Le proteste che si sono svolte in tutta la Russia il 23 gennaio sono state diverse dalle mobilitazioni degli ultimi anni, per esempio le manifestazioni di Mosca dell’estate 2019 o quelle che si sono svolte tra il 2019 e il 2020 a Chabarovsk, Ekaterinburg e Šies. I manifestanti non hanno avanzato rivendicazioni eterogenee (fattore che in passato aveva fatto sembrare incoerente il programma dell’opposizione), avevano invece gli stessi obiettivi: opposizione al regime e sostegno ad Aleksej Navalnyj. E le mobilitazioni sono state sostenute da una base più ampia del solito. Molte persone sono scese in piazza non per sostenere Navalnyj, ma per denunciare il trattamento che lo stato russo gli ha riservato: prima l’avvelenamento, poi l’arresto al suo rientro a Mosca. È stata una protesta contro l’illegalità e – alla luce delle modifiche alla costituzione che permettono al presidente Vladimir Putin di rimanere al Cremlino fino al 2036 – contro l’usurpazione del potere.

Un’altra novità è stata la mancanza di slogan e cartelli ironici. I manifestanti erano seri, perfino cupi. Non chiedevano il riconteggio dei voti di un’elezione, il rispetto della legge, il reintegro di un governatore o l’abbandono del progetto per una discarica o una nuova chiesa. Protestavano contro il tentato omicidio e l’arresto di un attivista dell’opposizione.

Non abbiamo ancora a disposizione studi sociologici, ma l’ipotesi che a partecipare siano stati soprattutto i giovanissimi sembra infondata. I più agguerriti non sembravano i tipici manifestanti filodemocratici. Potrebbero invece essere descritti come esponenti di un proletariato giovane, urbano e postindustriale. Molto probabilmente sono persone impiegate nel terziario e negli uffici, insoddisfatte del loro lavoro, del salario e delle prospettive.

Contro le élite

Anche la posizione dell’occidente sembra più ferma che in passato, cosa che alimenta le paure del regime di Mosca e di una parte della popolazione russa. Le capitali occidentali sostengono i manifestanti e condannano le azioni dei servizi di sicurezza di Putin. In questa situazione Navalnyj è diventato la seconda voce russa più ascoltata all’estero dopo quella di Putin. Ormai è un politico di statura globale. Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha dichiarato che Washington sarà “al fianco dei suoi alleati e dei suoi partner nella difesa dei diritti umani”. Ne consegue che il partner di Biden in Russia non è Putin ma Navalnyj, il quale è quindi anche un alleato nella battaglia contro Putin. La posizione statunitense può essere in parte una risposta alle interferenze russe nelle elezioni presidenziali del 2016.

Le proteste del 23 gennaio sono state chiaramente contro il regime, contro le élite e contro la corruzione, ma non necessariamente liberali, filoccidentali e filodemocratiche. Non stupisce, quindi, che facciano paura non solo al potere, ma anche a chi nella società russa ha successo, compresi quelli che non si considerano sostenitori del Cremlino.

Gli organizzatori stanno cercando di dare alle proteste una cadenza settimanale, almeno fino a quando Navalnyj rimarrà in prigione. In Russia sta quindi prendendo forma una situazione simile a quella della Bielorussia. Le manifestazioni diventeranno eventi di routine e faranno da sfondo nelle relazioni internazionali del Cremlino. Come abbiamo visto a Minsk e Chabarovsk, le mobilitazioni possono andare avanti per mesi, nell’attesa di episodi che rompano lo stallo. Per ora il tempo è dalla parte del regime. Ma non sarà sempre così. ◆ ff

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Questo articolo è uscito sul numero 1394 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati