Il 24 giugno Pierre Masselot ha ricevuto un messaggio dall’asilo della figlia – a meno di 80 chilometri dalla stazione meteorologica che per prima ha superato il record della temperatura più alta mai raggiunta a giugno nel Regno Unito – che chiedeva ai genitori di andare a prendere i bambini in anticipo, perché gli edifici della scuola stavano diventando pericolosamente caldi.

Nel corso della settimana scene simili si sono ripetute in tutta Europa, colpita dall’ondata di calore più intensa e diffusa della sua storia, un fenomeno opprimente aggravato dalle emissioni di gas serra e reso ancora più intollerabile dai ripetuti fallimenti nella preparazione. La Francia ha vissuto il suo giorno più caldo dall’inizio delle misurazioni, mentre nel Regno Unito e in Svizzera sono stati infranti i record per il mese di giugno.

Masselot, epidemiologo ambientale della London school of hygiene & tropical medicine, è diventato uno dei principali studiosi europei che cercano di stabilire il vero bilancio di decessi dovuti alle ondate di calore. I giorni scorsi gli hanno ricordato la terribile estate del 2003, quando era troppo giovane per temere per la propria salute, ma abbastanza grande da comprendere gli orrori che si preannunciavano.

Nel 2003 Masselot era un adolescente del sud della Francia che giocava a pallacanestro sotto il sole in un campo estivo, mentre il caldo asfissiante d’agosto trasformava in forni le città di tutta Europa. Le giornate torride mettevano alla prova la resistenza dei corpi umani e le notti bollenti rendevano impossibile prendere sonno. Gli anziani, in particolare le donne e le persone che vivevano da sole, costituirono buona parte delle 70mila vittime del caldo estremo di quell’anno.

Oggi le eccezioni del passato sono diventate la norma, e presto le eccezioni di oggi diventeranno la norma di domani. Quando il figlio appena nato di Masselot avrà 14 anni, la stessa età che aveva Pierre nel 2003, il riscaldamento globale avrà abbondantemente superato la soglia degli 1,5 gradi in più rispetto al periodo preindustriale, che nel 2015 i leader mondiali avevano promesso di non oltrepassare prima della fine del secolo, e le temperature estreme avranno raggiunto livelli inimmaginabili. “I climatologi hanno detto mille volte che ci sarebbero stati molti più anni come il 2003”, spiega Masselot, che oggi ha 37 anni. “Ora è dolorosamente evidente che avevano ragione”.

Eppure, nonostante i ripetuti avvertimenti e una consapevolezza sempre maggiore, le ondate di caldo continuano a mettere in ginocchio ampie aree del continente. In Inghilterra diversi ospedali hanno registrato situazioni di emergenza causate dal calore estremo, come guasti ai sistemi di raffreddamento e ai servizi informatici essenziali. Le scuole, i luoghi di lavoro e le ferrovie sono sprofondati nel caos e sono scoppiati incendi boschivi. In Francia, dove metà delle abitazioni non è protetta in modo adeguato dal calore intenso, più di 55 persone sono annegate cercando refrigerio, quattro bambini sono morti dentro auto roventi e due reattori nucleari sono stati chiusi a causa della mancanza di acqua per il raffreddamento.

Morti evitabili

L’Europa non è stata capace di imparare dal passato? La devastante estate del 2003 aveva innescato i primi tentativi seri di affrontare il caldo estremo. I governi avevano collegato i sistemi di allerta tempestiva a misure di risposta rapida all’aumento delle temperature, come i limiti agli spostamenti, la chiusura delle scuole e la cancellazione delle visite non urgenti negli ospedali. Gli studi hanno dimostrato che quelle iniziative sono state efficaci. Oggi i tassi di mortalità sono molto meno sensibili alle variazioni della temperatura. Una ricerca pubblicata a novembre ha stabilito che se l’ondata del 2003 si ripetesse oggi con la stessa intensità, le vittime sarebbero il 75 per cento in meno.

Ma allo stesso tempo le ondate di caldo sono sempre più intense, lunghe e frequenti, e non è chiaro se gli sforzi per adattarsi riusciranno a stare al passo con l’aumento della concentrazione di gas serra nell’atmosfera. Quest’anno i sistemi d’allerta si sono attivati prima ancora dell’inizio dell’estate, quando l’ondata di caldo di maggio ha investito l’Europa nordoccidentale superando i record di temperatura per il mese di maggio nel Regno Unito di ben due gradi. Due settimane dopo, il direttore regionale per l’Europa dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), Hans Kluge, ha presentato a Berlino l’aggiornamento delle linee guida per i piani d’azione sanitari contro il caldo, a 18 anni dalla prima pubblicazione. Sono passate altre due settimane e a Berlino la temperatura ha raggiunto i 40 gradi.

Capitali del rischio
Morti in eccesso stimate tra il 24 e il 26 giugno 2026 nelle diverse zone d’Europa, per città (The Lancet Planetary Health/Open Meteo/The Economist)

“È una doppia tragedia”, ha dichiarato Kluge riferendosi alle 200mila persone che secondo l’Oms hanno perso la vita a causa del caldo negli ultimi quattro anni. “Prima di tutto, la maggior parte di questi decessi si sarebbe potuta evitare; in secondo luogo è solo la punta dell’iceberg. Altri milioni di persone soffrono sul piano fisico e mentale”.

