È sera e in una strada del centro di Teheran un venditore ambulante s’inginocchia accanto agli indumenti esposti sul marciapiede, tra le auto che strombazzano. Borbotta a bassa voce, più per lamentarsi che per fare conversazione: “Guarda, questa è la nostra vita ormai”. La gente a piedi si muove intorno a lui, qualcuno rallenta per dare un’occhiata, altri passano o lo aggirano senza fermarsi. A pochi metri, dall’altro lato della strada, si è radunata una folla di persone, tra gli altoparlanti a tutto volume. Le bandiere sventolano, musica e slogan contro gli Stati Uniti e Israele riecheggiano nella notte, accompagnati da canzoni patriottiche.

Le due scene si svolgono contemporaneamente, nello stesso luogo. Eppure offrono impressioni nettamente diverse della vita di oggi a Teheran, tra tensioni e disorientamento. Nel giugno 2025 l’Iran ha vissuto una guerra di dodici giorni contro Israele, che in seguito ha coinvolto anche gli Stati Uniti, il più grande conflitto diretto degli ultimi decenni. A gennaio sono esplose proteste in tutto il paese, represse duramente dalle autorità, e internet è stato bloccato quasi completamente per un mese. Alla fine di febbraio un nuovo attacco di Stati Uniti e Israele ha scatenato un’altra guerra.

Per anni al centro delle preoccupazioni degli iraniani c’erano stati soprattutto il declino economico e l’inasprimento delle restrizioni. “Prima della guerra pensavamo di dover combattere solo la crisi economica e l’aumento dei prezzi”, dice Eye Nafiseh, un’insegnante di lingue. “La vita era già difficile, ma non avremmo mai immaginato che potesse diventare così o, dio non voglia, perfino peggiorare”.

Guardare al futuro

Quando ad aprile è entrato in vigore un fragile cessate il fuoco la situazione economica non è migliorata. I bombardamenti sugli impianti industriali e petrolchimici, sommati all’instabilità generale, hanno contribuito all’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità, del cibo e dei farmaci e alla riduzione del potere d’acquisto. Allo stesso tempo ci sono stati tanti licenziamenti. Alcune aziende hanno subìto il contraccolpo dei danni agli stabilimenti industriali o dei disservizi legati al conflitto, mentre altre hanno sofferto a causa della prolungata interruzione di internet (il blackout più lungo finora nel mondo).

Un piccolo imprenditore del settore manifatturiero, che aveva una clientela prevalentemente legata a Instagram, racconta di un costante calo degli affari e della crescente difficoltà ad affrontare le spese essenziali: “Gli ultimi mesi sono stati duri, prima le proteste, poi la guerra. Tutto ha rallentato. Alcuni giorni pare non finiscano mai”. L’incertezza non è solo economica, ma riguarda anche la pianificazione della vita quotidiana, influenzando il modo in cui le persone si proiettano verso il futuro. Un conducente di auto a noleggio racconta che la figlia di dieci anni ha cominciato a seguire le notizie internazionali per informarsi sulla possibilità di una ripresa del conflitto. “Una bambina dovrebbe pensare a giocare”, si rammarica, “non alla guerra”.

Poco lontano, in una delle tante manifestazioni pubbliche, che sono diventate sempre più frequenti e affollate, una donna con in mano un ritratto della nuova guida suprema esorta la popolazione a sopportare le difficoltà per difendere l’indipendenza nazionale. C’è chi vede in questi raduni il tentativo dell’apparato di potere di mantenere una presenza visibile nello spazio pubblico e mostrare un’immagine di coesione e controllo, sia all’interno sia all’esterno del paese. In gran parte sono organizzati o sostenuti da istituzioni e reti legate allo stato, e spesso sono accompagnati da musica, discorsi e distribuzione di cibo, combinando messaggi culturali e religiosi.

Per i sostenitori sono una dimostrazione di unità e resistenza. Dal loro punto di vista l’attuale situazione è una prova per “i veri credenti” e la considerano temporanea e gestibile, o comunque giustificata all’interno di un più vasto contesto nazionale o religioso. “Non cederemo alle pressioni degli Stati Uniti o di persone come Donald Trump”, dice un partecipante. “Per noi non è solo una questione politica. Si tratta di difendere il paese e quello in cui crediamo. Essere qui oggi è il nostro modo di mostrare supporto a chi è in prima linea. Siamo dalla parte del nostro nezam (sistema)”. Queste differenze di percezione incidono su come le persone sopportano le privazioni e l’instabilità.

Anche l’accesso alle informazioni è disuguale. La maggior parte degli abitanti è soggetta a forti restrizioni e può navigare solo sulle piattaforme nazionali, strettamente controllate dalle autorità. Più di recente alcuni hanno cominciato a usare pacchetti vpn, che però hanno costi stratosferici. Una cerchia ristretta di persone ha una connessione più stabile, che gli consente di seguire i dibattiti online. Questo produce ambienti informativi diversi nella stessa città, aumentando le tensioni.

Realtà parallele

In molte parti di Teheran si vedono ancora segnali di relativa stabilità: il traffico scorre, i ristoranti sono aperti e la vita sociale va avanti. Nei mercati e nei centri commerciali girano ancora clienti, anche se meno numerosi rispetto al passato. Un negoziante in un centro commerciale conferma: “Le persone entrano, guardano, ma non comprano come prima”.

Le espressioni di frustrazione sono rare in pubblico, a causa del clima di prudenza e della presenza delle forze di sicurezza. Tuttavia su internet emergono spesso con più evidenza, anche sulle piattaforme autorizzate dallo stato. “La politica ha bisogno di pensiero, non di slogan”, ha scritto un utente. “A che serve stare in strada a gridare? Se si va avanti così e questa gente rifiuta di vedere la realtà sarà la nostra vita a peggiorare”. Mentre circolano timori per una ulteriore escalation, alcuni tentano di reagire all’ansia crescente. “So che è difficile”, dice Hamid, un imprenditore. “Ma preoccuparsi non cambierà le cose. Dobbiamo andare avanti con le nostre vite”. Per molti adattarsi è diventata un’abitudine.

Da lontano la città sembra un insieme omogeneo. Ma guardando da vicino si scopre che è fatta di esperienze sovrapposte. In una stessa strada si possono trovare contemporaneamente angoscia e determinazione. A Teheran oggi la vita va avanti, non come un’unica condizione condivisa, ma sotto forma di realtà parallele che attraversano uno stesso spazio. ◆ fdl

Questo articolo è firmato con lo pseudonimo Corrispondente di Middle East Eye, usato dai giornalisti che lavorano in zone pericolose per proteggere la loro identità e sicurezza.

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Questo articolo è uscito sul numero 1665 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati