento persone.

Daniel Benjamin, all’epoca capo dell’antiterrorismo al dipartimento di stato statunitense, mi ha spiegato che Wash­ington decise di cancellare il Mek dalla lista delle organizzazioni terroriste straniere non perché credeva che i suoi affiliati avessero abbandonato la violenza, ma per “evitare che fossero uccisi tutti” rimanendo in Iraq.

Così il gruppo ha comprato i terreni in Albania e ha costruito la sua nuova base. Ma il trasferimento dall’Iraq alla relativa sicurezza dell’Albania ha causato un’ondata di defezioni. Ho parlato con una decina di disertori, metà dei quali sono ancora in Albania. Mi hanno raccontato che i comandanti del Mek abusavano sistematicamente degli affiliati per mettere a tacere il dissenso e impedire le defezioni, usando la tortura, l’isolamento, la confisca dei beni e la separazione delle famiglie per mantenere il controllo.

Le testimonianze di questi disertori confermano le denunce fatte in precedenza dall’ong Human rights watch, secondo cui alcuni ex affiliati hanno assistito a “pestaggi, abusi verbali e psicologici, confessioni estorte con la forza, minacce di esecuzione e torture, che hanno causato la morte di due persone”.

Ideologia e sangue

Il Mek ha avuto origine dal Movimento di liberazione iraniano, un’“opposizione ufficiale” islamica democratica, fondata nel 1961 dai sostenitori di Mohammad Mossadegh, il primo ministro deposto nel 1953 da un colpo di stato orchestrato da Regno Unito e Stati Uniti. A quei tempi il Mek, i cui affiliati erano soprattutto studenti idealisti della classe media, combinava l’islamismo con la dottrina marxista. Reinterpretava i passaggi coranici alla base della fede sciita come ingiunzioni a socializzare i mezzi di produzione, eliminare il sistema di classe e promuovere la lotta delle minoranze etniche dell’Iran.

Il Mek svolse un ruolo importante nella rivoluzione del 1979, conquistando il palazzo imperiale e scontrandosi spesso con la polizia e l’esercito. Due anni dopo Massoud Rajavi, che aveva trent’anni, incontrò il leader supremo, l’ayatollah Khomeini, che ne aveva settantasette. I due non andarono d’accordo. “Lui mi ha dato la mano per farmela baciare e io ho rifiutato. Da allora siamo nemici”, raccontò Rajavi a un giornalista nel 1981.

Khomeini vedeva nel Mek una minaccia al suo potere. Per questo impedì a Rajavi di candidarsi come presidente e definì il suo gruppo nemico dell’islam. Fece arrestare migliaia di sostenitori del Mek e scatenò un’ondata di violenza contro affiliati e simpatizzanti del movimento. A metà degli anni ottanta migliaia di persone considerate vicine al Mek erano state uccise dal governo negli scontri o dopo essere state condannate a morte.

Fu a questo punto che Massoud Rajavi accettò l’offerta di Saddam Hussein di combattere l’Iran da una posizione più sicura, in territorio iracheno. Negli anni successivi Rajavi lanciò la sua “rivoluzione ideologica”, vietando i matrimoni e imponendo il divorzio “perpetuo” a tutti gli affiliati del gruppo. Rajavi sposò una delle donne divorziate, Maryam Azodanlu, che da allora ha preso il suo nome ed è diventata la sua principale assistente.

Per Saddam Hussein il Mek era uno strumento utile nella guerra contro l’Iran, ma solo a breve termine. Nel luglio del 1988, sei giorni dopo il cessate il fuoco che ufficialmente mise fine al conflitto tra l’Iran e l’Iraq, il Mek lanciò una missione suicida in territorio iraniano, chiamata operazione Luce eterna. Rajavi preannunciò che sarebbe stato l’inizio di un’altra rivoluzione. “Sarà come una valanga”, disse ai combattenti che stava per mandare incontro alla morte.

La missione finì in un massacro. Gli sventurati combattenti del Mek furono attirati in un’imboscata dell’esercito iraniano, che li annientò senza sforzo. Khomeini usò la fallita invasione come pretesto per l’esecuzione di migliaia di appartenenti al Mek e di altri militanti di sinistra rinchiusi nelle carceri iraniane. Amnesty international ha calcolato che più di 4.500 persone furono messe a morte, ma secondo alcune fonti la cifra sarebbe più alta.

L’operazione Luce eterna ha rappresentato uno spartiacque per il Mek. Dentro la base di Ashraf, mentre si consolidava la prospettiva di un esilio senza ritorno, gli affiliati del gruppo, traumatizzati e sconsolati, cominciarono a irrigidirsi sotto la leadership paranoica di Rajavi.