Il cambiamento climatico sta riscaldando l’Europa più rapidamente di qualsiasi altro continente, a causa delle dinamiche locali e della vicinanza all’Artico che si scioglie. L’ondata di caldo attuale non fa eccezione. Uno studio di attribuzione rapida pubblicato il 26 giugno dal World weather attribution (Wwa) ha concluso che cinquant’anni fa un fenomeno simile sarebbe stato “virtualmente impossibile” in questo periodo dell’anno.

Un aspetto particolarmente problematico per la salute umana è dato dalle temperature notturne estreme registrate nei giorni scorsi, che secondo gli scienziati oggi sono cento volte più probabili rispetto al 2003, mentre la probabilità di picchi diurni è aumentata di dieci volte. I ricercatori hanno escluso qualsiasi influenza del Niño, il fenomeno climatico ricorrente che è appena cominciato nel Pacifico. El Niño raggiungerà l’apice solo alla fine dell’anno, e probabilmente renderà il 2027 l’anno più caldo mai registrato.

Per gli scienziati, che da tempo lanciano l’allarme sul peggioramento delle ondate di caldo dovuto all’aumento della concentrazione di gas serra, l’incapacità di seguire le loro indicazioni è diventata esasperante. “C’è una triste inevitabilità in tutto questo. Gli scienziati come me continuano a ripetere le stesse cose, anno dopo anno”, ha detto Friederike Otto, climatologa dell’Imperial college London e coautrice dello studio del Wwa. “Sì, è il cambiamento climatico. Sì, è colpa nostra. No, El Niño non c’entra. In sostanza stiamo facendo un viaggio di sola andata verso un futuro più pericoloso, ed è ora di tirare il freno”.

Condizionare con moderazione

Cosa si può fare? Gli esperti chiedono di creare più ombra per tenere il caldo fuori dalle case, migliorare la ventilazione per raffreddarle e incrementare gli spazi verdi nelle città per contrastare l’effetto isola di calore. Gli ospedali hanno bisogno di maggiori risorse e i cittadini dovrebbero controllare come stanno i vicini più anziani o vulnerabili. Alcuni esperti sconsigliano il ricorso massiccio ai sistemi di climatizzazione, perché aumenta il rischio di blackout e peggiora l’effetto isola di calore, ma pensano che siano comunque necessari nelle case di riposo, negli ospedali, nelle scuole e nei trasporti pubblici. Le ultime linee guida dell’Oms raccomandano un ricorso moderato all’aria condizionata, sottolineando che “non è una soluzione sostenibile per la società” ma “resta cruciale” per chi è più esposto ai rischi delle alte temperature.

La posizione dell’Oms è stata criticata aspramente dall’estrema destra statunitense, che ha trasformato l’avversione dell’Europa all’uso indiscriminato dell’aria condizionata in un simbolo di un continente povero e troppo regolamentato. In un post su X rilanciato da Elon Musk (l’uomo più ricco del mondo nonché proprietario della piattaforma), un dirigente di un’azienda tecnologica statunitense ha pubblicato un testo generato da un programma di intelligenza artificiale in cui si leggeva che “gli europei dovrebbero semplicemente installare l’aria condizionata” e che “l’approccio statunitense all’estate è stato giusto fin dall’inizio”. Il post è stato visualizzato 19,5 milioni di volte.

Idee simili sono state espresse dai partiti di estrema destra europei, che si oppongono ai tentativi di espandere le energie pulite o migliorare l’efficienza energetica delle abitazioni. Appena un anno fa la leader dell’estrema destra francese Marine Le Pen aveva chiesto un “grande piano” per l’aria condizionata, nella stessa settimana in cui il suo partito aveva cercato di bloccare la costruzione di impianti eolici e solari. L’ultima ondata di caldo ha riacceso il dibattito in Francia, a meno di un anno dalle elezioni presidenziali.

Memoria corta

Ciononostante gli appelli a ridurre le emissioni continuano a essere ignorati, mentre i governi centristi di tutta Europa annacquano le misure contro il cambiamento climatico e per l’ambiente in nome della competitività. Il 23 giugno il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, intervenendo alla London climate week, ha ribadito il suo invito ad abbandonare i combustibili fossili. Il giorno successivo una conferenza sulla gestione delle temperature estreme è stata cancellata perché faceva troppo caldo. L’indomani il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha invitato il probabile prossimo primo ministro britannico Andy Burnham ad “aprire il mare del Nord” all’estrazione di petrolio e gas, anche se gli esperti dicono che il 90 per cento delle sue riserve accessibili di combustibili fossili è già stato usato.

Masselot, che da bambino passava le estati seduto in casa con le persiane chiuse – “praticamente vivevamo in una grotta dalle dieci del mattino alle sei del pomeriggio” – sottolinea che almeno nella società è cresciuta la consapevolezza dei rischi legati al caldo e dei modi migliori per affrontarli. “La gente ha imparato qualche lezione e oggi sappiamo quali possono essere le conseguenze del caldo”, spiega. “Ma a volte sembra che appena l’estate finisce ci dimentichiamo tutto”. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1672 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati