L’artista giapponese Mari Katayama usa il suo corpo per creare delle immagini che combinano fotografie, sculture e tessuti. Nata con una malformazione congenita, Katayama ha subìto l’amputazione di entrambe le gambe all’età di nove anni e da allora usa delle protesi. Da bambina doveva indossare abiti realizzati su misura che sua madre cuciva per lei. Così imparò a farlo anche da sola: era un modo per distrarsi dalla scuola, dove era vittima di bullismo. Crescendo, per scoprire la propria identità e sfidare le categorie imposte dalla società, ha cominciato a sperimentare con la fotografia: “Tutti ci portiamo addosso delle etichette. Nel mio caso potrebbero essere: ‘donna’, ‘figlia’, ‘madre’, ‘moglie’, ‘asiatica’, ‘disabile’, ‘artista’. Dà sicurezza appartenere a qualcosa, ma allo stesso tempo implica una perdita di libertà”, ha scritto Katayama nel suo nuovo libro Synthesis (Mack, Spbh editions, 2025), che raccoglie i lavori realizzati tra il 2019 e il 2025.
Le foto sono state scattate nel suo studio a Gunma, a nordovest di Tokyo. Nei suoi autoritratti ha costruito un universo teatrale di cui è autrice, regista e protagonista. Indossa biancheria intima sensuale, ha capelli perfettamente acconciati e un trucco impeccabile. Si circonda di oggetti che lei stessa costruisce con vari materiali. Lo specchio è un elemento ricorrente, con cui riflette su come ogni immagine di noi stessi e dell’altro sia inevitabilmente distorta. “Le mie fotografie sono finzioni, ma è proprio per questo che dicono qualcosa di vero”, afferma. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1666 di Internazionale, a pagina 72. Compra questo numero | Abbonati