L’ultimo film di Steven Soderbergh ha molto in comune con i suoi precendenti Unsane (2018) e Kimi (2022): premesse chiare e semplici, sostanzialmente legate a un’unica ambientazione, che si prestano a un mare di possibilità. In questo caso abbiamo la prospettiva capovolta di una storia di fantasmi. Noi (o meglio la cinepresa) siamo il fantasma. Siamo sia spettatori sia parte attiva della narrazione mentre osserviamo una famiglia di quattro persone che si trasferisce in una splendida casa storica solo per scoprire che c’è un quinto inquilino di cui tenere conto. Lo sceneggiatore David Koepp (già accanto a Soderbergh in Kimi e Black bag) si addentra nella natura frammentata del mondo dei fantasmi. Le scene non seguono un filo del discorso convenzionale: vaghiamo tra le stanze attirati dal suono di voci sussurrate. Presence è una storia di fantasmi, ma parla anche delle piccole e simboliche morti che avvengono quando i legami familiari cominciano a dissolversi.
Clarisse Loughrey, The Independent

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Questo articolo è uscito sul numero 1624 di Internazionale, a pagina 76. Compra questo numero | Abbonati