Emmanuel Carrère (Julie Sebadelha, Afp/Getty)

Importa poco che Emmanuel Carrère dica o meno la verità. Da sempre giura di farlo, si presenta come uno “scrittore documentario”, insistendo che la buona letteratura non può mentire. Ne fa una questione centrale, eppure conta relativamente. Almeno per noi lettori. Dal punto di vista di chi gli sta vicino è diverso: lì si avverte una ferita. Ma i suoi libri ci piacerebbero anche se fossero del tutto inventati. Da tempo, infatti, non ci identifichiamo tanto con Carrère quanto con il personaggio che dice “io” nei suoi testi, anche se quell’io non coincide del tutto con lui. Quello che gli chiediamo è di continuare a farci ridere e piangere, a catturarci. Questo conta per noi: aspettiamo che ci racconti ancora la sua vita, l’angoscia della morte, gli amori complicati, la difficoltà di scrivere. Morte, amore e scrittura si intrecciano di nuovo in Kolchoz.

Tornando sulla scomparsa della madre, celebre storica della Russia e segretaria perpetua dell’Académie française Hélène Carrère d’Encausse (1929-2023), con cui i rapporti non sono mai stati facili, il narratore va in cerca dell’amore che pure deve averli legati. Si chiede quanto questo legame abbia orientato (o disorientato) la sua opera, consegnandola a quella malinconia incerta e a quella lucidità depressa che amiamo così tanto ritrovare, libro dopo libro. Tra i ricordi riaffiorano scene e figure: per esempio quella, già presente in Un romanzo russo (Adelphi 2007), del piccolo Carrère che attraversa la piscina sorretto da un istruttore per raggiungere la madre. Qui quel momento diventa il punto di partenza di un’indagine genealogica più ampia, che abbraccia quattro generazioni. Ma la vera variazione riguarda il ritmo: se Un romanzo russo era un libro su crollo e depressione, di Kolchoz colpisce la scrittura solida, quasi serena. La morte della madre, che secondo Roland Barthes rende impossibile la scrittura, per Carrère è invece un nuovo inizio. La descrive come una fine “ammirevole”, segnata dallo stesso desiderio di controllo che aveva guidato tutta la vita di Hélène, insieme a una forma di abbandono. Questo avvio ha qualcosa di violento: mentre la madre si lascia andare, è il figlio a prendere il comando, rompendo silenzi e non detti.
Jean Birnbaum, Le Monde

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Questo articolo è uscito sul numero 1664 di Internazionale, a pagina 92. Compra questo numero | Abbonati