L’adolescenza è la fine di un mondo o il principio di un altro? 1989: il mondo è all’alba di profonde rivoluzioni, ma per Leonard e Nicolas, fratelli di 15 e 12 anni, è già al tramonto. La madre è morta in un incidente d’auto. E il padre? È lontano, in Sudamerica. Resta solo una nonna, Fantine, dai capelli rossi e dall’accento ucraino, pronta a sacrificare tutto ciò che non ha. Leonard se ne infischia di questa vecchia martire: è osceno, spietato, sputa sulla vita. Quando il romanzo si apre, lui e Nicolas, un piccolo prodigio del pianoforte che ha ottenuto una borsa di studio, vengono mandati in un collegio per ricchi tra le montagne svizzere. Leonard ci presenta i compagni: figli di banchieri, oligarchi e trafficanti d’armi. Vive l’adolescenza con la sua noia, la sua crudeltà e i suoi desideri, le sue pulsioni e le sue sciocchezze. Si sente solo, incompreso. Si dissolve nella voce degli altri e sogna di essere qualcun altro. Ma più vuole dimenticare, più ricorda. Ovunque affiorano la mancanza d’amore e la mancanza di senso. Nicolas trova nella musica un modo di “comunicare con la mamma”, si rifugia nelle pietre, nelle preghiere. E Leonard? Non crede a queste devozioni, all’anima, “un’invenzione per far aspettare i poveri, per opprimerli in questo mondo e in quello che verrà”. Il suo è un modo per esistere? Soffre, dunque vive. È sciocco e brutale, divorato da una sessualità degradante. Haroche ha trovato le parole giuste per raccontare la morte dell’adolescenza. È la fine dell’infanzia, dei suoi miti e dei suoi eroi.
Alice Develey, Le Figaro
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Questo articolo è uscito sul numero 1655 di Internazionale, a pagina 92. Compra questo numero | Abbonati