L’ipocrita è un romanzo su una pièce teatrale che parla di un romanzo. Comincia con una madre su una spiaggia in Sicilia mentre osserva il marito e la figlia piccola giocare nell’acqua. La madre non ama particolarmente il padre, che è impegnato sul “suo romanzo nell’altra stanza” per gran parte della vacanza. Si sente invisibile e ne soffre. Poi si salta al 2020, a Londra, dove viene messa in scena una pièce autobiografica: una Sophia adolescente e suo padre soggiornano in una villa su un’isola siciliana, in agosto. Sul palco il padre scrive un romanzo o, più che altro, lo detta alla figlia. Il suo libro racconta di uno scrittore in vacanza su un’isola siciliana che vive avventure sessuali. Mentre il padre della Sophia adulta guarda lo spettacolo, lei pranza con sua madre. Tra molti bicchieri di vino e piatti italiani quasi intatti, madre e figlia discutono della probabile reazione del padre vedendosi rappresentato sul palco: lui, la sua scrittura, e il suo rapporto con la figlia. Il padre, in effetti, rimane sconvolto e si aggira per Londra angosciato, rifiutando le chiamate sempre più ansiose. L’ipocrita è un libro sulla violenza gentile che è il perno intorno al quale ruota la famiglia borghese, e il motore del romanzo è proprio la rappresentazione artistica delle vacanze italiane. Anche se forse funzionerebbe meglio ammettere pienamente questa realtà, anziché cercare di anticipare e contemporaneamente trasformare in satira le differenze generazionali.
Sarah Moss, The Guardian
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Questo articolo è uscito sul numero 1628 di Internazionale, a pagina 83. Compra questo numero | Abbonati