Nel film Amadeus (1984) l’ambizioso compositore Antonio Salieri è messo in difficoltà dal suo giovane rivale Wolfgang Amadeus Mozart. Non solo perché compone musica geniale apparentemente senza sforzo, ma anche perché è molto amato dalle donne, racconta Rob Compaijen, docente universitario di filosofia dell’università teologica protestante dei Paesi Bassi, nel suo libro Afgunst. Een filosofie van een pijnlijke emotie (Invidia. Filosofia di un’emozione nociva). Oggi questo fenomeno è chiamato anche “sindrome di Salieri”: la frustrazione che nasce quando altri eccellono in qualcosa per cui tu ti stai impegnando moltissimo.

Nessuno parla volentieri di gelosia e invidia. “Le persone si vergognano di provare questo tipo di sentimenti”, dice Karlijn Massar, psicologa sociale all’università di Maastricht. “Li considerano una dimostrazione di insicurezza o del fatto che si guarda con fastidio al successo altrui”.

Anche se sono concetti che spesso vengono confusi tra loro, tra gelosia e invidia c’è una netta differenza. La gelosia sorge soprattutto all’interno delle relazioni: è la paura di perdere qualcuno a favore di un possibile rivale. L’invidia, invece, nasce dal desiderio di avere qualcosa che appartiene a un’altra persona, che sia lo status sociale, il successo, l’aspetto fisico o i beni materiali.

Gli esperti distinguono tra invidia benigna e maligna. Nel primo caso (benign envy) il successo altrui diventa uno stimolo a migliorarsi. “Si prende l’altro come modello”, spiega la psicologa Pieternel Dijkstra, autrice del libro Jaloezie. Omgaan met jaloerse gevoelens (Gelosia. Come gestire questo sentimento). Per esempio, se un’amica è in ottima forma, può diventare uno stimolo ad allenarsi più spesso.

L’invidia maligna (malicious envy) si spinge oltre: è quando non si vuole che l’altra persona abbia successo. “In questa variante il divario appare impossibile da colmare”, dice Dijkstra. “Per esempio quando un’amica ha un fisico migliore del tuo e tu hai la sensazione che, per quanto possa impegnarti, non riuscirai mai a raggiungere lo stesso risultato”. A quel punto può nascere il desiderio di sminuirla, magari parlando male di lei o minimizzando i suoi successi.

Se un amico è bravo a tennis ma a te quello sport non interessa, probabilmente non proverai invidia. “In quel caso il suo talento non mette in discussione l’immagine che hai di te stesso”.

Segnale d’allarme

Quando si parla di gelosia, invece, si pensa subito a comportamenti manipolatori o a una coppia che litiga a una festa. Ma c’è di più: questo sentimento funziona anche come utile segnale d’allarme. “Dal punto di vista evolutivo, ha una funzione importante”, dice Massar. “Serve a proteggere una relazione. Spinge ad agire quando qualcuno percepisce una minaccia dall’esterno”.

Le persone valutano in modo automatico e inconsapevole i possibili rivali in amore, ha concluso Massar durante il suo dottorato di ricerca. Inoltre, si è visto che le cause scatenanti della gelosia sono diverse per le donne e per gli uomini. In un esperimento, alle donne è stata mostrata per una frazione di secondo una fotografia di un viso femminile, e poi hanno dovuto leggere la descrizione di una scena in cui un uomo e una donna flirtano a una festa.

Le donne che, senza rendersene conto, avevano visto il viso di una donna attraente, riferivano di aver provato più gelosia rispetto a quelle che avevano visto il volto di una donna meno attraente. Negli uomini, invece, un bel viso maschile non ha provocato alcuna gelosia, ma un fisico muscoloso sì.

Una leggera forma di gelosia può anche avere un effetto positivo. “È il segno che quella relazione è importante per te”, spiega Massar. Spesso le persone hanno paura che il loro partner le consideri deboli se ammettono di essere gelose. “Mentre parlarne può essere d’aiuto”.

Rovescio della medaglia

“In generale tendiamo a reprimere o mascherare l’invidia perché la giudichiamo severamente”, dice Dijkstra. Ma così finiamo per restarne intrappolati. E inconsciamente rischiamo di assumere un atteggiamento ostile verso quella collega di successo o quell’amico così in forma. “Il primo passo è riconoscere i propri sentimenti”, spiega la psicologa. “Creandogli spazio si può reagire in modo più consapevole”.

La tendenza a paragonarsi agli altri è del tutto naturale, ma bisogna tenere conto di alcune cose. Di solito notiamo soprattutto i successi altrui. “Invece bisogna domandarsi: che cosa ha dovuto fare quella persona per arrivare dove sognava di essere?”, dice Dijkstra. “Magari la tua collega ha ottenuto una promozione lavorando tutti i fine settimana, e così facendo ha mandato in crisi il suo matrimonio”. Quando ci rendiamo conto del rovescio della medaglia, proviamo ancora la stessa invidia?

Chi prende in considerazione solo i traguardi raggiunti dagli altri rischia di allontanarsi dai propri obiettivi, ritrovandosi a desiderare l’auto sportiva del vicino o magari un viaggio intorno al mondo. “Invece bisogna riuscire a concentrarsi sul proprio percorso”, dice Dijkstra.

In psicologia questo fenomeno si chiama confronto temporale: non ci si paragona agli altri, ma a una versione precedente di se stessi. “A che punto ero un anno fa? Che passi avanti ho fatto da allora? E dove voglio arrivare?”. Così si sposta l’attenzione dalla competizione alla crescita personale.

Se conduce all’introspezione, l’invidia non è per forza un sentimento negativo. “Anzi, può motivare le persone a porsi degli obiettivi e a sviluppare le proprie capacità”, dice Massar. “Quando si prova invidia bisogna chiedersi perché una cosa ci tocca tanto”.

A volte, chi è invidioso di un collega ha solo bisogno di più riconoscimento. “Spesso l’invidia fa emergere una necessità non soddisfatta e, alla fine, dice qualcosa soprattutto sulla persona che la prova”. ◆ oa

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Questo articolo è uscito sul numero 1672 di Internazionale, a pagina 100. Compra questo numero | Abbonati