Si dice che la speranza sia l’ultima a morire. Ma cosa resta quando la speranza svanisce? Rimanere fedeli alla propria missione, afferma Bolot Temirov, che condivide questo principio con la moglie Makhabat Tazhibek Kyzy. Nel 2020 hanno fondato insieme i canali d’informazione Temirov Live e Ait Ait Dese e hanno giurato che, qualunque cosa fosse successa, non avrebbero mai tradito il loro pubblico: avrebbero continuato a denunciare la corruzione delle élite kirghise e le ingiustizie nel paese. Perché, spiega Temirov, è da questo che dipende il futuro del Kirghizistan.

Esilio e carcere

La speranza di Temirov ha cominciato a vacillare nel 2022, quando è stato privato della cittadinanza ed espulso in Russia, dove aveva vissuto per molti anni, con il divieto di fare ritorno in patria. Successivamente, nel gennaio 2024, undici dipendenti delle sue testate giornalistiche, tra cui la moglie, sono stati arrestati e accusati di aver istigato proteste non autorizzate. Nel novembre 2024 Tazhibek Kyzy è stata condannata a sei anni di carcere per un video in cui affermava che il Kirghizistan aveva bisogno di cittadini capaci di imparare dai propri errori e di scegliere saggiamente i propri leader. A un altro giornalista, Azamat Ishenbekov, sono stati inflitti cinque anni di prigione. Gli altri imputati hanno ricevuto condanne con sospensione della pena, con il divieto di lasciare il paese e di lavorare nell’informazione.

Il figlio di Temirov e Tazhibek Kyzy è stato affidato alle cure dello stato. Come gesto di buona volontà, le autorità hanno concesso che vivesse con la nonna. È stato allora che Bolot ha perso la speranza. E a quel punto non gli è rimasta che la missione che si era dato insieme a Makhabat.

Il problema della corruzione

Tutto questo è successo in un paese che fino a poco tempo fa era definito “l’unica isola di democrazia dell’Asia centrale”. A differenza di quanto succede negli stati vicini, in Kirghizistan erano attive decine di organizzazioni non governative e c’erano mezzi d’informazione indipendenti, tra cui alcuni siti di giornalismo d’inchiesta noti anche oltre i confini della regione.

Per anni il Kirghizistan è stato il beniamino dell’occidente: anche senza essere riuscito a sradicare il problema della corruzione, era la dimostrazione concreta del fatto che la democrazia può esistere pure in una regione tradizionalmente autoritaria come l’Asia centrale. Per gli stessi motivi che lo facevano lodare in occidente, il Kirghizistan non era preso troppo sul serio dai vicini. Parlando con i funzionari dell’Uzbekistan e del Kazakistan non era raro sentire osservazioni sprezzanti sul paese: la cosa più importante – dicevano – è introdurre le riforme democratiche con grande cautela per evitare uno “scenario kirghiso”, fatto di confusione e instabilità politica. Negli ultimi trent’anni il Kirghizistan è stato teatro di tre rivoluzioni: nel 2005, nel 2010 e nel 2020.

Le proteste sono sempre state innescate dagli abusi della classe dirigente, dalla corruzione o dai brogli elettorali. Dopo ogni rivolta popolare sono state indette elezioni ed è arrivata al potere una nuova squadra di governo. Ogni volta i kirghisi hanno immaginato che le cose sarebbero migliorate. E ogni volta, con il passare del tempo, i nuovi leader si sono dimostrati non troppo diversi dai precedenti.

Biškek, Kirghizistan, ottobre 2023 (Ivor Prickett, Panos)

Temirov, che ha 46 anni, e Tazhibek Kyzy, che ne ha 34, hanno aperto i loro canali su YouTube nel 2020. Il primo è stato Temirov Live, che è partner locale dell’organizzazione Organized crime and corruption reporting project e pubblica inchieste sulla corruzione e i segreti dell’establishment kirghiso. Il secondo, Ait Ait Dese, traduce i risultati delle inchieste in poesia e canti popolari. In questo modo le informazioni, spesso piuttosto complesse, riuscivano a raggiungere centinaia di migliaia di persone. “Makhabat e io sognavamo di creare dei mezzi d’informazione davvero capaci di essere un quarto potere, di adempiere alla vera missione del giornalismo, cioè vigilare sulle autorità e presentare ai leader del paese il punto di vista dei cittadini più deboli”, mi spiega Temirov al telefono. “Non ci siamo mai considerati militanti dell’opposizione. Quel ruolo spetta ai politici. Noi facevamo semplicemente il nostro lavoro di giornalisti, denunciando le malefatte delle autorità, su cui non è mai stata fatta chiarezza”.

