Come in ogni biennale, si parte dai numeri da record: a Lione si contano 42 nazionalità e quasi 120 artisti. Stesso sapiente equilibrio tra il gigantismo di opere che devono colpire e alcune sorprese disseminate in angoli insoliti o luoghi dal fascino d’altri tempi. E la stessa audacia delle squadre curatoriali nel raccogliere le sfide lanciate da artisti dalle grandi ambizioni. Per esempio i 260 metri cubi di scisto proveniente dalle discariche di carbone nella regione di Saint-Étienne portati della spagnola Lara Almarcegui o il labirinto con schede elettroniche, vecchie stampanti e cavi obsoleti del ghanese Akwasi Bediako Afrane. La 18a Biennale di Lione si articola tra Les grandes locos, un enorme sito postindustriale, il museo d’arte contemporanea e quello dei tessuti, crocevia della via della seta. La curatrice Catherine Nichols si è chiesta come una città prospera e industriale sia stata plasmata dall’incontro dei fiumi Saona e Rodano e dalle celebri traboules, passaggi segreti sotterranei che servono come traccia per inserire opere che cercano di sottrarsi a quella che Nichols definisce la “paralisi” del mondo contemporaneo. Libération

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Questo articolo è uscito sul numero 1685 di Internazionale, a pagina 94. Compra questo numero | Abbonati