Tony Leung e Léa Seydoux sono messi in ombra da un ginkgo biloba. Questo albero di quasi duecento anni, piantato nell’orto botanico dell’università di Marburgo, nella Germania centrale, ruba la scena all’altrimenti impeccabile cast di Silent friend. È proprio questo albero, infatti, a occupare maestosamente le inquadrature finali del nuovo film della regista ungherese Ildikó Enyedi (autrice di Corpo e anima, 2017, e Storia di mia moglie, 2021). Questo ginkgo biloba attraversa le tre linee temporali intrecciate che formano la narrazione del film, che si apre poco prima della pandemia di covid-19, nel 2020, quando il neuroscienziato Tony Wong (Leung) comincia a insegnare a Marburgo. Ognuna delle tre storie è radicata nelle problematiche del suo tempo. L’inizio del novecento ha visto l’emergere della fotografia e dei diritti delle donne; gli anni settanta hanno riecheggiato le proteste giovanili e l’ascesa dell’amore libero; la nostra epoca è segnata dal multiculturalismo, dalla globalizzazione e dalla pandemia. Enyedi sottolinea l’importanza di una sorta di consapevolezza rispetto al proprio ambiente. Boris Bastide, Le Monde
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Questo articolo è uscito sul numero 1681 di Internazionale, a pagina 118. Compra questo numero | Abbonati