Per motivi di sicurezza, Temirov non vuole rivelare in quale paese si trova oggi. Si limita a dire che vive in Europa.

Nell’ottobre 2020, pochi mesi dopo l’apertura dei canali tv di Temirov e Tazhibek Kyzy, in Kirghizistan si sono svolte le elezioni parlamentari, vinte dal partito allora al potere, il socialdemocratico Birimdik. Per i kirghisi era evidente che il voto era stato truccato: le strade della capitale Biškek si sono subito riempite di gente, proprio come dieci e quindici anni prima.

I manifestanti hanno occupato la prigione e liberato l’ex presidente Almazbek Atambaev, che stava scontando una pena per corruzione, e un altro detenuto: Sadır Japarov, condannato a undici anni e sei mesi per sequestro di persona. Sarebbe stato lui, poco dopo, a cambiare il paese.

Decine di attivisti, giornalisti, oppositori e semplici cittadini sono coinvolti in procedimenti penali per istigazione alla rivolta

Japarov, che oggi ha 56 anni, ha cominciato a fare politica nel 2005, ma è diventato noto dopo la rivoluzione del 2010, distinguendosi per il suo attivismo contro lo sfruttamento delle miniere d’oro nazionali da parte di aziende straniere, accusate di arricchirsi, insieme alle élite locali corrotte, alle spalle del popolo. Dal 2013 Japarov è stato l’organizzatore delle proteste nella zona di Kumtor, dove si trova la più grande miniera d’oro del paese.

Durante una di queste manifestazioni i suoi sostenitori hanno chiuso il sindaco della città di Karakol in un’auto. Per questo Japarov era stato accusato di sequestro di persona. Tuttavia è riuscito in qualche modo a lasciare il paese, e per tre anni ha vissuto tra Kazakistan, Russia, Turchia e Cipro, occupandosi anche dei migranti kirghisi in Russia, spesso vittime di discriminazioni e vessazioni.

Poi, nel 2017, Japarov è tornato in Kirghizistan, pur sapendo che sarebbe finito in prigione. Durante la detenzione si è occupato di politica, corruzione e ingiustizie sociali, e ha elaborato la sua visione per il futuro del paese. Subito dopo l’arresto ha anche cercato di tagliarsi la gola, ma è sopravvissuto. Non ha mai spiegato i motivi di quel gesto. Qualche mese più tardi è morto suo padre, e nel 2019 anche la madre e il figlio maggiore, deceduto in un incidente d’auto. I giudici non gli hanno permesso di partecipare ai funerali.

L’insensibilità dei politici e le tragedie personali hanno fatto conquistare a Japarov la simpatia dei kirghisi. In molti hanno cominciato a considerarlo l’unica speranza per un paese diverso e migliore.

Poco dopo, durante la rivoluzione del 2020, Temirov e la sua squadra hanno documentato quotidianamente le proteste popolari. Spesso i manifestanti li avvicinavano per ringraziarli del loro lavoro. Temirov era presente quando Japarov è stato liberato dal carcere dai suoi sostenitori. Quello stesso giorno, il presidente Sooronbai Jeenbekov ha annullato i risultati delle elezioni e il primo ministro si è dimesso. L’opposizione parlamentare non è riuscita a formare un nuovo governo e, in violazione di ogni norma costituzionale, Sadır Japarov, appena scarcerato, è stato nominato capo del governo ad interim. L’opposizione ha contestato la nomina, proponendo un proprio candidato, ma Japarov non aveva nessuna intenzione di farsi da parte. A quel punto i kirghisi sono scesi in piazza per protestare contro la sua nomina e per chiedere anche le dimissioni del presidente Jeenbekov.

“È stato allora che sono cominciate le aggressioni contro i militanti dell’opposizione”, ricorda Temirov. “I sostenitori di Japarov lanciavano pietre contro i manifestanti. Ci sono stati perfino tentati omicidi, sparatorie, rapimenti. Erano coinvolte anche le bande criminali, che cercavano di costringere l’opposizione a sostenere Japarov come primo ministro”, continua Temirov. “Anche i mezzi d’informazione erano presi di mira. Ci aspettavano davanti alla redazione, ma non mi hanno trovato”.

Presto ha cominciato a circolare la voce che Japarov fosse sostenuto da due figure influenti: Kamchybek Kolbayev, un potente boss della criminalità organizzata, e Raimbek Matraimov, ex vicecapo del servizio delle dogane. Secondo alcune inchieste condotte da mezzi d’informazione kirghisi e internazionali, Matraimov avrebbe costruito una rete di corruzione e contrabbando su scala internazionale, sottraendo al paese circa 700 milioni di dollari.