Il Mek continuò a condurre attacchi oltre il confine con l’Iran e aiutò Saddam Hussein a reprimere le rivolte interne scoppiate dopo la sconfitta subita dagli Stati Uniti nella guerra del Golfo del 1990. Nel marzo del 1991 il dittatore iracheno impiegò il Mek per reprimere il movimento armato per l’indipendenza dei curdi nel nord del paese. Nel 1992 il gruppo lanciò una serie di attacchi contro le missioni diplomatiche iraniane in dieci paesi, compresa la missione permanente alle Nazioni Unite di New York, assaltata da cinque uomini armati di coltelli. Il Mek mise anche a segno dei regolamenti di conti più personali. Nel 1998 un killer uccise Asadollah Lajevardi, ex guardia della prigione di Evin, che si era occupato delle esecuzioni di migliaia di affiliati del gruppo.

Tutti i cuori

Rajavi spiegava ai suoi seguaci che l’operazione Luce eterna era fallita perché i combattenti pensavano alle loro mogli: l’amore aveva indebolito la loro volontà di combattere. Nel 1990 tutte le coppie dentro la base furono costrette a divorziare, e ogni donna dovette sostituire l’anello nuziale con un ciondolo raffigurante il volto di Massoud. I loro i figli furono “adottati” dai sostenitori del Mek in Europa. I comandanti pretesero che tutti gli affiliati rivelassero pubblicamente ogni minimo pensiero sessuale. Manouchelur Abdi, che ha 55 anni e ha lasciato il Mek dopo il trasferimento in Albania, mi ha raccontato che le sessioni di confessioni si tenevano ogni mattina: “Dovevo confessare che sentivo la mancanza di mia figlia e loro mi rimproveravano e mi umiliavano”.

Batoul Soltani si è unita al Mek nel 1986 con il marito e la figlia neonata. All’inizio la famiglia poteva vivere insieme, ma nel 1990 Soltani fu costretta a divorziare e a rinunciare alla figlia di cinque anni e a un altro figlio appena nato, entrambi mandati all’estero per essere cresciuti da simpatizzanti del movimento. Soltani afferma di essere stata costretta in più occasioni ad avere rapporti sessuali con Massoud Rajavi a partire dal 1999. L’ultima violenza è stata nel 2006, anno in cui è fuggita da Ashraf. Rajavi non compariva in pubblico già da tre anni. Soltani accusa Maryam Rajavi di aver aiutato Massoud ad abusare delle donne dell’organizzazione per anni. “Massoud Rajavi diceva: ‘L’unica ragione per cui voi donne mi potreste lasciare è un uomo. Perciò voglio tutti i vostri cuori’”, mi ha raccontato Soltani, secondo cui Rajavi aveva centinaia di “mogli” all’interno del campo.

In un’intervista telefonica dalla Germania, un’altra ex militante, Zahra Moini, mi ha raccontato: “Era Maryam a leggere le promesse per far sì che il matrimonio potesse essere consumato. Chi si opponeva spariva”. Altre due disertrici, Zahra Bagheri e Fereshteh Hedayati, hanno denunciato di aver subìto l’asportazione dell’utero senza il loro consenso nell’ospedale di Ashraf, con il pretesto di piccoli interventi per altri problemi di salute. La procedura era poi giustificata alle vittime spiegando che rappresentava “l’apice” della loro fedeltà al leader.

Hedayati era entrata nel Mek nel 1981 insieme al marito. “Mi dissero che avevo una cisti, ma mi tolsero anche l’utero. Mi spiegarono che così avrei avuto un legame ancora più forte con il leader”, mi ha raccontato. Hedayati, che ora vive in Norvegia, afferma che più di cento donne sono state sterilizzate dai medici del Mek.

I soldi dei sauditi

Ufficialmente l’Albania ha accettato di ospitare gli affiliati del Mek per ragioni umanitarie. In realtà, il governo albanese ha approfittato dell’occasione per ingraziarsi l’amministrazione statunitense, dopo il rifiuto di molti altri paesi europei.

Per l’amministrazione Trump, il Mek è una risorsa importante nel conflitto regionale tra l’Arabia Saudita e l’Iran. A maggio di quest’anno Trump si è ritirato dall’accordo sul nucleare iraniano e ha annunciato nuove sanzioni, che hanno causato il crollo della moneta e quattro mesi di proteste intermittenti in tutto l’Iran. A metà novembre gli Stati Uniti hanno ripristinato le sanzioni sulle esportazioni di petrolio e sul sistema bancario di Teheran. Ma la strategia mediorientale di Trump è stata criticata dopo l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi per mano di agenti sauditi a Istanbul, che ha avuto seri contraccolpi sul principe ereditario saudita Mohammed bin Salman e sui suoi alleati a Washington.

Per gran parte della sua vita in esilio, il Mek è stato finanziato da Saddam Hussein. Dopo la caduta del dittatore iracheno, il gruppo ha dichiarato di raccogliere fondi dalle organizzazioni della diaspora iraniana e da singoli donatori. Il Mek ha sempre negato di ricevere finanziamenti dall’Arabia Saudita, ma nel 2016 l’ex capo dell’intelligence saudita, il principe Turki al Faisal, ha partecipato al raduno annuale del gruppo a Parigi.

