La Brexit continua ad avere un impatto pesante sul settore musicale britannico, soprattutto per quanto riguarda i tour in Europa. La fine della libera circolazione per artisti e collaboratori ha introdotto visti, burocrazia e costi aggiuntivi che spesso rendono le tournée economicamente insostenibili. Secondo un rapporto del 2024 della Musicians’ union, il 75 per cento degli artisti britannici ha registrato un calo delle date nell’Unione europea e il 79 per cento non è riuscito a compensare le perdite esibendosi altrove. Le conseguenze sono evidenti: meno artisti britannici nei festival europei, calo dei ricavi per gli autori e un indebolimento complessivo dell’industria. A ciò si aggiungono costi crescenti, complessità amministrative e impatti negativi sulla salute mentale. Il rischio, secondo alcuni musicisti, è che la musica diventi accessibile solo a chi ha risorse economiche elevate. Negli ultimi anni la quota del Regno Unito nel mercato musicale globale si è dimezzata e gli artisti britannici sono sempre meno presenti nelle classifiche internazionali. Di fronte a questa crisi, il governo ha promesso un “impegno totale” per ridurre le barriere con l’Unione. Il ministro della cultura britannico, Ian Murray, ha sottolineato la volontà politica condivisa di trovare soluzioni rapide. Nonostante positivi segnali di dialogo, il problema resta irrisolto. Senza interventi urgenti, il rischio è un danno duraturo per la musica britannica ed europea.
Andrew Trendell, Nme
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Questo articolo è uscito sul numero 1659 di Internazionale, a pagina 102. Compra questo numero | Abbonati