In questa situazione, la posizione di Japarov si è rafforzata rapidamente. Alla metà di ottobre del 2020 il presidente Jeenbekov si è dimesso, chiedendo a Japarov e all’opposizione di mettere fine alle proteste. Al suo posto doveva essere nominato il presidente del parlamento, che però ha rifiutato di assumere la carica. A quel punto è stato Japarov ad autoproclamarsi capo dello stato.

Da Biškek a Mosca

Per le strade di Biškek è tornata la calma e i politici hanno cominciato a prepararsi alle nuove elezioni presidenziali. Anche Japarov ha deciso di candidarsi. E approfittando dei poteri che gli dava il ruolo di presidente ad interim ha stabilito che, insieme alle elezioni, si sarebbe tenuto anche un referendum costituzionale per decidere se ampliare i poteri del capo dello stato. Il sistema proposto da Japarov era quello già applicato nei paesi vicini, dove il pugno di ferro del presidente è garanzia di stabilità e ordine, anche se non necessariamente di democrazia e libertà civili.

A differenza di quanto succede negli stati vicini, in Kirghizistan erano attive decine di ong e c’erano mezzi d’informazione indipendenti

Il risultato delle elezioni, che si sono tenute nel gennaio 2021, era prevedibile: Japarov ha incassato il 79 per cento dei voti alle presidenziali e l’81 per cento dei sì alla modifica della costituzione.

Una delle sue prime decisioni è stata la nazionalizzazione della miniera d’oro di Kumtor, espropriata agli investitori canadesi.

Per consolidare il suo potere, Japarov si è affidato al fedele amico Kamchybek Tashiev, che lo aveva affiancato fin dall’inizio della carriera politica. Oggi Tashiev è il capo dei servizi segreti. Si dice che governino in tandem. Molti giornalisti kirghisi sono perfino convinti che sia Tashiev a prendere le decisioni più importanti. I due si sono sbarazzati anche dei loro protettori politici. Nel 2023 il capo criminale Kolbayev è stato ucciso in uno scontro con i servizi di sicurezza; nel 2024 Matraimov è stato espulso dall’Azerbaigian e rimpatriato in Kirghizistan (non è in carcere, ma non può lasciare il paese).

Le nuove autorità hanno preso di mira anche l’informazione e le organizzazioni per la difesa dei diritti umani: esattamente quelle istituzioni che avevano reso la società civile del Kirghizistan la più attiva e solida di tutta l’Asia centrale.

“Il giro di vite è cominciato subito”, mi racconta Eldiyar Arykbaev, ex caporedattore del sito d’inchiesta Kloop, che ha lasciato il Kirghizistan nel 2022. “Prima è stata introdotta una costituzione che concentra tutti i poteri nella figura del presidente, poi è cominciata la repressione delle opposizioni. È stata varata una legge sui cosiddetti agenti stranieri, simile a quella adottata anni fa in Russia per mettere a tacere la società civile. E poi hanno cominciato ad arrestare anche chi pubblicava sui social dei post per criticare il governo”.

“Ognuno di questi provvedimenti ha rafforzato il clima di terrore”, continua Arykbaev. “Se nel 2021 potevamo ancora scendere in piazza e protestare, oggi la gente ha paura anche solo di criticare le istituzioni. Perché si rischia immediatamente una verifica fiscale o un processo per istigazione alla rivolta”.

Arykbaev ritiene che i servizi segreti (che in Kirghizistan si chiamano comitato statale per la sicurezza nazionale) siano diventati semplicemente uno strumento di repressione contro gli oppositori: “Seguono il canovaccio di ogni dittatura: prima hanno preso di mira l’opposizione, poi i giornalisti e gli attivisti, e infine i cittadini comuni”.

Il primo a finire nel mirino è stato Bolot Temirov. Nel 2022 alcuni agenti in borghese hanno fatto irruzione nella sua redazione e hanno trovato della droga. Temirov ha accusato la polizia di aver organizzato una messa in scena per incastrarlo. Alla fine la provocazione non ha avuto successo: dopo le proteste dell’opinione pubblica, la vicenda si è conclusa con un nulla di fatto.

Le autorità hanno quindi deciso di usare un’altra strategia: è stato accusato di aver falsificato dei documenti per ottenere il passaporto kirghiso.

Temirov è nato in Kirghizistan, e quindi aveva diritto al passaporto del paese, ma per anni aveva vissuto con i genitori a Mosca senza mai richiedere il documento. Nel 2001, per proseguire gratuitamente gli studi in Russia, aveva preso anche la cittadinanza russa. Solo più tardi, una volta tornato definitivamente a Biškek, aveva presentato domanda per il passaporto kirghiso.

