Clara Usón dedica Le belve “a coloro che dubitano”, ed è già una dichiarazione d’intenti: la finzione come territorio per esplorare l’incertezza, approfondire le contraddizioni e la complessità delle cose, per immergerci nella densità della storia e del comportamento umano. Nonostante il marketing della casa editrice faccia ruotare il libro intorno alla “sanguinaria militante dell’Eta Idoia López Riaño”, la protagonista non è lei, ma Miren, personaggio di finzione attraverso cui si intrecciano tutti i fili narrativi. Le belve ha due trame: da una parte la vita di Miren, narrata da una terza persona onnisciente; dall’altra il monologo di María Ortega, una donna che, per motivi che s’intuiscono via via che il romanzo procede, è ossessionata da Idoia López Riaño e dalle attività dell’Eta e dei Gal (i cosiddetti gruppi antiterroristi di liberazione). Il monologo di María si mescola con la voce della terrorista e con quella di Amadeo, un poliziotto legato ai Gal. Clara Usón intreccia con finezza e maestria le due trame, fino a farle convergere in un finale magnifico in cui dispiega tutta la sua intelligenza narrativa. Il punto debole del romanzo è la voce fittizia di López Riaño, e la costruzione del suo personaggio attraverso María non aggiunge molto a quanto già noto. L’immagine che ne rimane è quella un po’ stereotipata di una narcisista crudele che non si è realmente pentita dei suoi crimini. _ Le belve_ è un ottimo romanzo. Non perché tratti della “sanguinaria militante dell’Eta”, detta la tigre, ma nonostante questo. Edurne Portela, El País

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Questo articolo è uscito sul numero 1660 di Internazionale, a pagina 80. Compra questo numero | Abbonati