Cinquant’anni fa, in un garage di Los Altos, in California, Steve Jobs e Steve Wozniak firmarono un contratto mettendo in moto una serie di eventi di cui nessuno avrebbe potuto immaginare le conseguenze. La storia della Apple, fondata da Jobs e Wozniak, è una parabola imprenditoriale quasi troppo drammatica per essere credibile: il successo dei primi Macintosh; l’avvento del personal computer; il golpe del consiglio d’amministrazione che nel 1985 estromise Jobs; un decennio di crisi; il ritorno di Jobs, l’iPod, l’iPhone e la trasformazione nell’azienda con il valore più alto della storia del capitalismo.
I risultati tecnologici ottenuti da Apple sono straordinari. L’iPhone ha cambiato il modo in cui miliardi di persone affrontano la vita quotidiana, ricevono informazioni e comunicano tra loro. A prescindere dall’opinione sui metodi dell’azienda, la portata e l’ingegnosità dei suoi risultati restano incontestabili. Al contempo, gli interrogativi sollevati dal suo successo sono sempre più urgenti. Questo modello imprenditoriale all’avanguardia, che ha permesso a un numero ridotto di proprietari di piattaforme di realizzare enormi profitti e accumulare un potere superiore a quello della maggior parte degli stati del mondo, avrebbe bisogno di uno stretto controllo democratico, che finora è mancato. Esistono anche altre preoccupazioni. Alcune ricerche hanno evidenziato un legame preoccupante tra l’uso intensivo degli smartphone e i problemi di salute mentale, i deficit di attenzione e l’erosione delle capacità cognitive degli adolescenti. La Apple non è l’unica responsabile, ma ne ha tratto vantaggio.
Una storia cominciata in un garage di Los Altos ha regalato al mondo qualcosa di straordinario. Ma non è ancora chiaro chi deciderà il seguito della storia. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1659 di Internazionale, a pagina 17. Compra questo numero | Abbonati