Le autorità hanno però ritenuto che avesse usato documenti non suoi. Gli agenti l’hanno portato direttamente dall’aula di tribunale all’aeroporto. Senza documenti, senza bagagli e senza permettergli di salutare i familiari. “Quando siamo atterrati a Mosca era quasi mezzanotte”, ricorda Temirov. “Per farmi entrare nel paese senza passaporto, gli agenti che mi accompagnavano hanno mostrato alle guardie di frontiera una foto della sentenza del tribunale che avevano ricevuto su WhatsApp”.

Temirov ha atteso tre mesi per ottenere un nuovo passaporto russo, poi ha lasciato il paese.

Non mollare

Ma il regime kirghiso non si è limitato a colpire Temirov. Oggi decine di giornalisti, attivisti, politici dell’opposizione e semplici cittadini sono coinvolti in procedimenti penali, quasi sempre per incitamento alla rivolta: proprio quella rivolta che, ironia della sorte, nel 2020 aveva portato al potere Japarov e Tashiev.

Nonostante il crescente clima di paura, la maggior parte dei kirghisi oggi non è arrabbiata. Nessuna rivoluzione è all’orizzonte. In compenso la componente della società più attenta alla democrazia vive nel terrore. Ma non è la maggioranza.

La crescita economica marcia a ritmi sostenuti e spesso è confusa con il progresso. Lo stato investe in case per i dipendenti pubblici, le pensioni aumentano e le tv e i giornali filogovernativi elogiano il presidente, il primo a risolvere i problemi invece di crearli.

Cambi di regime

◆ Il Kirghizistan è una repubblica centrasiatica diventata indipendente nel 1991, in seguito alla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Conquistato e annesso formalmente all’impero russo nel 1876, tra il 1937 e il 1991 si è chiamato Repubblica socialista sovietica kirghisa. Ha 7,2 milioni di abitanti, in maggioranza di confessione musulmana sunnita, e un pil pro capite di 2.419 dollari (2024).

◆Dall’inizio degli anni duemila ha vissuto tre cambi di regime segnati da violenze e tensioni. Nel 2005 c’è stata la cosiddetta rivoluzione dei garofani, che ha portato alla destituzione dell’uomo forte Askar Akayev (presidente dal 1990) e dato il potere a Kurmanbek Bakiev, spodestato poi nel 2010 da un’azione di forza dell’opposizione guidata da Roza Otunbaeva. Infine, nel 2020 una serie di manifestazioni popolari hanno portato alla guida del paese Sadır Japarov, che da allora governa con metodi autoritari. Rfe/Rl, Bbc


“Japarov è ancora popolare. Molti lo considerano una vittima dei regimi precedenti. È un uomo del popolo. Parla la lingua della gente comune e sa come creare una connessione diretta con gli elettori”, dice Aksana Ismailbekova, antropologa del centro studi Leibniz-zentrum moderner orient di Berlino.

“Gli attacchi alla libertà di stampa oggi sono presentati come un tentativo di proteggere i valori tradizionali e la moralità dei kirghisi dai siti e dai giornali indipendenti che promuovono ideologie estranee alla loro società. E ai cittadini tutto questo va bene”, dice Ismailbekova.

Oggi Bolot Temirov vive all’estero e ha nostalgia del suo paese, della famiglia e dei colleghi. Non ha una comunità a cui fare riferimento. Non fa che lavorare, senza concedersi una pausa.

Il suo canale Temirov Live è ancora molto popolare: è l’unico a informare i kirghisi su tutto quello che i mezzi d’informazione nazionali non possono raccontare. Compresa la corruzione delle autorità attuali.

“È difficile stare lontano dal mio paese, dalla famiglia, da mio figlio. E non poter fare nulla per cambiare le cose”, dice Temirov alla fine della nostra conversazione.

Non ha più speranze. Però non molla: “Faccio semplicemente il mio lavoro. La mia vita non mi appartiene più. Ma ho una missione: combattere il male che sta distruggendo la mia patria”. ◆ sb

Agnieszka Pikulicka-Wilczewska è una giornalista polacca. Si occupa soprattutto dell’area ex sovietica. Sulla regione dell’Asia centrale ha scritto Nowy Uzbekistan (Il nuovo Uzbekistan, Wydawnictwo Czarne 2023).

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Questo articolo è uscito sul numero 1629 di Internazionale, a pagina 50. Compra questo numero | Abbonati