Appena si scende dall’aereo a Caracas, la capitale del Venezuela, ci si accorge subito dello strano clima nel paese. Alla fine della passerella verso il terminal ci sono molti manifesti con il volto del “ricercato” Edmundo González Urrutia, il vincitore reale delle elezioni presidenziali del 2024, che oggi è in esilio in Spagna. Il percorso per arrivare al controllo dei passaporti è segnalato non solo in inglese e spagnolo, ma anche in arabo, cinese e russo, un fatto insolito in America Latina. Un uomo in giacca e cravatta che sventola un passaporto statunitense riceve un via libera ossequioso dagli agenti dell’immigrazione. Fino a tre mesi fa gli Stati Uniti erano il nemico imperiale per eccellenza. Poi il 3 gennaio hanno catturato con un raid militare il presidente autoritario del Venezuela, Nicolás Maduro, e sua moglie. Oggi lo stesso governo (escluso il vecchio leader) dispensa abbracci e strette di mano a Washington.
La sensazione di un clima surreale è diffusa. Prima della riapertura della vecchia ambasciata il 30 marzo, la missione statunitense operava in gran parte dal 17° piano dell’hotel JW Marriott. I suoi diplomatici stanno sostanzialmente amministrando il paese; un americano sudato che prende l’ascensore per tornare dalla palestra potrebbe essere più potente di un ministro del governo venezuelano.
Lungo le autostrade si vedono manifesti enormi di Maduro che abbraccia la moglie con l’hashtag #losqueremosdevuelta, li rivogliamo indietro, ma nessuno parla più del vecchio leader, tranne che per sottolineare che nessuno parla di lui. Perfino le persone nel governo evitano di pronunciare il suo nome.
I contrasti abbondano. Uomini d’affari vicini al Partito repubblicano, in abiti costosi, attraversano a grandi passi la hall dell’hotel esprimendo con entusiasmo il loro “ottimismo sfrenato” riguardo alle materie prime venezuelane. Non lontano, in un centro commerciale stranamente silenzioso, un prigioniero politico appena rilasciato racconta del periodo trascorso nel temuto carcere di El Helicoide. È uno dei circa settecento detenuti scarcerati da gennaio ma, come molti, è ancora in libertà vigilata e ha delle accuse pendenti sul suo conto. La legge di amnistia approvata dal governo della presidente ad interim Delcy Rodríguez il 19 febbraio è applicata in modo selettivo. Mentre sorseggia una cocada, un dolce frullato al cocco, l’uomo insiste per cambiare tavolo, sospettando che le persone nelle vicinanze siano spie del regime.
Circa 500 prigionieri politici languiscono ancora in carcere e per alcuni dei più disperati ora i familiari hanno il coraggio di parlare pubblicamente. Durante una fiaccolata al tramonto vicino all’Helicoide, Diosairy Infante piange sommessamente mentre parla di suo fratello, Carlos, incarcerato dal settembre 2024. È accusato di diversi crimini, tra cui traffico d’armi per aiutare la leader dell’opposizione María Corina Machado a rovesciare il governo. Infante racconta che il fratello, a cui è stato impedito di assumere un vero avvocato, è stato soffocato con un sacchetto di plastica e costretto a pulire escrementi per mesi. Non è rientrato tra i prigionieri liberati con la legge di amnistia e l’avvocato che gli era stato assegnato d’ufficio ha rifiutato di fare ricorso.
Il momento giusto
Nelle ultime settimane gli insegnanti di Caracas sono scesi in piazza per ottenere stipendi più alti. Prima della cattura di Maduro sarebbe stato impensabile. Durante una manifestazione si sono trovati di fronte a un corteo contro le sanzioni statunitensi, probabilmente organizzato dal governo. Gli autobus dei manifestanti antiamericani erano parcheggiati lungo le strade circostanti. Una donna nel corteo ha ammesso di non sapere perché fosse lì: le era stato detto semplicemente che doveva partecipare. Il corteo è stato annunciato dopo che gli insegnanti avevano chiesto il permesso per la loro manifestazione.
Tra il dolore e le stranezze, però, c’è anche ottimismo. Gli esponenti di Vente Venezuela, il partito di Machado, hanno cominciato a incontrarsi un po’ più apertamente. A La Vega, un quartiere povero dove le baracche ricoprono le colline, circa sessanta persone sono ammassate sulla terrazza di un edificio ancora in costruzione. Parlano di coinvolgere nuovi volontari in vista delle elezioni. Gli organizzatori, tornati a farsi vedere da poche settimane dopo aver passato più di un anno in clandestinità, sono convinti che il Venezuela potrebbe tornare al voto tra nove mesi. Tutti vogliono parlare, il tono è eccitato e di urgenza.
“Questo è il momento”, dice una donna piangendo mentre parla dei suoi figli emigrati per sfuggire alla povertà, che non condividevano le sue stesse speranze di cambiamento. “Siamo più forti che mai, loro non sono mai stati così deboli”, aggiunge riferendosi al governo di Rodríguez. Una donna di 87 anni, salita faticosamente per le scale traballanti, annuisce con decisione. Un’altra persona sottolinea la necessità di un cambiamento lamentandosi delle interruzioni di corrente, dell’acqua a intermittenza e delle code per le bombole del gas. “Non è certo al country club che stiamo facendo questa riunione”, dice facendo ridere tutti.
Instabilità
Il Caracas country club offre tè freddo, panorami mozzafiato, una piscina scintillante e un po’ di sollievo dai blackout. Un possibile boom degli investimenti ha suscitato così tanto entusiasmo che da gennaio il club ha più che raddoppiato la quota associativa, portandola sopra i 120mila dollari all’anno. Molti imprenditori sono ottimisti riguardo all’economia, ma scettici sull’opportunità di fare pressioni per andare presto al voto. Osservano, ragionevolmente, che occorre prima riformare il sistema giudiziario e il consiglio nazionale elettorale.
Tanti temono che la possibile instabilità successiva alle elezioni si riveli peggiore per gli affari rispetto all’attuale regime autoritario sostenuto dagli Stati Uniti. Forse sarebbe più saggio votare tra due o addirittura tre anni, azzarda qualcuno. Il governo di sicuro, cercherà di guadagnare tempo. Molto dipenderà dall’intensità della pressione statunitense, ma con la paura che diminuisce, l’impazienza crescente e il peso delle difficoltà economiche, non è per niente detto che i venezuelani aspetteranno tranquillamente altri tre anni per andare alle urne.◆as
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Questo articolo è uscito sul numero 1660 di Internazionale, a pagina 32. Compra questo numero | Abbonati