Il dibattito sulla possibilità di separare l’arte dalla politica è antico quanto l’espressione artistica stessa. A dimostrare che la discussione è ancora viva, la 61ª edizione della Biennale di Venezia è stata appena inaugurata tra le polemiche per la presenza di paesi che dominano i titoli dei giornali ma non delle pagine di cultura.
Lungi dall’essere una mostra elitaria, celebrata in una città eccezionale ed estranea agli eventi mondiali, l’attuale edizione della Biennale si è trasformata in uno specchio delle tensioni geopolitiche, dove il mondo dell’arte ha rivendicato il suo diritto di esprimersi, al di là delle opere presentate, su quello che succede nel pianeta.
La guerra della Russia contro l’Ucraina, la catastrofe umana e materiale causata da Israele a Gaza dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, il conflitto in Iran e la strada autoritaria intrapresa da Donald Trump negli Stati Uniti hanno generato polemiche già prima che i padiglioni aprissero al pubblico il 9 maggio: da pochi giorni infatti la giuria internazionale si era dimessa in blocco per protestare contro la presenza di Russia e Israele tra i paesi partecipanti con propri padiglioni ufficiali.
I componenti della giuria hanno ritenuto incompatibile con lo spirito della mostra la presenza ufficiale di due paesi i cui leader, Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu, sono accusati di crimini di guerra. È una protesta legittima. L’Unione europea si è unita alle critiche per la presenza della Russia – ma non di quella israeliana – e ha ribadito la minaccia di ritirare i due milioni di euro con cui contribuisce a finanziare l’evento.Anche gli Stati Uniti hanno alimentato la polemica presentando un artista poco noto ma legato al movimento trumpiano Maga.
I crimini commessi a Gaza e in Ucraina sono impressi nella mente dei cittadini, che faticano a capire il coinvolgimento indiretto dei governi responsabili. Ogni boicottaggio comporta un pericolo se punisce gli artisti più che i leader politici. La protagonista dovrebbe essere la società civile, non i governi e gli stati. Arte e politica sono forse inseparabili, ma bisognerebbe evitare che la seconda strumentalizzi la prima. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1665 di Internazionale, a pagina 17. Compra questo numero | Abbonati