Il Medio Oriente è da sempre un banco di prova per i presidenti degli Stati Uniti. Nel caso di Donald Trump, ne sottolinea l’incompetenza e l’incoerenza. A quasi due anni dalla sua rielezione il bilancio è fallimentare. Lo dimostra, per esempio, la guerra scatenata contro l’Iran insieme a Israele, il cui risultato più concreto è il blocco dello stretto di Hormuz. Washington ha prima mostrato i limiti dell’esercito più potente del mondo. Poi si è rassegnata a un accordo con Teheran, che l’ha sfruttato per rivendicare un controllo senza precedenti dello stretto. Per tutta risposta gli Stati Uniti hanno lasciato intendere che avrebbero ripreso i combattimenti, prima di fare marcia indietro. La dimostrazione di forza si è così trasformata in un’ammissione d’impotenza.

L’alleato israeliano, decisivo nel convincere Trump a lanciarsi nell’avventura iraniana, è responsabile anche dell’altra grande impasse in cui il presidente statunitense si è cacciato: la questione palestinese. Opponendosi all’accordo che prevede il disarmo di Hamas e il ritiro dell’esercito israeliano da quasi il 70 per cento della Striscia di Gaza, il primo ministro israeliano blocca il piano di ricostruzione presentato da Trump nel 2025 con il suo consueto sfarzo. Anche in questo caso l’ammissione d’impotenza è evidente, tanto più considerando la dipendenza di Israele da Washington per la propria difesa.

L’amministrazione statunitense sembra inoltre scoprire solo ora la deriva estremista dei coloni israeliani in Cisgiordania. Appena tornato alla Casa Bianca, infatti, Trump si era affrettato a cancellare le sanzioni contro i coloni violenti, probabilmente l’unica misura, anche se simbolica, adottata dal suo predecessore Joe Biden. Se il presidente degli Stati Uniti ha dimostrato una qualche coerenza in Medio Oriente, è stato proprio negli errori commessi. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1679 di Internazionale, a pagina 15. Compra questo numero | Abbonati