“I soldi arrivano sicuramente dai sauditi”, afferma Ervand Abrahamian, professore alla City university di New York e autore del più importante saggio sulla storia del gruppo, The iranian mojahedin. “Non esiste nessun altro capace di garantire un tale afflusso di denaro”.

Gli analisti concordano che il Mek non ha la capacità né il sostegno per rovesciare il governo iraniano. Paul Pillar, che ha lavorato per 28 anni alla Cia ed è stato analista dell’antiterrorismo, afferma che anche i sostenitori del Mek nell’amministrazione Trump “sono abbastanza svegli da capire che il gruppo non è democratico e non ha seguito in Iran”. Trump e i fautori della linea dura contro l’Iran, afferma Pillar, non sono interessati a sostituire il regime attuale, ma a farlo crollare: “Fanno tutto il possibile per sovvertire l’ordine politico in Iran, per presentare questo risultato come una vittoria, indipendentemente da quello che succederà dopo”.

Secondo Hassan Heyrani, che ha lasciato il Mek l’estate scorsa, il lavoro principale del gruppo in Albania è combattere nella guerra d’informazione online tra l’Iran e i suoi rivali. Heyrani racconta di aver lavorato in una “fabbrica di troll” all’interno della base in Albania, in cui circa mille persone pubblicano propaganda a favore di Rajavi e contro l’Iran in inglese, persiano e arabo, su Facebook, Twitter, Telegram e nelle sezioni dei commenti dei giornali. Un portavoce del Mek ha definito queste accuse “una menzogna”, fabbricata per sostenere il governo iraniano.

Secondo Marc Owen Jones, un ricercatore che studia l’uso dei bot per la propaganda politica sui social network, all’inizio del 2016 sono spuntati migliaia di account Twitter sospetti, che avevano “Iran” come localizzazione e “diritti umani” nella descrizione o nel nome, e hanno cominciato a pubblicare contenuti a favore di Trump e del Mek.

Alcuni giornalisti albanesi denunciano che il Mek, che ha stretti legami con potenti politici e con i servizi di sicurezza locali, opera impunemente in Albania. Ylli Zyla, capo dell’intelligence militare albanese dal 2008 al 2012, accusa il gruppo di violare le leggi del paese. “I suoi affiliati vivono in Albania come ostaggi”, mi ha detto, e il loro campo sfugge alla giurisdizione della polizia albanese.

Gli ex affiliati accusano il Mek di essere responsabile della morte a giugno di Malek Sharai, un comandante di alto livello, il cui cadavere è stato trovato dai sommozzatori della polizia in fondo a una cisterna dietro la base albanese del gruppo. La sorella, Zahra Sharai, sostiene che Malek stava per scappare, e accusa il Mek della sua morte. Il Mek afferma che Sharai è affogato nel tentativo di salvare un’altra persona, e la polizia albanese ha ritenuto la sua morte non sospetta.

Interferenze

I disertori che se lo potevano permettere hanno lasciato illegalmente l’Albania e si sono rifugiati in altri paesi europei, ma circa 120 persone sono rimaste a Tirana, dove vivono alla giornata. Lo stato albanese non concede il diritto di asilo agli affiliati del Mek né ai suoi disertori, e dal 1 settembre è stato sospeso anche il sussidio dell’Onu di 238 euro al mese.

Migena Balla, l’avvocata che rappresenta Mostafa e Robabe Mohammadi nella loro lotta per ottenere il rilascio della figlia Somayeh, ritiene che siano state esercitate pressioni sulla polizia e sul sistema giudiziario per garantire che il Mek non “crei problemi politici”. “Quando sono andata alla stazione di polizia per depositare la denuncia dei miei clienti, i poliziotti si sono dileguati. Hanno paura di perdere il lavoro”, mi ha detto Balla.

Il Mek non ha gradito la presenza dei coniugi Mohammadi in Albania. Accusa Mostafa (e tutti gli ex affiliati che hanno denunciato i metodi del gruppo) di essere un agente pagato dal “regime dei mullah”. Il 27 luglio Mostafa è stato ricoverato in seguito a un’aggressione di quattro esponenti del Mek, ripresa in un video dalla moglie. Gli aggressori sono stati fermati dalla polizia albanese, ma sono stati rilasciati dopo che una falange del gruppo si è presentata in caserma. L’organizzazione ha pubblicato diverse lettere attribuite a Somayeh che accusano il padre di essere una spia iraniana. E di recente ha diffuso un video girato all’interno della base in cui la donna, visibilmente scossa, dichiara di voler restare nel gruppo.

I coniugi Mohammadi hanno risposto con lettere aperte rivolte alla figlia e ai politici albanesi. “Sono tua madre e voglio incontrarti”, ha scritto Robabe a Somayeh. “Ti ho nutrita al seno, ti ho tenuta tra le braccia. Sei la mia carne e il mio sangue. Sto invecchiando, ma la mia vita non ha senso senza vederti”. ◆ fdl

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Questo articolo è uscito sul numero 1289 di Internazionale, a pagina 52. Compra questo numero | Abbonati