Uno dei tanti pregi di Tony, il quinto lungometraggio del regista canadese Matt Johnson, è che il film sarebbe altrettanto piacevole anche se il suo soggetto fosse un perfetto sconosciuto. In altre parole, questa storia romanzata delle origini di Anthony Bourdain, il celebre chef, scrittore, narratore e conduttore televisivo morto nel 2018 , non chiede al suo pubblico più di quanto non faccia qualsiasi altro film su un adolescente irriverente alle prese con le difficoltà della sua movimentata età. Lo stesso Bourdain forse è troppo grande per un singolo film, le sue vicissitudini e i suoi talenti sono troppo complessi da ingoiare in un solo boccone. Consapevole di ciò, Johnson ci offre solo un aperitivo, un assaggio di una personalità aspra, complessa e a tratti autodistruttiva. Traendo ispirazione dai primi capitoli del memoir di Bourdain, Kitchen confidential, Johnson ci presenta il suo eroe allampanato di 19 anni durante l’estate del 1975, in cui quasi casualmente si ritrova a lavorare in un ristorante di pesce del Massachusetts. Su una spalla di Tony ci sarà lo chef/angelo interpretato da Antonio Banderas, sull’altra c’è il diavolo Sal (Leo Woodall), un edonista donnaiolo e drogato. Questa tensione è il vero motore del dramma. Jeannette Catsoulis, The New York Times
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Questo articolo è uscito sul numero 1680 di Internazionale, a pagina 80. Compra questo numero | Abbonati